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IL VETRO CHE NON TAGLIA Glass Tooth Roma - Auditorium Conciliazione di Luigi Ciccaglione
pubblicato il 07/09/2009 Prosegue a Roma la programmazione del Romaeuropa Festival, giunto alla sua ventiquattresima edizione e con un cartellone che, come da tradizione, allieta le serate capitoline con proposte che ruotano intorno al variopinto cosmo delle Pulsazioni culturali, titolo scelto per la kermesse di quest’anno.
Venerdì 02 Ottobre, come unica data nazionale, è andata in scena la compagnia Karas (‘Corvo’) di Saburo Teshigawara, con lo spettacolo Glass Tooth (‘Dente di vetro’): una produzione di repertorio, presentata per la prima volta a Tokyo nel 2006. L’attesa è molto grande, vista la caratura internazionale dell’artista in scena, osannato dalle platee di tutto il mondo come punta di diamante della danza contemporanea nipponica. Un uomo piccolo e di cinquant’anni, capace di produrre gesti e movimenti in cui si rileggono le radici sia della danza orientale (il butoh e le arti marziali), sia delle influenze occidentali.
Già all’esterno del teatro, l’Auditorium Conciliazione, la curiosità è molto evidente, soprattutto perché tutti sono a conoscenza di trovarsi di fronte ad una proposta rischiosa: l’allestimento di uno spettacolo di danza su un tappeto di vetri. Ognuno si chiede se soffrirà nel vedere i danzatori fracassarsi i piedi (o forse lo spera cinicamente). Ma, come spesso accade per quelli che vengono definiti “eventi imperdibili”, le attese non vengono quasi mai ripagate.
Nulla da dire riguardo alla messa in scena: luci e suoni magnifici, scenografia minimale suggestiva, forse un po’ troppa freddezza. A ornare il palco, una lingua di vetri rotti; al centro, una zona franca di linoleum e infine, sul fondo, un altro grande rettangolo cosparso di cristalli taglienti. Il gioco di luce produce riflessi sul fondale che fanno immaginare di trovarsi sul bordo di una piscina (nella quale nessuno, ovviamente, nuoterebbe mai).
Lo spettacolo comincia con Teshigawara in passaggio sul proscenio, mentre esegue una sorta di ispezione di questa passerella appuntita, con le scarpe ai piedi. Una passeggiata sinuosa e rumorosa, con il suono delle schegge che volano in riverbero, che taglia il silenzio di una platea molto concentrata. Sul palco, dietro di lui, si scorgono le silhouettes di altri danzatori incastonati in delle teche verticali, pronti a sparire e ad aprire la scena al resto della compagnia. Un trio di ragazze avanza, adornando il greto di un fiume spinoso, in teoria pericoloso, ma con un inusuale che di rassicurante, emettendo suoni che spezzano l’atmosfera glaciale e gelida presente tutt’intorno.
La scena muta ancora con un momento più dinamico, sebbene non molto originale: i danzatori, con una sorta di collant in testa che sta per una maschera e con delle appendici penzolanti a mo’ di orecchie, simili a certi cartoni animati, iniziano una rincorsa che segna un cambio di ritmo nello spettacolo, ma che non fa altro che aprire la strada ad una ritualità fin troppo prevedibile e ripetitiva.
Molto bello il solo, a suon di musica e di elevati bpm, di Kei Miyata: un momento energetico, violento e godibile - peccato per la sua brevità - accompagnato da una danza molto rapida e precisa, in cui le braccia sembrano staccarsi dal corpo, vista l’irruenza e la rapidità con cui la danzatrice esegue i movimenti.
Il vetro contenuto nella zona più grande sembra ghiaccio, viene calpestato producendo polvere, come se i danzatori non potessero mai affondare in una piscina lasciata piena in un giorno di inverno inoltrato. Un bel passo a due sembra essere generato dal rumore fastidioso dei vetri che si sbeccano. C’è spazio per qualche caduta oculata, lenta e misurata per non farsi male, anche dello stesso Miyata che ora indossa una camicia bianca, sulla quale ci si aspetterebbe di poter trovare almeno una piccola, veritiera goccia di sangue, un miraggio cromatico in un contesto dominato quasi totalmente dal nero.
Non accade nulla di tutto questo, e i corpi non si incontrano mai, se non solo per sfiorarsi. E’ come se ci fosse una enorme difficoltà di relazione, assente anche con gli altri performers, tutti molto bravi, ma che eseguono le loro coreografie con una partitura ormai svelata e che non riserva altre sorprese.
Lo spettacolo prosegue così, fino alla fine, con un’alternanza dei tre quadri visti in severo ordine cronologico sin dal principio e con costruzioni coreutiche mai variate - seppur di qualità - che nulla aggiungono né sottraggono ad un’opera poco ambiziosa e datata.
Teshigawara descrive, nelle note di regia, questo progetto come una coreografia costruita su frammenti di vetro, intesi come pezzi di luce e di tempo che scorre, come un rompersi di schegge di vita che starebbero a rappresentare delle decisioni consecutive, vitali. Fortunatamente, la vita ci pone di fronte a decisioni ben più stimolanti: del resto, se tutto ruotasse intorno al rompersi di un vetro che non taglia, quasi certamente la stragrande maggioranza di noi starebbe già inevitabilmente dormendo.
GLASS TOOTH
Compagnia Karas di Saburo Teshigawara
Coreografia, scenografia, disegno luci: Saburo Teshigawara Costumi: Saburo Teshigawara, Kei Miyata Ricerca musiche: Saburo Teshigawara, Kei Miyata Danzatori: S. Teshigawara, R. Sato, M. Kawamura, E. Wanikawa, Jeef, R. Kami, K. Takagi Produzione: KARAS/New National Theatre Tokyo Con il supporto dell'Agency for Cultural Affairs Government of Japan - 2009 Realizzazione: Romaeuropa Festival 2009 In collaborazione con: Tersicore Con il patrocinio di: Ambasciata del Giappone in Italia
ROMAEUROPA FESTIVAL 2009: “PULSAZIONI CULTURALI”
dal 22 Settembre al 2 Dicembre 2009 - Roma
Per consultare il cartellone, http://www.romaeuropa.net/
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