Bologna - Galleria OltreDimore - IVANA SPINELLI. LOVERRS/FUCKERRS
Titolo IVANA SPINELLI. LOVERRS/FUCKERRS Città Bologna Data dal 20 gennaio al 3 marzo 2012 Sede espositiva Galleria OltreDimore Indirizzo piazza San Giovanni in Monte, 7 Orario mart/sab, h 11.00-13.00 e h 17.00-19.30 Vernissage 20 gennaio, ore 18.00 Autori Ivana Spinelli Curatore Raffaele Gavarro Genere arte contemporanea
Comunicato stampa
Inaugura il 20 gennaio 2012 negli spazi della Galleria OltreDimore di Bologna la mostra personale di Ivana Spinelli dal titolo Loverrs/Fuckerrs a cura di Raffaele Gavarro.
Dopo il progetto Global Pin-Up, meta-brand fittizio che procede tra rappresentazioni simulate e produzioni reali, attraverso l’impiego di differenti media (installazione, disegno, video, dress-code, accessori), l'immaginario di Ivana Spinelli si fa sempre più fluido, morbido, irrazionale.
Ancora una volta il corpo della donna è un pretesto per parlare d'altro. Fa da puntaspilli in quella che è la dimensione politica e sociale delle relazioni personali, anche di quelle filtrate dai mezzi di comunicazione. Un approccio critico quello dell'artista, ma non freddo e distante, anzi profondamente partecipato ed immerso nelle immagini proposte dai media, rielaborate come riflesso mentale ed emozionale di una impressione visiva, una simulazione delle modalità soggettive di percepire il mondo.
Partendo dai disegni del progetto Global Sisters , figure astratte di donne kamikaze e soldato in pose ammiccanti, Ivana Spinelli mette in mostra nuove suggestioni visive: video e video installazioni, una scultura in ceramica, immagini prese da internet, quadri, in un affastellamento emotivo ma non casuale che forma una specie di panopticon dell’impossibile, dove addentrarsi e riconoscere un percorso fatto di riferimenti culturali ed emotivi del tutto personali.
Nelle parole dell’artista, ”LOVERRS/FUCKERRS è un piccolo teatro a immersione. Una narrazione che non parte dall’inizio ma forse dal mezzo. Gare di resistenza, lotte, uccisioni, senza ombra di dolore, appaiono solo per sfuggire allo sguardo. Azioni grandissime e invisibili, sorrisi lancinanti, baci impraticabili. Break on through to the other side”.
In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo con un testo di Raffaele Gavarro e verrà presentato il volume GLOBAL SISTERS (The Contradictions of Love), edito dalla casa editrice Revolver di Berlino.
Ivana Spinelli è nata ad Ascoli Piceno nel 1972. Dopo aver vinto Premio New York nel 2005, si è trasferisce a Berlino, dove vive e lavora. Tra le mostre recenti, partecipa nel 2011 alle collettive Ente Comunale di Consumo, Galleria Nazionale Palazzo Arnone, Cosenza;
Global Fight Club, Meinblau, Berlino; Non tutto è in vendita, Galleria OltreDimore, Bologna;
e nel 2010 alla mostra Il Caos#2, San Servolo Venezia. Nel 2007 presenta la sua mostra personale Global Pin-Up Fetish Party al Museo Laboratorio Di Arte Contemporanea di Roma.
SOLO PER I NOSTRI OCCHI - testo critico di Raffaele Gavarro
Esiste un momento in cui le cose, pur essendo perfettamente identiche a quelle di un istante prima, cambiano. Allora un po’ incredulo ti domandi cosa stia succedendo. Ti chiedi se per caso non sei tu, o meglio il tuo modo di guardare, la causa del cambiamento di quello che altrimenti sarebbe rimasto invariato per anni, decenni, lustri, forse per sempre.
In effetti, è proprio così. Mi dispiace causarvi l’ennesimo senso di colpa, ma le cose stanno esattamente in questi termini. Nel nostro sguardo, nel potere che gli abbiamo accordato in millenni di elaborazione e uso dell’immagine, abbiamo fatto in modo che risiedesse la possibilità di cambiare il senso stesso delle cose. Non c’è proprio nulla da fare. Anche oggi che le questioni relative all’immagine sono molto diverse di quelle di cui si parlava solo qualche anno fa (e non dico decenni), tanto da far rivoltare nella tomba più e più volte il grande Guy Debord e tutte le sue geniali intuizioni sulla “Società dello spettacolo”, che all’epoca (1967) avevano fatto ribaltare parecchi vivi purtroppo senza molte conseguenze, dico anche oggi, non è possibile controllare la potenza di cambiamento dello sguardo. Forse però dovrei dire: a maggior ragione oggi. Già, perché quello che oggi facciamo con le immagini è andato a formare un ingorgo complessissimo, int ricatissimo, affollatissimo d’invenzioni, ripetizioni, apparizioni temporanee ma anche teoricamente eterne nell’intangibile spazio web. Impossibile oramai non solo distinguere tra il vero e il falso, ma anche solo tra ciò che è verosimile e ciò che non lo è. Abbiamo però anche imparato che la trasformazione della realtà, di uno dei piani della realtà in cui agiamo, in immagini causa successive trasformazioni della realtà, o meglio degli altri piani della realtà, fino a toccare e a modificare quella sfera più ampia del Reale in cui stanno tutte le realtà.
L’altra sera prima di addormentarmi pensavo - ma è anche possibile che stessi sognando, o forse fantasticando, che forse è la cosa più giusta da dire - all’inizio di una specie di romanzo dedicato alle immagini. Avete capito bene: un romanzo in cui il soggetto sono le immagini. È possibile che qualche anno fa e in qualche posto abbia pure letto qualcosa di simile, comunque evidentemente in debito al genio di Philip K. Dick. Non faccio lo scrittore e quindi posso permettermi di procedere senza indagare a fondo sulle origini di questa mia polluzione immaginativa prenotturna. Dunque procedo: immaginavo il protagonista inginocchiato dietro un albero in una zona rocciosa e desertica, con grandi uccelli che volavano bassi. Forse dei gabbiani. Doveva esserci una discarica abbastanza vicino. Stava lì e guardava delle foto e dei ritagli di giornale. Ad un certo punto emise quasi un bisbiglio: - >
Erano ormai passati 231 giorni dalla data ufficiale in cui tutte le immagini presenti sul pianeta erano state eliminate. Il tempo della Grande Iconoclastia. Così fu chiamato. Distrutte le immagini reali: foto, quadri, video, quelle sui giornali e sulle vecchie riviste, i film, insomma tutte senza esclusione. Ma anche quelle del web. Lì era stato più semplice. Un piccolo banale software si era incaricato di penetrare tutti i sistemi e di disintegrare tutte le immagini. Al loro posto rimanevano degli algoritmi che restituivano a richiesta una descrizione a parole dell’immagine. Semplice e soprattutto innocuo. Perché in effetti il problema era stata la terribile pericolosità che ad un certo punto avevano sviluppato le immagini. A raccontarlo non sembra ancora possibile. Ma era successo davvero. Tutto era iniziato in una piccola cittadina della Finlandia. Le immagini avevano preso un senso autonomo da quella che era la normale possibilità e capacità interpretativa di tut ti noi. La cosa era sembrata strana ma non pericolosa, finché un’immagine non riuscì ad imporsi nell’immaginario collettivo in maniera incontrollata. Il guaio della faccenda era che l’immagine corrispondeva in tutto e per tutto a quella del pifferaio magico. Esatto, quello della favola con il tipo che guida i topi in mare per farli affogare. Ecco tutti gli abitanti della cittadina, una delle meglio cablate e connesse di quel paese, improvvisamente e senza una ragione evidente si convinsero che quella del pifferaio era una figura spirituale guida dalla cui emulazione sarebbe succeduta una sorta di liberazione dai topi, o per meglio dire da tutto ciò che metaforicamente infettava il loro paese e il mondo. Quindi si misero in marcia tutti insieme suonando e cantando, in un totale stato di incoscienza, forse una vera e propria trance, e dopo qualche chilometro finirono tutti in mare che in quel momento aveva una temperatura prossima ai tre gradi, trovando la morte per a ffogamento e ipotermia nel giro di pochi secondi. A ripensarci viene quasi da ridere se non ci fosse il numero impressionante di 321 vittime a rendere il tutto terribilmente drammatico. La storia fu rubricata come episodio di follia collettiva, come ce n’erano stati già tanti nel passato. Ma invece fu solo l’inizio di un procedimento inverso, per cui non era più il nostro sguardo a scegliere e a dare senso alle immagini, ma il contrario. Mi hanno detto che qualcosa del genere, intendo l’eliminazione sistematica delle immagini, era accaduta alla metà dell’VIII secolo, quando furono distrutte praticamente tutte le immagini sacre nei territori dell’impero bizantino. Naturalmente all’epoca i mezzi a disposizione consentirono una distruzione poco più che simbolica. Ho anche letto che il tempo che oggi chiamiamo della Piccola Iconoclastia causò un nuovo ordine nell’ambito del potere religioso e in quello politico dell’epoca. Figurati oggi. Le immagini. Sempre le immagini. Mai le parole. Eppure anche loro possono causare problemi di un certo rilievo. Dato che non sono uno scrittore e sono qui per tentare di spiegarvi altro, dovrete procedere con la storia da soli. Anche perché mentre mi divertivo ad immaginare questo inizio di romanzo dickiano, e forse proprio grazie a questa esercitazione immaginativa, mi sembrava sempre più evidente come nel lavoro di Ivana Spinelli l’intersecazione dei diversi piani delle realtà (è esatto al plurale) fosse l’aspetto essenziale della sua azione. Ma cosa intendo con “intersecazione dei diversi piani delle realtà”? In effetti sembra una di quelle formule perfette per non dire proprio nulla. Non volendo darvi anche solo per un attimo l’impressione di appartenere a quel certo tipo di intellettuali e in particolare a quel certo tipo di critici capaci solo di creare piccole architetture sintattiche del tutto precarie e prive di qualsiasi possibilità di essere comprese, cerco di arrivare rapidamente al punto, e per essere più convincente mi faccio aiutare da un grande pensatore del nostro tempo, Slavoj Žižek. Nel suo “Benvenuti nel deserto del reale” (pubblicato in Italia nel 2002 dalla Meltemi), saggio scritto subito dopo l’attentato alle torri gemelle, il filosofo sloveno riflette proprio sul senso del reale e della realtà. Parte dalle parole di Alain Badiou (2002, Le siècle, Edition du Seuil, Paris), che individua nella “passione per il Reale/la passion du réel”, il tratto essenziale del Novecento, ampliandone il senso: “L’esperienza essenziale che definisce il XX secolo è stata l’esperienza diretta del Reale in quanto opposto alla realtà sociale quotidiana, il Reale nella sua estrema violenza come prezzo da pagare per poter asportare gli strati fuorvianti che ricoprono la realtà.”.
Quello che intende dire Žižek ha a che fare con quell’esperienza del Reale che ha appunto caratterizzato il secolo scorso nel suo svolgimento complessivo. È stata senza dubbio l’esperienza intellettuale decisiva del Novecento e anche l’arte ne ha registrato in vari momenti i diversi livelli, le contraddizioni, mostrandone ovviamente, quando possibile, anche le conseguenze. Questo è senz’altro vero appunto fino all’11 settembre del 2001. È il primo anno del nuovo secolo e del nuovo millennio, e forse non è un caso, ma non è la data quanto è l’Attentato a cambiare del tutto quell’esperienza del Reale così come l’avevamo conosciuta sino ad allora. Ma è soprattutto dal momento immediatamente successivo al crollo delle torri che percepiamo in modo netto l’articolazione della realtà in un plurale dislocato su piani differenti e contigui. Il piano della realtà pratica si divide da quelli mediali e multimediali, trovando ricongiunzioni non sistemiche, e la nostra esperienza è determinata e condizionata da questa stessa molteplicità. Anche chi non agisce direttamente sui diversi piani (chi non è nativo digitale ma nemmeno adottato) ne è condizionato nello svolgimento della sua vita quotidiana, con buon pace dell’esercizio del libero arbitrio. Naturalmente la dislocazione delle realtà sui diversi piani e la stessa natura del Reale che le contiene e che quindi in qualche misura ne deriva, sono rese possibili e financo determinate dalle immagini. Le immagini. Sempre le immagini. Mai le parole. Eppure anche loro possono causare problemi di un certo rilievo. Dispiace, ma il nostro protagonista ha torto marcio. Per quanti guai possono causare le parole, un’immagine può essere causa del crollo di un impero. E ultimamente ne abbiamo avuto diverse dimostrazioni. Ma a parte la loro natura minacciosa, le immagini consentono al piano di realtà in oggetto di creare un ambiente credibile e quindi praticabile, che lo rende man m ano sempre più decisivo nell’equilibrio complessivo. Pensate alla televisione e al suo sviluppo soprattutto negli ultimi due decenni del secolo scorso e certo anche oggi. Ma naturalmente non solo. Oggi il mondo della rete contiene articolazioni delle realtà a iosa, e al di là della loro diffusione e durata, rendono sempre più sdrucciolevole la strada che procede verso l’identificazione stessa del Reale.
Direi che ci siamo. È proprio qui che volevo portarvi per farvi entrare dal verso giusto in questo pantheon di immagini che Ivana Spinelli ha realizzato solo per i nostri occhi.
Dal video alle foto, dai disegni all’organismo complesso della scultura in ceramica con proiezione ed elementi di farcitura con materiali vari, tutto costruisce una specie di linea di sutura tra gli ambiti delle diverse realtà. Se mi consentite un azzardo inconsueto in un testo critico, direi che questo di Ivana Spinelli è un gesto d’amore verso tutti noi. Ha capito il senso delle immagini, di alcune immagini, ne ha come espunto la forza simbolica, rendendola compatibile con la nostra instabilità, e ce le ha portate fin dentro al nostro quotidiano. Ma cosa fanno gli artisti se non aiutarci a capire il mondo in cui siamo grazie a grandi gesti d’amore?
Loverrs-Fuckerrs è solo per i nostri occhi. Le immagini che lo compongono, le storie che vi s’intrecciano servono a dimostrarci in modo direi pratico, tangibile, che è la riconquista della continuità tra le diverse realtà che ci metterà di nuovo in condizione di comprendere l’unitarietà del Reale e di quello che contiene.
Ma è solo per questa volta che la pericolosità delle immagini è stata neutralizzata. Quindi non vi rilassate troppo e continuate a stare vigili.
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