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Domenica 08 Gennaio 2012 16:12

FUNDRAISING. Come ti attiro il mecenate: una questione di metodo

di Nicola Maggi

 

Les Trois Graces, Lucas Cranach il Vecchio

Iniziamo con un dato: -14,6%.

A tanto ammonta, nel nostro Paese, il calo delle erogazioni liberali a favore della cultura da parte di imprese, enti e privati registrato tra il 2008 e il 2009 (fonte: MiBAC). Un dato allarmante vista la cronica mancanza di fondi che attanaglia le nostre istituzioni culturali. E lo scenario si fa ancora più drammatico se entriamo nel dettaglio.

A subire il crollo maggiore, infatti, sono le elargizioni da parte di enti non commerciali e privati - che storicamente rappresentano lo zoccolo duro del mecenatismo a livello internazionale - passate dai 29,3 milioni del 2008 ai 22,6 del 2009 ossia il 22,9% in meno, contro il 7% di quelle riferibili a imprese ed enti commerciali.

 

Come se non bastasse, inoltre, sono in caduta libera anche gli investimenti delle fondazioni di origine bancaria che, secondo i dati dell’ufficio studi del MiBAC, sono calati, dal 2007 al 2009, del 22% passando da oltre 524milioni a 408.

 

Problema congiunturale o strutturale? Inutile cercare alibi, il nostro Paese sembra cronicamente inabile a raccogliere fondi privati da destinare alla cultura e i casi Della Valle sono più che altro delle eccezioni. Un problema antico e, in larga parte, culturale.

Già agli inizi del Novecento, Guido Biagi, storico bibliotecario della Laurenziana di Firenze, lamentava d’altronde la grande differenza tra 'Les amis du Louvre', che spendevano del proprio per arricchire il Museo di cui erano amici, e gli 'Amici dei monumenti' che “si limitavano a prodigare ai monumenti un’amicizia ardente sì, ma del tutto platonica”. Eppure qualcosa in più per cambiare i 'costumi' potrebbe essere fatta, visto che anche da noi i mecenati non mancherebbero a patto di saperli attirare.

La realtà ci dice, invece, che dal 2000, anno dell’approvazione della legge n.342, in Italia non si mette mano alle agevolazioni fiscali per il mecenatismo culturale. Legge, peraltro, che pur segnando una svolta nel rapporto tra pubblico e privato in materia di beni culturali, incoraggia più la filantropia imprenditoriale che quella individuale risultando, alla resa dei conti, approssimativa, incompleta e con ampi margini di incertezza sul fronte della deducibilità delle erogazioni.

E anche le recenti parole del ministro Giancarlo Galan che, in occasione della presentazione del progetto di restauro del Colosseo, ha dichiarato di voler portare dal 20% al 2% l’Iva sulle sponsorizzazioni hanno tutto il sapore della boutade alla base della quale non c’è un progetto concreto di attrazione degli investimenti privati. Una proposta che peraltro privilegia, una volta di più, le elargizioni delle imprese quando andrebbero stimolate quelle dei singoli donatori e anche le cosiddette sponsorship in kind, ossia le donazioni sotto forma di fornitura di beni o servizi.

 

Immaginare che il Governo vari un piano sistematico di attrazione degli investimenti privati in cultura risulta, d’altronde, assai difficile in un Paese dove il fenomeno del mecenatismo è monitorato in modo parziale e discontinuo. Una conoscenza approfondita sarebbe, invece, fondamentale per supportare e promuovere la relazione tra cultura e imprese sul modello di quanto fa l’Art&Business inglese. Ma l’Italia sembra essere anche una nazione dove, a tutti i livelli, si ha una scarsa familiarità con gli strumenti del mestiere. In primo luogo il fundraising, come dimostra il proliferare, negli ultimi tempi, di corsi e seminari su questo tema, dedicati proprio alle pubbliche amministrazioni. Strumenti che, affiancati da un’adeguata riforma fiscale potrebbero cambiare, e non di poco, lo stato delle cose. Ne è una dimostrazione quanto è accaduto negli ultimi dieci anni in Francia, nel Regno Unito e in Australia.


Grazie alla legge Aillagon, approvata nel 2003, i mecenati francesi posso oggi godere di una detrazione fiscale pari al 66% delle donazioni totali, nel limite annuo del 20% del reddito lordo, con l'opportunità di spalmare su cinque anni le detrazioni d'imposta eccedenti. Un’altra legge, passata nel 2008, ha dato la possibilità alle organizzazioni non-profit di raccogliere fondi privati per le loro donazioni. Soluzione che ha creato, in soli due anni, 500 nuove elargizioni.

Adesso i nostri cugini d’oltralpe si stanno muovendo con sicurezza nel campo del fundraising e i risultati non mancano. Se in Italia si arranca per trovare finanziatori per il recupero dell’area archeologica di Pompei, in Francia in poche settimane sono riusciti a mettere insieme 7mila donatori singoli e varie imprese per l’acquisto delle “Trois Graces” di Lucas Cranach il Vecchio, entrate oggi nelle collezioni del Louvre. Un successo dovuto anche a una campagna web che ha visto il lancio di un apposito sito pensato per incoraggiare le persone a prendere parte all’acquisizione del capolavoro. A dimostrazione di come le nuove tecnologie, se usate bene, possono aiutare anche nel campo del fundraising.


Anche se nel 2010 si è registrato un calo del 3% rispetto al 2009 (fonte: Art&Business) nelle elargizioni liberali, il Regno Unito rimane sempre la best practice europea per eccellenza in questo campo. Mentre nel nostro Paese veniva approvata la legge 342, il governo inglese delineava un nuovo regime fiscale per le donazioni individuali e il sostegno dato da privati e aziende al settore culturale. Oggi le organizzazioni non-profit possono richiedere un rimborso del 22% delle spese sostenute che l’ente fiscale inglese dà all’istituzione culturale che ha beneficiato della donazione, generando così una maggiorazione del valore dell’elargizione stessa. Tutte le forme di sponsorizzazione, inoltre, sono deducibili dal bilancio aziendale, siano esse in denaro o in servizi, e questa deducibilità, in particolari casi, può arrivare a essere addirittura illimitata.

 

Partendo dalla consapevolezza che se un governo non ha i mezzi economici per soddisfare la crescente domanda di finanziamenti proveniente dal mondo della cultura è logico che collabori con il settore privato, il Governo australiano ha dato vita a un sistema di incentivi fiscali che ha permesso di mobilitare le risorse private necessarie. Un cambiamento monitorato costantemente e supportato dai vari dipartimenti governativi, incluso il Council for the Arts - l'organo consultivo per il finanziamento delle arti - che ha fondato nel 2003 l’Artsupport Australia il cui compito è quello di accrescere la filantropia culturale e che in pochi anni ha permesso un incremento del 59% nelle donazioni passate dai 46,6milioni di dollari del 2005 ai 74,4 del 2009.


Per una volta, comunque, l’Italia non è il fanalino di coda. In termini di approssimazione nell’affrontare il tema del mecenatismo culturale, infatti, il nostro paese è in buona compagnia nella vecchia Europa.

Basta, d’altronde, dare un rapido sguardo all’edizione 2011 del Compendium of Cultural Policies and Trends in Europe e si scopre che nella maggior parte dei paesi europei non solo non sono reperibili informazioni in materia ma non esistono neanche piani governativi - e talvolta neanche leggi - per promuovere le donazioni in arte e cultura.

E questo vale per l’Albania, ma anche per la Danimarca o la Spagna. Una situazione caotica che ha spinto il Parlamento Europeo a commissionare all’Institute for International Relations una ricerca con l’obiettivo di colmare l’assenza di una linea comune, di dati e di una conoscenza dei diversi approcci adottati degli Stati membri. Questo per creare una base sulla quale poter aprire un dibattito sul tema e trovare una soluzione a una mancanza di fondi per la cultura che ormai caratterizza tutte le economie mondiali.

 

In attesa delle indicazioni comunitarie, però, sarebbe bene cominciare a guardarsi intorno e ad agire con metodo per recuperare il tempo perduto. Come per le leggi elettorali non si tratta, qui, di scopiazzare il modello francese, quello inglese o quello australiano ma di capire la ratio che sta alla loro base e quali gli strumenti adottati dalle best practice internazionali per attirare investimenti. È quello che, ad esempio, stanno facendo in Nuova Zelanda dove, nel 2009, il ministro dei beni culturali ha creato la Cultural Philanthropy Taskforce con l'obiettivo non di eliminare i fondi pubblici ma di far crescere la 'torta' di quelli privati. Un progetto che ha molto da insegnarci sul fronte del metodo.

La Taskforce ha lavorato per quindici mesi a stretto contatto del ministero, studiando le best practice di tutto il mondo e confrontandosi con le realtà (organizzazioni e privati) del proprio Paese, individuando delle linee guida per lo sviluppo del mecenatismo. In base ai dati raccolti dall'indagine il Governo ha quindi fatto la sua parte: direttamente, attraverso borse di studio, e indirettamente, creando un ambiente fiscale favorevole per le donazioni. Terminata questa fase è iniziato il coinvolgimento degli operatori del settore. “Il sostegno del Governo - ha spiegato Peter Biggs, presidente della Taskforce, nel corso del suo report finale - può essere solo una parte di una strategia globale per il settore culturale”.

L'attenzione si è quindi spostata sulla necessità di dar vita a un'iniziativa in grado di aiutare le istituzioni culturali a sviluppare la propria capacità di fundraising in modo che ogni elemento che costituisce il 'sistema' sia in grado di camminare da solo.

 

Detta con Oscar Wilde: “Il successo è una scienza: se si hanno le condizioni, si ottiene il risultato”.

Forse è giunto il momento, anche in Italia, di creare le condizioni.

 

fonte: ArsKey Magazine

 

Pic's credits & courtesy:

Lucas Cranach detto il Vecchio, “Le Tre Grazie” (1531)
Olio su tavola, collezione privata
© 2010 Museo del Louvre / Harry Brèjat

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