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LA CALVIZIE CHE SALVÒ IL MONDO La parrucca: da esigenza estetica ad opera d’arte di Stefano Santangelo
pubblicato il 03/07/2009 Se la natura non avesse inventato la calvizie precoce, con ogni probabilità la moda in età moderna sarebbe stata solo un rincorrersi di secoli bui e sciatti. Ed invece, quel fastidioso problema che afflisse il primo dei messieurs della terra dei Galli si rivelò essere un vero pilastro tricotico per la moda, dal XVII secolo in poi. Sorvolando sulle monumentali acconciature maschili svettanti alla corte del Re Sole, superate solo nel secolo successivo dai miracoli ingegneristici di quelle femminili, e bypassando due guerre mondiali, arriviamo negli anni Settanta, la più prossima delle età dell’oro che ci siamo lasciati alle spalle. Erano anni in cui la moda cambiava d’umore molte volte l’anno, imponendo di mutare colore e piega continuamente. La scarsa affidabilità delle tinture disponibili allora trasformò le parrucche in capi di abbigliamento, né più né meno di un accessorio. Il miracolo era prêt-à-porter: una testa pronta per le uscite in qualunque momento. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta possedeva almeno una parrucca una donna su tre, e quando erano di più, si poteva osservare, sul comò della camera matronale, un sinedrio di teste di plastica e relativi posticci, a cui appellarsi per ogni dubbio in ambito teologico-stilistico.
In due grandi razze si dividevano poi questi esemplari: quella della fibra di kanekalon, sempre pronta all’uso, ma immutabile nella forma e nel colore, e quella dei capelli veri, di più esigente manutenzione, ma molto più malleabile. All’ultima categoria apparteneva sicuramente l’esemplare più celebre della sua specie: il famoso toupet di Andy Warhol, un’icona nell’icona. Recentemente, questa preziosissima reliquia, appartenuta fino a quel momento al nipote di Andy, Jeffrey Warhol, è stata messa all’incanto presso Christie’s, e battuta per 10.800 dollari.
L’oggidì, terra del posticcio che teme l’outing, è invece popolato dalla discendenza di queste creature: le extensions, che affollano le acconciature di numerose donne, dal mondo dello spettacolo a quello delle discoteche più cafone, mimetizzandosi nella selva di mèches quasi a temere l’estinzione. La parrucca primordiale, quindi, si è oggi fatta da parte, relegata nella toilette di Cher o della Lollo, e le montagne di capelli che gli indiani donano alle loro divinità finiscono per appagare l’avidità tricotica della moda finto naturale. Ma c’è una alternativa a questo declino dei tempi, e si chiama, o meglio si chiamava, Nagi Noda.
L’artista giapponese, disgraziatamente deceduta lo scorso anno, ci ha lasciato in eredità le più belle parrucche-scultura dai tempi della corte borbonica prerivoluzionaria. I suoi hair hats sono opere uniche, metamorfosi del capello in pelo animale, trovata in sé semplice e geniale, quasi un memento per l’uomo, un dito puntato verso la sua animalità, e contemporaneamente un gesto ludico, leggero. Si distinguono per maestria la parrucca-orso e quella leonina; si ammirano per complessità le scene di azione, istantanee sul mondo della natura; si rimane incantati dalle loro sorelle più liriche, come la parrucca-giraffa. I più fortunati potranno oggi dire di possedere alcune delle sculture-accessorio più belle di questo decennio, pezzi unici che, messi uno accanto all’altro, ricompongono pagine di linneana follia. Gli altri, semplicemente - nel gioco spietato dell’evoluzione - non sopravviveranno senza.
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