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W Magazine - The Art Issue 2013, 5 artiste ed un "Monument Man": George Clooney PDF
Sabato 14 Dicembre 2013 09:18

GEORGE CLOONEY COME UN'OPERA D'ARTE (ANZI, 5)

W Magazine, 5 artiste internazionali, ed un Monument Man come Musa

di Francesca Borzacchi

 

Yayoi Kusama, George Clooney, W Magazine coverCome interpretare artisticamente lo sfolgorio di una stella è il motif dell’edizione di dicembre 2013 di W Magazine - The art Issue. Cinque artiste, tutte donne, tutte celeberrime all’interno del microcosmo nel quale operano - Yayoi Kusama, Catherine Opie, Karen Kilimnik, Marilyn Minter e Tracey Emin - hanno saputo catturare l’umana luce che emana una star del calibro di George Clooney, e restituirla sotto forma di ciò che meglio maneggiano: un’opera d’arte.

Non che la materia non si prestasse: classe 1961, attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, vincitore di quattro Golden Globes e due Oscar; socialmente impegnato, attivista politico, ironico ed elegante, costantemente cordiale con i fans, e quotidianamente terrorizzato nella pubblicità tv del Nespresso (come riesce a dire lui Volluto...), Clooney ha saputo guadagnare una posizione d’eccellenza all’interno dello star system mondiale, ora impuntandosi sugli ovini (L’uomo che fissa le capre, 2009), ora fluttuando nello spazio (Gravity, 2013), ora tra le nuvole (Up in the air, 2009), in una inarrestabile climax cinematografica costellata di capolavori - sia che fossero da lui interpretati, diretti o anche solo prodotti, come è accaduto per Argo (2013), miglior film dell’anno secondo la giuria assegnataria degli scorsi Oscar.

 

Barbara Kruger e Kim Kardashian, Francesco Vezzoli e Nicky Minaj, Chantal Joffe e Jessica Chastain, W Magazine - The Art Issue

 

L’iniziativa editoriale promossa da W Magazine - che, nel 2010, ha visto una Kim Kardashian un tantino egocentrica rivisitata da un’altrettanto meravigliosa artista quale Barbara Kruger; nel 2011, Nicky Minaj piangente le iconiche lacrime di Francesco Vezzoli e, nel 2013, Jessica Chastain per Chantal Joffe - trova il suo aggancio perfetto nell’ultima fatica cinematografica di George, la cui uscita sugli schermi mondiali è prevista per il 13 febbraio 2014: in The Monuments Men - tratto da una storia vera, tanto quanto assolutamente attuale (considerando la recente scoperta del Tesoro di Hitler), e dall’omonimo libro di Robert M. Edsel - Clooney sarà a capo di un plotone speciale di direttori di musei, curatori e storici dell’arte, che impedirà l’occultamento di un numero immenso di capolavori trafugati da Hitler durante la Seconda Guerra.

 

 

Scritto, diretto ed intepretato da Clooney - al timone di un cast altrettanto stellare, all'interno del quale figurano, tra gli altri, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin e Cate Blanchett - The Monuments Men è un film che, nelle parole dello stesso scrittore/regista/attore protagonista [1], esalta la cultura come reale appartenenza che cementifica un Paese, e l’arte come specchio nel quale si riflette l’identità dei popoli.

 

Yayoi Kusama, George Clooney, W Magazine“She made me Snoopy! But I must say: I’m proud to be Snoopy [2]!”. Fiero di emulare il brachetto di Charles M. Schulz, mettendosi al servizio di un’artista con lo stesso esprit che mette a disposizione di un regista, Il George Clooney ritratto da Yayoi Kusama è in perfetta, ottimistica simbiosi con il tripudio di pois black and white di un abito sartoriale, di scarpe stringate e di un papillon firmati da Giorgio Armani, e customizzati dalla Kusama stessa.

La mia idea era quella di trasmettere un messaggio di amore eterno attraverso i pois, che riflettono l’universo e gli esseri umani. Nulla a che vedere con il sesso, con l’essere famoso, con l’essere una star” rivela Yayoi a proposito di questo progetto, cristallizzato negli scatti di Emma Summerton.

Classe 1929, pittrice e scrittrice che ha decorato il mondo di pallini - frutto delle sue stesse, reali e costanti, allucinazioni - negli anni ’70 la sua celebrità all’interno della scena avanguardistica newyorkese si contrapponeva solo a quella di Andy Warhol.

La poliedrica artista, che gestiva l’arte, le performance ed una sua stessa linea di abbigliamento, e che, nel 2012, ha contaminato di pois persino le creazioni di Louis Vuitton, alla fine degli anni ’70 è tornata nel natio Giappone, rifugiandosi volontariamente nell’istituto psichiatrico dove tuttora vive, e dal quale non ha mai smesso di produrre arte a micro- o macro-polka dots, fantastiche ossessioni optical.

 

Yayoi Kusama, George Clooney, W Magazine december 2013

 

Gli stessi pois all’interno dei quali appare e scompare George - di fianco a un tavolo, su una seggiola, appoggiato ad un’auto d’epoca - in un trompe l’oeil che ipnotizza, ed il cui unico contatto con la realtà è dato dalle calze in tinta unita, dalle sue mani, e da uno sguardo altrettanto catalizzatore.

 

È un Clooney decisamente più ombroso, più raccolto - a piedi nudi in uno scatto, ad occhi chiusi nell’altro - quello protagonista dei due ritratti di Catherine Opie (neanch’essa nuova alle incursioni nella moda, vista la collaborazione, nel 2011, avviata con Rodarte), il cui styling di Michael Kucmeroski prevede ancora un total outfit di Armani.

La Opie, tanto per intenderci, è l’artista che ha varcato, nel 2008, la soglia del Guggenheim di New York per inaugurare una personale tutta sua, all’interno della quale si affiancavano il suo autoritratto a busto nudo sul quale era incisa a sangue la parola pervert, a quello all’interno di cui allattava candidamente suo figlio; la provocazione e l’innocenza, l’indagine sulla costruzione dell’identità, ed il tributo ad altrettanti celebri artisti suoi amici - come Matthew Barney, come Kara Walker - attraverso il medium fotografico, sempre su sfondo nero, sempre nell’obiettivo di spronare i propri spettatori a “costruire la propria storia, a partire da un’immagine”.

 

Catherine Opie, George Clooney, W Magazine

 

È esattamente ciò che l’artista si è prefissa anche con Clooney, la cui fama di rubacuori, planetario e scanzonato, l’ha indotta a ribaltare quest’ottica, servendosi magistralmente di luci ed ombre - e di un set completamente avvolto nel più totale silenzio - per lasciare emergere, semplicemente, un comune uomo dalla sua rêverie più privata.

 

Karen Kilimnik, George Clooney, W MagazineLa sfida più grande per Karen Kilimnik, nell’ambito di questo progetto, è stata invece quella di riuscire ad cogliere l’indiscutibile sense of humour di George Clooney. Sfida che ha fronteggiato studiandone a fondo la filmografia, in particolare Ocean’s Eleven (2001), e la ammirevole allure, disinvolta e cordiale, sfoggiata sui red carpets mondiali.

Karen Kilimnik è l’artista che ha dato le sembianze di Marie Antoinette alla starlette Paris Hilton; che ha dipinto il suo idolo Rudolf Nureyev su uno sfondo radiant orchid (mai così attuale, secondo Pantone); che, parlando di moda, ha immortalato Kate Moss e lo scenario del fashion system sul finire degli anni ’90 nel video Kate Moss at the beginning, e che ha recentemente ritratto Carine Roitfeld per il suo CR Fashion Book.

La Kilimnik ha allestito, nel 2005, la veneziana Fondazione Bevilacqua La Masa e, nel 2007, la londinese Serpentine Gallery come un susseguirsi di suites di una maestosa casa di campagna, o di uno château rococò - con temi equestri, fiori freschi, tappezzerie opulente e cagnolini in porcellana - affinché fossero contenitori ideali dei suoi solo-shows.

Trasponendo il mondo reale in atmosfere fiabesche, all’interno delle quali si mescolano storia personale e collettiva, sogni adolescenziali ed influenza dei media, su scenari tra il rosa e il noir, per George Clooney l’artista ha accantonato i colori, servendosi invece di un semplice ritratto matita su carta, in chiaroscuro, sobriamente elegante, quasi infantile, ferma nel suo proposito di coglierne al meglio l’anima giocosa.

 

Marilyn Minter, George Clooney, W MagazineMarilyn Minter, 65 anni, protagonista della scena artistica newyorkese fin dal 1969 - quando irruppe con i ritratti della madre tossicodipendente ed agorafobica - indugia nell’umana smania di glamour, lasciando che dalle bocche trabocchino perle, da sandali-gioiello piedi barcollanti, da décolletés incartapecoriti opulenti collane. Un’estetica ai limiti del più ammirevole kitsch, che ha saputo mettere in campo anche nella collaborazione con Madonna per i backdrops dello Sticky & Sweet Tour (2009), o in quelle costanti delle campagne pubblicitarie per Tom Ford.

Ritratti iper-realistici, parti zoomate della vita e degli avanzi culturali della società - nei quali ripone la sua più grande attenzione, in quanto “immagini di cui nessuno si preoccupa realmente, perché prossime ad essere rimpiazzate, o spazzate via - che comunicano un senso di desiderio/repulsione ansiogeno e ammaliatore, a tempo determinato - esattamente come certi aspetti del fashion-system.

Ed è proprio così che ha immaginato anche Clooney: il protagonista di un poster cinematografico che promuove un film, presto non più in programmazione. Un occhio fuori fuoco coperto da un vetro scheggiato, pori epidermici ben visibili, senso di caos diffuso e sopracciglia ingigantite, parzialmente coperte da tinte fluo che colano, strisciate di glicerina mista ad acqua a ricreare un effetto-pioggia, proprio di un manifesto usurato. In una sineddoche visiva, eccolo lì, il divo del cinema sottoposto all’umana piaga della caducità, che ci osserva premonitore di un destino non necessariamente crudele, ma certamente molto glamour.

 

Come tutte le opere di Tracey Emin (forse la più emozionante esponente di quella Young British Art della quale fa parte anche Damien Hirst), anche quella concepita espressamente per la Art Issue di W Magazine ha i caratteri intimistici di un diario segreto - autentico, calligrafo, appassionato, sincero - o di una confessione, altrettanto appassionata e potenzialmente detonante. Atti che fondano la loro forza sulle parole, vera firma dell’artista anglosassone (in precedenza scrittrice), assieme al suo generoso mettersi a nudo - come nell’opera che l’ha resa celebre, Everyone I have ever slept with 1963-1995, tenda da campeggio che riportava in cubitali caratteri i nomi dei partners coi quali aveva condiviso un giaciglio, una notte, parte della sua vita; o My Bed, letto sfatto disseminato di personalissime, intimissime vestigia. Ma soprattutto come quei neon, plasmati sulla sua stessa grafia, denuncianti lapidariamente, ma poeticamente, abusi, tormenti, violenze, sconfitte, in luci intermittenti, old-fashioned e fluo.

 

Tracey Emin, George Clooney, Neon Life, W Magazine

 

Novella Marcel Proust, ma non-nuova alle collaborazioni di moda (tra le quali spicca anche quella come indossatrice per Dame Vivienne Westwood), la Emin ha ideato un questionario; sottopostolo a George; ricevuto le risposte, e - colpita da un certo sincero candore, e dal suo irresistibile umorismo - l’ha racchiuso nella passione del suo sorriso, celeste e gialla, luce-guida che emana non tanto dalla star, quanto dalla sua abbagliante sagacia.

 

Tracey Emin, George Clooney, W Magazine december 2013 - The Art Issue

 

Vistosamente surreale o intimamente raccolto; custodito in un occhio, in un sorriso dirompente o in un ritratto a matita, George Clooney - come Musa su W Magazine, tanto come stella fulgente di quella costellazione, spesso fatua, chiamata star-system - dà tutto se stesso anche in un progetto che coniuga Arte e Moda, descrivendo così l’impegno profuso: “Art takes different forms, but it represents something that is basic in all of us: our history [3]” .

 

Robert M. Edsel & Brad Witter

MONUMENTS MEN. Eroi, alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al Tesoro della storia

2013 - Collana Saggi, ed. Sperling & Kupfer

417 pgg. - illustrato - rilegato

€ 19.98 - link all’acquisto su IBS

 

www.wmagazine.com

immagini via W Magazine su Pinterest

 


[1]In The Monuments Men ci domandiamo se valga la pena sacrificare una vita, a costo di salvare l’arte: io sono certo che la cultura di un popolo sia la vita. Quando i Talebani distrussero capolavori inestimabili di arte ed architettura; quando le truppe americane non preservarono i musei iracheni, assistemmo alla perdita della cultura di un popolo. E con tale perdita, scompare anche la loro identità. È una privazione terribile, e devastante”. (George Clooney, intervista a W Magazine a cura di Lynn Hirschberg, dicembre 2013)

 [2]Mi ha fatto diventare Snoopy! Ma devo ammettere che sono orgoglioso di essere Snoopy!”

[3]L’arte può assumere diverse forme, ma di base rappresenta sempre qualcosa di fondamentale per ognuno di noi: la nostra Storia”. (George Clooney, intervista a W Magazine a cura di Lynn Hirschberg, dicembre 2013)

 

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