TUTTI I FETICCI DI HELMUT
Helmut Newton 1920-2004 - A cura di June Newton - Parigi, Grand Palais - fino al 30.07.2012
di Stephanie Chaulet
Tacchi alti.
Nuvole di fumo da labbra scarlatte.
Zoofilia e public sex.
Veneri senza veli e Veneri in pelliccia, Veneri languide, Veneri dominatrici. Helmut Newton ha immortalato le donne e i loro corpi, belli e dannati, provocanti o raffinati, ipersessuati o androgini. Laddove Yves Saint-Laurent seppe conferire potere alla donna attraverso la rivoluzione del prêt-à-porter, Newton l’ha fatto tramite la sua stessa rappresentazione: «J’ai toujours été intéressé par le pouvoir - sexuel, financier ou politique[1]». Nuda, splendida, a gambe e a mente aperta. Potente di quella forza che solo la bellezza, e la consapevolezza di essa, sanno donare.
Parigi fu il perfetto campo di battaglia per esprimere lo stile sui generis di un artista che - dalla Germania nazista all’Australia, passando da Londra - ha saputo afferrare e splendidamente rendere lo spirit della liberazione femminile, per celebrare una donna senza tabù e senza catene - se non quelle dei giochi erotici. E Parigi, oggi, dedica la sua prima mostra francese al genio della fotografia dei rich and famous, allestita con maestosità al Grand Palais. In esposizione quasi trecento scatti: 60 anni di carriera messi in scena sotto la cura di sua moglie June, anch’essa nota fotografa con lo pseudonimo di Alice Springs.

Sulla carta il fascino erotico della borghesia, allestito da un rampollo di famiglia agiata che ha conosciuto l’esilio perché ebreo (il suo vero cognome fu Neustädter), spinto alla fotografia a 16 anni da sua madre, visti gli scarsi successi in campo scolastico. Un vissuto che gli ha permesso di maturare uno stile centrato sulla ribellione nei confronti dei codici della moda, una sovversione assoluta e caparbia dai concetti allora paralizzati di arte e di buon gusto, che passa per il suo licenziamento da Vogue France nel 1964, a causa di un suo servizio su Courrèges per Queen Magazine, reo di non averne reso conto (nonostante non fosse tenuto all’esclusività) all’allora editor in chief Françoise de Langlade, e riassunto solo due anni dopo grazie alla fiducia assoluta della nuova editor Francine de Crescent.

A Parigi non esistono preconcetti protestanti, e Newton può finalmente rivelare il suo estro. Contro tutto il movimento femminista, scatenato nei confronti di questo «voyeur, obsédé sexuel[2]», ha dichiarato, lapidario e geniale, «La vulgarité c’est la vie, l’amusement, l’envie, les réactions extrêmes[3]».
La retrospettiva si apre con queste sue parole: «Some people’ photography is an art. Mine is not. If they happen to be exhibited in a gallery or in a museum, that’s fine. But that’s not why I do them. I’m a gun for hire[4]».
Duecentocinquanta scatti, quaranta Polaroid, un lungometraggio girato dalla moglie, Helmut by June, innumerevoli copertine ed editoriali tra nudi, ritratti e fotografie paesaggistiche, come la splendida Leaving Las Vegas, impregnata dell’atmosfera malinconica del romanzo di John O’Brien, e del successivo film di Mike Figgis.
Anche nella ritrattistica, Newton fa del politiquement incorrect uno stilema, meglio se fondato su personalità già di per sé forti come quelle di Margaret Thatcher («la mia pin-up preferita») o di Jean-Marie Le Pen («I like photographing the people I love, the people I admire, the famous, and especially the infamous, those who are famous although they wouldn’t have to be. My last infamous subject was the extreme right wing French politician Jean-Marie Le Pen[5]») o, al di fuori dell’establishment politico, come quelle di Salvador Dalì morente e di Andy Warhol dormiente, di Karl Lagerfeld e di Yves Saint Laurent, di dive, di dandy, di caratteri indimenticabili.

La fotografia di moda fu tuttavia il mezzo di cui più si servì, per scongelare l’iceberg delle convenzioni, rendendo complici della sua missione le supermodels più famose - quelle che non mi alzo dal letto per meno di 10.000 dollari al giorno.
Si è spesso arricchito di referenze culturali, dall’arte alla cinematografia, come per lo scatto North by Northwest (1967), chiaro omaggio ad Intrigo Internazionale di Alfred Hitchcock, o nel tributo alla Venere Rokeby di Diego Velasquez (1648 ca, National Gallery di Londra) per After Velasquez in my apartment (1981), così come in quello a Man Ray per Le Baiser - Bordighera (1982).




Emblematico è il dittico tratto dalla serie Les nus et les vêtus (1981), titolo alla Scott Fitzgerald e impatto visivo alla Tarantino: stessa posizione da amazzone, stessa location (in questo caso Brescia), ora la donna è vestita, ora sfacciatamente nuda. Contro il bon goût allora imperante nell’editoria di moda («I hate good taste. It’s the worst thing that can happen to a creative person[6]»), dove tutto era improntato sul valorizzare l’abito, più che la donna, il suo è un umorismo sfrontato, catartico e monumentale, come spiega il co-curatore della retrospettiva Jérôme Neutres: «Il a photographié des femmes monumentales dans des décors monumentaux. L’exposer au Grand Palais nous a paru une démarche évidente[7]».

Il celebre scatto Autoportrait avec femme et modèles sembra esser il simbolo del suo elegante voyeurismo, ma forse quello ancora più emblematico è il ritratto di June, seminuda, disinvolta e sicura di sé, che accende una sigaretta a pasto consumato: il potere esplosivo dei clichés erotici arricchito della massima eleganza. In due parole, il Newton touch.
Le sue foto sono una grande palette dei desideri più o meno repressi della natura umana, dal bondage al sadomasochismo, dal gender-bending all’autoerotismo, tra bordelli, manichini, animali e ruffiani. Un microcosmo che fa pensare alla Belle de Jour di Bunuel - del resto, Catherine Deneuve, come quasi tutte le dive viventi, fu una delle modelle d’eccezione che si prestò al suo obiettivo. E laddove lo si tacci di maschilismo, si verrebbe presto contraddetti dallo sguardo sicuro e dominatore di ognuna, nessuna esclusa, delle protagoniste delle sue opere.


Incline esso stesso al lusso, ha saputo tuttavia guardarlo con oggettività e distacco, cogliendone la caducità - come nello scatto x-Ray Van Cleef & Arpels, dove lo sfarzo simbolizzato da sontuosi gioielli si accende e si spegne ad intermittenza su uno scheletro macabramente bello - o mettendone in scena la volgarità, come per Fat hand and dollars.

E infine, l’amore.
Al di là del presunto maschilismo, dell’innegabile epicureismo, della pornografia reale o accusata tale, lo scatto angelicamente provocatore della coppia Jeff Koons/Cicciolina o quello intensamente complice di David Lynch e Isabella Rossellini sembrano fare da trait d’union tra i due poli dell’opera di Helmut Newton: l’arte ed il piacere.
Innumerevoli coppie celebri hanno fortemente voluto lasciarsi ritrarre da lui, dai Taschen (editori dei suoi cataloghi tra i quali spicca Sumo, entrato nella storia dell'editoria come pubblicazione più voluminosa in assoluto - circa 30 kg per 464 pagine - e tra le più care - 10.000 €, con un leggìo appositamente disegnato da Philippe Starck) ai Bailey, da Donatella Versace e Paul Beck a Diane von Furstenberg ed Alain Elkann, a Serge Gainsbourg e Jane Birkin.

Una definizione lapidaria che egli stesso diede della sua arte fu «J’aime la photographie qui a des couilles[8]». Clamorosamente (o glamour-osamente) audace, ed incurante dei rischi, questo homme qui aimait les femmes ha saputo costantemente darne dimostrazione.
Helmut Newton, 1920-2004
a cura di June Newton, con la collaborazione di Jérôme Neutres
Scenografia: Paul Kahlfeldt (Kahlfeldt Architekten, Berlino)
dal 24 marzo al 30 luglio 2012
Grand Palais des Champs Elysées - avenue du Général Eisenhower, 3 - Parigi
Orario: tutti i giorni tranne il martedì dalle 10.00 alle 22.00
Ingresso: intero € 11.00 - ridotto € 8.00
www.grandpalais.fr - www.helmut-newton.com
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Pics’ credits
Helmut Newton, Nova, 1973
Alice Springs, Helmut Newton’ portrait in high heels, 1987 - courtesy Galleria Carla Sozzani
Helmut Newton, La Bourgeoise, 1974
Helmut Newton for French Vogue, 1994
Helmut Newton, Nastassja Kinski, Playboy US, 1983
Helmut Newton, Yves Saint Laurent and Uschi Obermaier, 1973
Helmut Newton for Italian Vogue, 1997
Helmut Newton, Arielle after a haircut, 1982
Helmut Newton, Grace Jones, 1978
Helmut Newton, Jenny Kapitan at Pension Dorian, 1977
Helmut Newton, Jerry Hall, Vogue US, 1974
Helmut Newton for French Vogue, 1974
Helmut Newton, Leaving Las Vegas, 1998
Helmut Newton, A night at the Opera, 1988
Helmut Newton, Margaret Thatcher, 1991
Helmut Newton, Jean-Marie Le Pen, New Yorker, 1997
Helmut Newton, Salvador Dalì, Figueras, Vanity Fair, 1986
Helmut Newton, Andy Warhol, 1974
Helmut Newton, Helmut Berger, 1984
Helmut Newton, Michelangelo Antonioni, Valentino and Monica Vitti in the Café Greco, 1985
Helmut Newton, Isabella Blow
Helmut Newton, David Bowie, 1983
Helmut Newton, Sophia Loren, 1977
Helmut Newton, Me & Courbet at Musée D’Orsay, 1996
Helmut Newton, After Velasquez in my apartment, 1981 - Diego Velasquez, La Venere allo specchio, 1644
Helmut Newton, Le Baiser - Bordighera, 1982 - Man Ray, Le Baiser - Lee Miller, 1930
Helmut Newton, North by Northwest, Vogue UK, 1967 - Alfred Hitchcock, North by Northwest, 1959
Helmut Newton, Marta Marzotto in her garden with her portrait by Renato Guttuso, 1986
Helmut Newton, Nadja Auermann, US Vogue, 1993
Helmut Newton, Helena Christensen and Cindy Crawford, Vogue Paris, 1991
Helmut Newton, Brescia 11.00, Brescia midi, 1981
Helmut Newton, Rue Aubriot, Le Smoking YSL, 1975
Helmut Newton, Self portrait with wife June and model, 1981
Helmut Newton, June Brunell, 1972
Helmut Newton, Saddle I, 1975
Helmut Newton, Jo Champa at Hotel Chelsea, 1988
Helmut Newton, Ava Gardner, 1984
Helmut Newton, Catherine Deneuve, 1976
Helmut Newton, Madonna, 1990
Helmut Newton, Ornella Muti, 1986
Helmut Newton, Charlotte Rampling, 1977
Helmut Newton, Karl Lagerfeld, 1992
Helmut Newton, Carla Bruni, 1992
Helmut Newton, Liz Taylor, 1985
Helmut Newton, Van Cleef & Arpels diamond bracelet x-ray, 1979
Helmut Newton, Fat hand and dollars, 1986
Helmut Newton, Jeff Koons & Cicciolina, 1991
Helmut Newton, Benedikt & Angelika Taschen, 1999
Helmut Newton, David Lynch & Isabella Rossellini, 1986
Helmut Newton, Diane von Furstenberg & Alain Elkann, 1984
Helmut Newton, Serge Gainsbourg & Jane Birkin, 1978
Helmut Newton, Donatella Versace, Allegra & Paul Beck, 1990
All pics’ courtesy Helmut Newton Estate
[1] «Sono sempre stato attratto dal potere - sessuale, finanziario o politico».
[2] «voyeur, maniaco sessuale».
[3] «La volgarità è vita, divertimento, invidia, reazioni estreme».
[4] «Le fotografie di taluni sono arte. Le mie non lo sono. Se capita che vengano esposte in una galleria o in un museo, tanto meglio. Ma non è questo il motivo per cui le realizzo. Io sono un killer professionista».
[5] «Mi piace fotografare le persone che amo, quelle che ammiro, i famosi ma soprattutto i famigerati, quelli che sono famosi anche se non dovrebbero. Il mio ultimo soggetto famigerato è stato il politico francese di estrema destra Jean-Marie Le Pen».
[6] «Odio il buon gusto. È la peggior cosa che possa capitare ad una persona creativa».
[7] «Ha fotografato donne scultoree in scenografie monumentali. L’esibizione al Grand Palais ci è sembrata la giusta evoluzione».
[8] «Amo la fotografia con le palle».
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