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Fergus Greer & Johhny Rozsa, ABOUT LEIGH BOWERY - Milano, Camera16 contemporary art - fino al 30.04.2012 PDF
Venerdì 13 Aprile 2012 00:00

TAKE A BOW-ERY!

Fergus Greer & Johhny Rozsa, About Leigh Bowery - a cura di Carlo Madesani

Milano, Camera16 contemporary art - fino al 30.04.2012

di Fabiola Triolo

 

Leigh Bowery by Fergus GreerWhat's disturbing about distortion?

The agenda isn't beauty, or ugliness.

I mean, that's all your ideas[1]"

Leigh Bowery

 

Quando i Club Kids irruppero a scandalizzare, al solo colpo di outfit, una benpensante audience americana dalla messa in piega perfettamente impalcata presente al Joan Rivers Show, nel 1990, lei, Joan Rivers, chiamò per primo lui, Leigh Bowery.

 

Non riusciva a smettere di guardarlo, nonostante ce ne fosse, di materiale per distogliere lo sguardo - dall’oblò strategico sugli shorts di Michael Alig, al perfetto pendant del boa purpureo con i capelli di James St. James, al candido visone appoggiato distrattamente su un bikini di paillettes di un’ancora pressoché umana Amanda Lepore.

 

L’aveva chiamato per primo, e prima ancora che il pubblico potesse chiudere la bocca gli aveva fatto un paio di domande piuttosto frivole, con la sua vocina roca, alle quali si era sentita rispondere in perfetta dizione e con timbro suadentemente magnetico, avvalendosi di un forbito vocabolario e di una compostezza da lord, nonostante quella sfera di tulle arancione che gli copriva interamente il volto, e che avrebbe lasciato intendere tutt’altro.

 

La bocca del pubblico continuò a spalancarsi esponenzialmente.

 

manhattan club kids

in alto: sx pic, Joan Rivers Show - dx pic, James St. James & Leigh Bowery
in basso: Michael Alig, Leigh Bowery & Amanda Lepore
 

 

Nel congedarli, una Rivers novella Cassandra profetizzò “I think you want to have a good time, in life, and not hurt nobody[2]”.

 

Le cose non andarono così, ma quel che è certo è che i Manhattan Club Kids, la cui brillante leggenda ha avuto risvolti tragici - come documentato nei cult in formato cartaceo Disco Bloodbath, ed in supporto digitale in Party Monster - si sono plasmati sulla base di quella gargantuesca figura cui la cara Joan non riusciva, se non domandandoglielo direttamente, ad attribuire un sesso.

 

 

Fergus Greer, Leigh Bowery, session III, look 11Obiettivo raggiunto, perché Leigh Bowery (Melbourne, 1961 - Londra, 1994) era un’artista, una club celebrity, un cantante, ballerino ed attore.

Il direttore artistico di un video splendido come quello di Unfinished Sympathy per i Massive Attack, nel 1991.

Un omosessuale che sposò una donna, uno stilista che si rifiutava di commercializzare le proprie creazioni, un provocatore figlio di due devoti militanti dell’Esercito della Salvezza, che dall’Australia aveva scelto come sua casa, e suo palcoscenico, la Londra del SEX and Seditionaries.

Un gender-bender che è saputo sfuggire a qualsiasi definizione, e che ha saputo splendidamente cucirsi addosso le ossessioni di un decennio - quello degli anni ’80 - caratterizzato dall’era Thatcher e dalla tristemente omofoba Clause 28, ma anche dalla caduta del Muro di Berlino, dalla cultura del clubbing, dalla nascita di MTV e dalla promulgazione dei video come nuovo codice di accesso, cui fecero seguito la devozione al narcisismo, all’esibizionismo, alla pubblicità tout-court di se stessi.

 

Leigh non era solo “un’icona deflagrante e destabilizzante negli anni del governo Thatcher”, come lo ha definito la curatrice Mariuccia Casadio; né soltanto “as rich as one of his toasted sandwiches, with tartar sauce, blue stilton, tomatoes, lettuce, watercress, gherkins, onion, Marmite, cheese, peanut butter and strawberry jam[3]”, come scrisse di lui Sue Tilley, sua amica e biografa di Leigh Bowery: the life and times of an icon (1997, Sceptre books).

Leigh era, nelle parole di Boy George che meglio lo racchiudono, “modern art on legs[4]”, creatura debordante che trasformava in arte contemporanea la materia che meglio padroneggiava: se stesso.

 

Fergus Greer, Leigh Bowery, session I and session III 

 

Oggi si fa un gran disquisire su panettieri, pagnotte, gallerie e su cosa sia performance o meno, secondo visioni abramovic-iane della domenica pomeriggio nostrana...

Ma Leigh Bowery era capace di convertire una semplice passeggiata, in Meatpacking District a NY o nei pressi di Leicester Square che fosse, in una performance coinvolgente e geniale, piegando quel corpo imperfetto al suo volere, trasformando cliché del travestitismo in puro surrealismo, bistrando col trucco il viso, o anche solo risucchiandolo ed inglobandolo come parte dell’outfit, annullandone connotati ed appartenenze di genere.

 

Leigh didn't have the same size prejudices as the rest of us.

He celebrated his fleshy proportions and turned them into a gorgeous fashion statement.

I think that's what I loved about him most: he pushed it in your face[5]”.

Boy George

 

sx pic: Leigh Bowery & Nicola Bateman Bowery, Fete worse than death - dx pic: Nicola Bateman Bowery

Fergus Greer, Leigh and Nicola Bowery, Session VII, Look 37 

Musa di Lucian Freud, che ne dipinse splendidi ritratti, fu dopo il loro incontro che, nelle parole della moglie Nicola Bateman Bowery, Leigh cominciò a ridisegnare i propri abiti non più nascondendone le rotondità, ma celebrandole:

Lucian adorava il suo corpo. Per anni Leigh aveva lottato per perdere peso. I suoi primi abiti erano tagliati per farlo apparire diverso, per snellirlo. Gli abiti che disegnò dopo avere cominciato a posare per Lucian erano fatti a partire dal suo corpo. Le curve e la massa davano forma agli abiti. La pancia non gli dava più pensieri. Se la tirava su per farsi il seno”.

 

Laddove John Waters e Divine esaltavano in maniera camp la femminilità, Bowery, pur ammirando la loro lezione (celebrata nella performance Fete worse than death, presentata al Kinky Gerlinky e riproposta al Wigstock nel 1994, omaggio a Female Trouble all’interno del quale Divine dà alla luce una bambina), oltrepassava il confine, semplicemente cancellandolo.

 

                            

 

Il suo lavoro rompe l’hic et nunc collocandosi al di fuori del tempo, e si traduce in un continuo monologo nel quale è evidente, e splendidamente risolto, il conflitto tra il corpo e l’apparenza, introducendo un’angolatura inedita ed appassionante del freak e del fuori luogo.

 

Fergus Greer, Leigh Bowery, Session VI, 1992Ne emerge il ritratto a tutto tondo di una personalità complessa, debordante e ironica, di un fine intellettuale appassionato di tutte le espressioni artistiche, sotto apparenze grottesche, spinte all’eccesso, quasi inquietanti.

 

Quella maschera sociale con la quale scegliamo di rivestire la nostra identità, in Bowery meglio che in chiunque altro, diventa essa stessa identità - certamente di rottura, ma non per questo meno autentica.

 

Nelle memorabili performances che Leigh tenne, nell’ottobre 1988, alla Anthony D’Offay Gallery, tutto girava intorno alla sua semplice presenza, ed alla noncuranza che seguiva alla consapevolezza di avere lo sguardo altrui posato su se stesso; un monologo aperto al dialogo unicamente attraverso il codice della corporeità. Lo stesso Anthony D’Offay, che lo volle nel suo prestigioso spazio d’arte dopo averlo conosciuto ad una monografica su Gilbert & George, lo definì come “uno specchio attraverso il quale gli altri potevano vedere i propri pensieri, consci ed inconsci”.

 

Fergus Greer, Leigh Bowery, Session III, Look 12, august 1990

 

Da qui, l’idea della performance: seduto su una chaise longue di fronte ad uno specchio unidirezionale, Leigh poteva vedere solo se stesso, ed il pubblico poteva vedere solo lui, un giorno profana divinità indù, il giorno successivo sgraziato ballerino in tutù, il giorno dopo ancora alieno dai lunghi capelli neri, coperto di sproporzionati monili.

 

Ogni giorno una nuova maschera, che esaltava, anziché nascondere, la propria prismatica identità, in un atto di auto-creazione narcisistico e catartico sempre presente nel lavoro di Leigh, che usava la moda come un elettroshock vivificatore: “I don’t want the things I make to be merely flamboyant, that’s been done before. Clothes should be either threatening or challenging, and should make people think. Dress as though your life depends on it, or don’t bother[6]”.

 

 

Trojan & Leigh Bowery, Pakis from Outer Space

Johnny Rozsa, Leigh Bowery and Trojan, 1983Sebbene abbia prodotto solo quattro collezioni (Hobo, 1982, per la New York fashion week, Pakis from Outer Space, Mincing Queens e Disease/Spastic, 1983, 1984 e 1986, per la London fashion week, con modelli del calibro di Trojan, David Lachapelle e Michael Clark), Bowery non smise mai di essere stilista, annoverando anche collaborazioni costanti per le linee di Rifat Ozbek e dei Bodymap Stevie Stewart & David Holah.

 

Semplicemente, egli preferì la strada ed il leggendario Taboo, nightclub del quale fu creatore e direttore artistico dall’85 all’87 - lo stesso cui è ispirato l’omonimo musical, in cui ad indossare i panni di Leigh, anziché quelli di se stesso, è ancora Boy George - come passerelle anticonvenzionali e dal richiamo ben più allargato, rispetto a quello temporalmente cadenzato e geograficamente circoscritto delle settimane della moda.

 

 

Leigh Bowery and Michael Clark, Hail the new puritan, 1985

sx pic: Leigh Bowery - dx pic: Michael Clark, Hail the new puritan (1985), regia di Charles Atlas

 

Laddove sue fonti di ispirazione immediatamente riconoscibili fossero la mancanza di grazia solo apparente del Cigno Zoppo e dei Flowers di Lindsay Kemp, il teatro proto-punk messo in scena da Ziggy Stardust, la già citata estetica camp en travesti celebrata da Divine e l’opulenza decadente di Federico Fellini, Leigh non smette ancora di essere arte, non solo in quanto soggetto produttore di essa ma anche in quanto oggetto, musa trasversale del mondo artistico come di quello della moda e della performance, Zeitgeist che trascende un limite tutto terreno come quello della morte.

 

Leigh Bowery, John Galliano

sx pic: Trojan & Leigh Bowery - dx pic: creazione di John Galliano

 

Leigh Bowery, Alexander McQueen, Gareth Pugh

sx pics: Leigh Bowery e una creazione di Alexander McQueen - dx pics: Leigh Bowery e una creazione di Gareth Pugh

 

Leigh Bowery, Pandemonia Panacea

sx pic: Leigh Bowery - dx pic: Pandemonia Panacea

 

Da Boy George (autore di canzoni a lui espressamente dedicate come Ich bin Kunst, Satan’s Butterfly Ball e la splendida Out of Fashion, il cui recente progetto The Twin è rivolto tutto alla ‘gemellanza’ con Bowery) a John Galliano, dal Cremaster Cycle di Matthew Barney all’intrigante Pandemonia Panacea, al regista Charles Atlas, autore del documentario del 2002 The legend of Leigh Bowery, passando per talenti contemporanei come Antony Hegarty degli Antony & the Johnsons, Alexander McQueen, i Soundsuits di Nick Cave e Gareth Pugh, la forza della presenza indipendente, largamente inaccettabile ed inaccessibile di Bowery continua prepotentemente ad essere illuminata dai riflettori.

 

Leigh Bowery, Vivienne Westwood

sx pic: Leigh Bowery - dx pic: una creazione di Vivienne Westwood

 

Leigh Bowery, Martin Margiela

sx pic: Leigh Bowery - dx pic: creazione di Martin Margiela

 

E le luci su Leigh sono accese fino al 30 aprile anche a Milano, con la retrospettiva About Leigh Bowery, della quale autori sono due fotografi del calibro di Fergus Greer e Johnny Rozsa, e curatore è Carlo Madesani, fondatore e direttore degli spazi di Camera16, presente con il suo stand a MiArt.

 

camera16, about leigh bowery, greer and rozsa

Vernissage About Leigh Bowery @ Camera16 Contemporary Art

 

Johnny Rozsa collabora con Bowery in occasione del servizio fotografico per la realizzazione di una serie di Christmas Cards nel 1986, ritraendolo anche per la copertina di quello stesso i-D del quale Bowery era avido consumatore, mettendone a fuoco soprattutto la tagliente ironia.

 

Johnny Rozsa, Leigh Bowery, i-D 1987, Christmas card 1986

Johnny Rozsa, Leigh Bowery Christmas Cards, 1986

in alto: Johnny Rosza, i-D cover ft. Leigh Bowery, 1987 - Christmas Card, 1986
in basso: Johnny Rosza, Christmas Cards, 1986

 

Fergus Greer, autore del libro Leigh Bowery Looks, ne è forse il più celebre ritrattista, con fotografie scorrendo le quali è immediatamente palese tutto il profondo lavoro che Bowery sviluppa attorno al proprio corpo: “Fergus Greer's photos of Bowery are some of the best I've seen, because they have a warholian kind of simplicity, and still manage to be moving and romantic[7]” (Boy George).

 

Fergus Greer, Leigh Bowery, session I, look 2, november 1988

dal libro Leigh Bowery Looks: Fergus Greer, Leigh Bowery, session I look 2, Novembre 1988 (inedita fino al 2010)

 

 

"I don't want to be remembered as a person with AIDS, I want to be remembered as a person with IDEAS[8]"; forse per questo, al suo capezzale, Leigh suggerì di dire a tutti che la sua assenza era dovuta al fatto che era andato ad allevare maiali in Bolivia[9].

When I heard Leigh had died, I cried. The world had lost another couture icon, another mirror ball[10]” (Boy George). E non so voi, ma per quanto mi riguarda, di fronte a quelle meravigliose sfere specchiate e luccicanti nei clubs la mia reazione è sempre stata quella di rimanerne inevitabilmente incantata.

 

 

Fergus Greer & Johnny Rozsa, About Leigh Bowery

a cura di Carlo Madesani 

dal 10 febbraio al 30 aprile 2012

Camera16 Contemporary Art - via Pisacane, 16 - Milano

Orari: dal martedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.00

www.camera16.it

 

 

Camera16 è presente a MiArt 2012

dal 13 al 15 aprile 2012 - Pad.3, Stand A38

Orari: 13 e 14 aprile dalle 12.00 alle 20.00 - 15 aprile dalle 11.00 alle 21.00

Ingresso: Viale Scarampo, Gate 5 | intero 15 € - ridotto 10 €

www.miart.it

 

 

Tutte le foto presenti nell'articolo, dove non diversamente indicato, sono di Fergus Greer & Johhny Rozsa - courtesy Camera16

 

 

[1] "Cosa c'è di inquietante, nella distorsione? L'agenda non è bellezza, o bruttezza. Voglio dire, sono semplicemente le tue idee". 
[2] "Credo che vogliate divertirvi, nella vita, e non fare del male a nessuno". 
[3] "Ricco come uno dei suoi sandwich tostati, con salsa tartara, gorgonzola, pomodori, lattuga, crescione, cetriolini, cipolla, Marmite, formaggio, burro d'arachidi e marmellata di fragole".
[4] "Arte moderna su due gambe". 
[5] "Leigh non aveva gli stessi pregiudizi sulla taglia che quasi noi tutti abbiamo. Celebrava le sue rotondità e le trasformava in una meravigliosa dichiarazione di moda. Credo che sia ciò che più ho amato di lui: te lo sbatteva in faccia".
[6] "Non voglio fare cose che siano semplicemente vistose, questo è già stato fatto in precedenza. I vestiti dovrebbero essere o intimidatori o provocatori, e dovrebbero indurre la gente a pensare. Vestiti come se la tua vita dipendesse da questo, o non scocciare".
[7] "Le foto di Bowery scattate da Fergus Greer sono tra le più belle che io abbia visto, perchè hanno una certa semplicità warholiana, pur riuscendo ad essere emozionanti e romantiche". 
[8] "Non voglio essere ricordato come una persona con l'AIDS, voglio essere ricordato come una persona con idee". 
[10] "Quando ho appreso che Leigh era morto, ho pianto. Il mondo aveva perso un'altra icona della moda, un'altra palla specchiata".
 
 
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avatar Fabiola - redazione SeroxCult
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Special thanx to Simona Spinola, mio adorato virtual-braccio destro!
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avatar Valeria
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Indimenticabile Leigh Bowery... bellissimo articolo, perfettamente documentato e scritto con parole suggestive...
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