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TACCO MATTO Il nuovo fashion-diktat: l’architectural footwear di Fabiola Triolo
pubblicato il 01/08/2009
La moda è uno strumento atto a lasciare il segno della nostra presenza, è un vezzo che parla di noi mediante tessuti e cromie, è un elegante biglietto da visita sapientemente recapitato a chiunque ci circondi. Tra tutti i giochi di potere, quello che si esplica attraverso la moda è certamente il più raffinato. D’altronde, legato come è ad una simbologia gerarchica che lo colloca indiscutibilmente al di sopra di tutto, se il potere dovesse essere rappresentato da un elemento di stile, nessuno, ironia della sorte, potrebbe farlo meglio di quello che si pone, di fatto, ai livelli più bassi: il tacco.
Materialmente è ai nostri piedi, emblematicamente ci eleva; douleur exquise per eccellenza, appaga gli occhi e martirizza le caviglie, ma cosa sono due miseri ossicini, rispetto alla favolosa ebbrezza che regala la sensazione del potere? Che la loro paternità appartenga a Leonardo da Vinci in un’inedita veste di couturier, avendoli fatti indossare nel 1503 alla sua Monna Lisa per guadagnarne in slancio e sensualità della sua figura, o che al contrario loro madre sia Caterina de’ Medici, in occasione delle sue nozze con il Duca d’Orléans, nel 1533, resta che da cinquecento anni i tacchi affollano tanto l’immaginario femminile quanto quello maschile, arrivando a diventare dolce ossessione, sublime dipendenza, spesso voyeurismo (dai toni più o meno soft).

E come il Pusherman di Curtis Mayfield, elegantemente pronta a nutrire la nostra assuefazione, l’industria della moda non si risparmia nel regalarci vere e proprie opere d’arte, spesso raccolte in vernissages che elevano ciò che rade terra alla stregua di quello che fieramente si mostra sulle pareti delle gallerie, complice una sempre più stretta collaborazione fra la haute couture ed il design.
A partire dal 2008, infatti, quando Nostra Signora delle Scene, Louise Veronica Ciccone in arte Madonna, si presentò alla premiere del suo lungometraggio “Il sacro ed il profano” con ai piedi le Chanel’s Miami Vice, dal tacco a forma di revolver tempestato di swarovski, le più blasonate Maisons, affiancate ai nuovi talenti, hanno ingaggiato una stupefacente lotta a colpi di tacco che, per quanto spesso possa lasciare fortemente dubbiosi circa la loro effettiva portabilità, non manca tuttavia nello scopo precipuo della maggior parte delle opere d’arte: quello di sorprendere.
Continuando con Karl Lagerfeld per Chanel, la Light Bulb Heel, sandalo in capretto nero con una lampadina perfettamente funzionante che fa bella mostra di sé nel tacco, sembra rivolta a tutte quelle donne che, vivendo la propria adolescenza negli anni ’90, indossavano con fierezza le luminose sneakers L.A. Gear; John Galliano per Christian Dior ha disegnato le Deity Heels, nelle quali a sostenere il passo tramite il tacco vi sono le stesse Cariatidi che sostenevano le volte degli antichi templi greci; ancora Galliano, per la propria collezione, propone zeppe e plateaux talmente strutturate che per loro si è coniato il termine di architectural footwear. Moschino non si accontenta di ricoprire di frange la propria decolleté, ma le distribuisce generosamente anche sui tacchi, così come la Maison Martin

Margiela offre con le Disco Shoes meravigliosi sandali completamente cosparso, tacco compreso, degli stessi specchietti luccicanti che compongono le Disco Balls. Non possiamo esimerci dal citare uno dei più famosi shoes-designers del mondo, Christian Louboutin, che in occasione della parigina mostra fetish dedicata a David Lynch ha disegnato le Fetish Ballet Heels, ballerine nei colori che l’hanno reso celebre alle quali ha aggiunto tacchi vertiginosi, commentando lealmente quanto maliziosamente che “con queste scarpe non si può pensare né di camminare né tantomeno di correre, sono state realizzate per restare sdraiate”.

Menzione d’onore va ad Antonio Berardi, che rende memorabile la sua platform in virtù della completa assenza del tacco, sfidando ogni legge fisica e certamente ogni capacità di umana sopportazione del dolore (eccezion fatta per Victoria Beckham, che ha indossato, disinvolta e stoica, la versione in stivali di latex); armato della stessa voglia di provocare e di sovvertire, Marc Jacobs ha creato décolletés all’interno delle quali il tacco si sposta dalla posizione canonica, quella sotto il tallone, alla suola, roteato di 90 gradi, rivoluzione che nel mondo della moda ha quasi lo stesso sapore di quella copernicana.
Tra gli astri nascenti, la segnalazione è d’obbligo per Nicholas Kirkwood, creatore di sandali quintessenza della femminilità, dal tacco sagomato e sensuale e con fili di perle all’interno dei plateaux; Nina Hjorth, che rende protagonisti delle sue creazioni colori in contrasto, forme geometriche e rialzi prensili, e Scherer Gonzales, che inserisce nei tacchi dei suoi altissimi sandali in plexiglass fiori di tutti i tipi, con un immediato quanto romantico effetto balconate in Primavera.
E proprio lì, su quella sottilissima, quasi impercettibile linea che si colloca fra la meraviglia e l’assurdo, il duo di designers Aminaka Wilmont, in diametrale antitesi con le platforms di Antonio Berardi prive di tacco, ha creato il tacco privo di scarpa, da fasciare elegantemente intorno alla caviglia... Per tutte coloro che a 10 centimetri di tacco, anche a piedi nudi, proprio non intendono rinunciare.
www.nicholaskirkwood.com www.ninahjorth.com www.scherergonzales.com www.aminakawilmont.com
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