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MALCOLM WAS HERE
"Bisogna avere il caos in sé, per generare una stella danzante”. La stella di Malcolm McLaren non si è limitata a danzare.
di Fabiola Triolo pubblicato il 27/04/2010
Non ha piovuto, sulla sua parata.
Non avrebbe potuto piovere, del resto, perché i funerali di Malcolm McLaren hanno rispecchiato ciò che egli era: nulla di convenzionale, tutto sovvertito, fuck the system mode: on.
Non un corteo nero per piangerne la morte, ma una sfilata full-coloured per celebrarne la vita; niente formali marce funebri noiosamente sommesse, ma anticonformiste tracce punk da urlare a dispetto di tutto, anche della sua malattia; nessun minuto di raccoglimento in silenzio, bensì ‘un minuto di scompiglio’ osservato in ogni parte del mondo, alzando il volume della musica al massimo, a mezzogiorno di Giovedì 22 Aprile, giorno delle sue esequie, per volere della sua famiglia, e per onorare l’eclettismo dell’uomo che ha sdoganato il punk e l’anarchia come forma, non solo nella moda o nella musica, ma nella stessa società conservatrice che ha sempre, appagantemente, saputo scioccare, teddy-boy contro gli hippies, punk e new-romantic contro gli yuppies, sofisticato contro gli approssimativi.

Una parata come l’avrebbe certamente progettata il Punk Architect: in testa al corteo, quattro cavalli neri con i paramenti funerari hanno trasportato in carrozza una bara aerografata con uno dei nomi della prima boutique aperta a Londra insieme alla sua compagna di vita per molti anni, dame Vivienne Westwood, suggestivamente adottato come perfetto necrologio per lui: Too fast to live, too young to die.
Una corona floreale ricomponeva le parole di uno dei suoi manifesti, Cash from Chaos, ed un’altra, dono di Boy George, ricreava un simbolo anarchico composto da rose rosse e bianche.

Dietro la carrozza, un autobus Routemaster, carico di suoi amici che lanciavano volantini celebrativi, con un destabilizzante ‘Nowhere’ come targa di destinazione ed un potente impianto di amplificazione, ha fatto risuonare per tutta Camden Town i suoi successi, da quelli con i Sex Pistols, a Buffalo Gals, con cui Malcolm sdoganò l’hip hop in Occidente assieme a Ray Petri, ad I want Candy dei Bow Wow Wow, a About Her – scelta da Quentin Tarantino come main track per Kill Bill vol.2 – a quella stessa Deep in Vogue del 1989 che diede vita al fashion moving, consacrato l’anno seguente da Vogue di Madonna.

Le sedute dell’autobus erano state fatte appositamente rivestire in tartan, tessuto paradigmatico per quella che era stata la sua rivoluzione nel fashion system.
Perché Malcolm McLaren era stato capace di sovvertire anche il tradizionalismo di un tessuto.
Il mondo della moda più anticonformista, quello della musica più ribelle e quello dell’arte maggiormente provocatoria hanno preso posto sulle panche della cappella sconsacrata di One Marylebone per salutarlo; ospiti come Bella Freud, Adam Ant, Tracey Emin, Siouxsie Sioux, Pam Hogg e Jean-Charles de Castelbajac hanno accolto di buon grado l’invito di Bob Geldof e di Paul Cook, batterista dei Sex Pistols, ad unirsi a loro nel cantare in un luogo sacro - o che comunque sacro lo era stato - l’inno punk You need hands, main track del suo lungometraggio del 1980 The great Rock’n’Roll swindle.
Joseph Corré, figlio di McLaren e di Vivienne Westwood e fondatore di Agent Provocateur, ha letto i messaggi di coloro che non erano riusciti a partecipare alle esequie, tra cui quello ironico di Johnny Rotten – perché spesso la morte ha una grande capacità moderatrice.
“I am very, very sad that unbelievably Malcolm is dead, and I just wanted to say, on this cruel, cruel day: get a life, and do something with it” sono state invece le parole di Dame Viv, nascondendo a fatica le lacrime, ulteriore dimostrazione che l’essere ‘Dame’ non è da tutti.
Fuori dalla chiesa, accolto in modo emozionantemente appropriato dalla My way di Sid Vicious, la bara è stato accompagnata al cimitero di Highgate (lo stesso che ospita la tomba di un rivoluzionario altrettanto degno di nota, seppure in campi un filo più seriosi: Karl Marx), acclamata ancora una volta da quella stessa generazione che la giornalista Julie Burchill definì “interamente figlia della Thatcher e di McLaren”.
Una generazione evocata e rievocata, geniale e avversata, elettronica, fantasiosa e veloce.
Una generazione da poco orfana di padre.
http://www.youtube.com/watch?v=doyFssxPnzs
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