SU(L)REALE
Intervista a Valentina Vannicola
di Valeria Ribaldi
Ancora pochi giorni, presso lo spazio espositivo Wunderkammern, per visitare l’esposizione Living Layers III. Realizzata in collaborazione con il MACRO, Living Layers è un progetto di public art che si colloca nella storica periferia romana di Torpignattara.
Il coinvolgimento di artisti di fama internazionale è funzionale a un approccio partecipativo grazie al quale l’arte contemporanea scopre un contesto urbano, reinterpretandolo in senso estetico e critico.
La serie fotografica di Valentina Vannicola, in questo senso, è illuminante.
Valentina Vannicola, Opera 01, 2012
Valeria Ribaldi/ Cara Valentina, la componente paesaggistica nei tuoi scatti è parte integrante della cifra stilistica di tutti i tuoi lavori. Da Alice nel paese delle Meraviglie, passando per Cervantes, fino all’Inferno di Dante, l’ambientazione è sempre stata una tua scelta, libera e caratterizzante.
Come hai affrontato un progetto che partiva invece da un luogo delimitato e prestabilito?
Valentina Vannicola/ Con questo progetto esco per la prima volta dai miei confini territoriali e visionari, ed entro in contatto con dei luoghi dotati di una potenza immaginifica a me sconosciuta. I posti dove ho fino ad ora operato sono impressi nella mia memoria e possono essere ripercorsi nella mia mente in qualsiasi momento, sino a divenire le naturali locations dei miei racconti.


dall'alto: Valentina Vannicola, Escape (ispirato al Don Chisciotte di Cervantes), 2009
Valentina Vannicola, In Wonderland, 2010 - L'Inferno di Dante, Il Limbo, 2011
Valentina Vannicola, The Princess and the Pea, 2010
Lavorare su un nuovo territorio delimitato e prestabilito significa, dunque, studiarlo sino a saperlo ripetere a memoria. Per fare ciò, ho acquistato una cartina dettagliata di Roma al Genio Civile, e sono partita da uno studio basico dello spazio sulla mappa, tenendo per me l'area interessata (il Sesto Municipio). Il gioco è stato quello di tracciare degli itinerari, uscire di casa e percorrerli fino a capirli, interiorizzarli. Come in una sorta di ripetuto e costante pellegrinaggio urbano, ho intrapreso nel tempo questo cammino in solitudine - il frequente spaesamento durante questi percorsi era una delle regole del gioco...
Valentina Vannicola, portrait
VR/ Per i precedenti lavori, come dicevi, hai sempre scelto luoghi bucolici: le campagne che conoscevi sin dall’infanzia della Maremma Laziale. Com’è stato l’impatto con il cemento? In che modo hai dovuto riconsiderare/ristudiare lo spazio?
VV/ Dal momento in cui sono venuta in contatto con questo luogo, ho operato un'immediata e naturale de-temporalizzazione e de-spazializzazione, per poi arrivare ad una ri-contestualizzazione dello spazio stesso.
All’inizio di questo nuovo lavoro, ciò che più mi infastidiva a livello narrativo erano, ad esempio, le macchine: interminabili file posteggiate diritte lungo i marciapiedi, contrassegnate da colori che suggeriscono la moda del momento e da targhe che riportano intrecci cronologici di numeri... tutti elementi che mi riconducevano inevitabilmente ad un qui/adesso e che, dunque, non potevano entrare in armonia con la mia narrazione.
Non si è trattato, però, di una fuga dal contesto urbano, quanto piuttosto di una volontà di attribuire un senso altro a questo. Il cemento diviene il mondo delimitato entro cui sono congelati i personaggi, rappresenta la carica reale delle immagini attraverso un aereo, un cortile, una casa; oppure, è invaso dagli elementi stessi che compongono la scena, ed allora è spaccato da code di balene, o da alberi che riaffiorano a galla.

Valentina Vannicola, backstage and final result @ Wunderkammern
VR/ Quanto c’è di umano ed empatico, nei luoghi ritratti per Living Layers III?
VV/ Posso descrivere il mio percorso creativo come una passeggiata silente che, pian piano, ha plasmato personaggi, nient'altro che il risultato del mio sentire scaturito da questi paesaggi.
Posso dire che, questa volta, il luogo ha scavalcato il testo: esso non è più il contenitore dell'immagine, ma ne suggerisce - o addirittura ne diviene - il contenuto.
I luoghi sono i personaggi.
VR/ Come hai scelto gli attori delle tue opere, e come hai cucito le storie attorno a loro?
VV/ Man mano che portavo avanti la mia perlustrazione meticolosa dei luoghi, essi hanno iniziato a popolarsi dei volti e dei corpi delle persone incontrate, o alle quali ho pensato negli ultimi tempi. È questo un approccio che utilizzo sempre nei miei lavori, perché è parte di un percorso che nasce spontaneamente, creando immagini mentali che non posso ignorare.
Il coinvolgimento della rete sociale che mi circonda è il passo successivo. In tutti i miei lavori, infatti, includo persone che conosco - e non è necessario, in effetti, che io le conosca profondamente; anche solo avendole incontrate per strada nel mio quartiere, infatti, queste possono essersi insinuate nel mio immaginario, e di conseguenza, entrare a far parte delle mie opere.
VR/ I personaggi e i luoghi descritti dalle tue immagini sono protagonisti e, allo stesso tempo, vittime di una fermezza che li rende a tratti surreali, che li proietta in una dimensione astratta e sospesa. Questa sospensione delle azioni è dovuta alle nevrosi quotidiane della vita cittadina, o è espressione di un lato della natura umana?
VV/ La città, col suo forte realismo, suggerisce paradossalmente la messa in scena di un universo parallelo, dove si animano le ossessioni, i dolori o i segreti dell’essere umano. È un mondo, questo, popolato di creature sole, che si agitano da ferme in non-luoghi dove l’azione si blocca, diventa ciclica, si spezza: perde di senso. Queste presenze soffrono di inadeguatezza nei confronti di un presente ambiguo e sfuggente, che li costringe a vagare in un tempo di sogno in cui rivedono le proprie paure, immaginano all’infinito il come sarebbe potuto essere, liberano il proprio lato oscuro, decifrano la propria incapacità di riuscire ad essere insieme all’altro.

Living Layers III, vernissage
VR/ Nel tuo percorso personale, la fotografia è probabilmente solo un (momentaneo?) punto d’arrivo. Da disegnatrice, a costumista, a scenografa, cosa trovi oggi nella fotografia, che negli altri percorsi non hai trovato?
Oppure: cos’ha la fotografia di diverso, rispetto alle altre strade che hai percorso?
VV/ La fotografia è l'atto finale di un lungo processo creativo che è a monte di ogni mio lavoro: è l'eloquente mezzo con cui congelo e ritraggo le mie visioni.
In realtà, al di là di quello che si dice, io non sono propriamente né una costumista, né una scenografa o una disegnatrice. Anche se utilizzo tutte queste tecniche per comporre le mie immagini, lo faccio in maniera del tutto personale e interpretativa. Gli schizzi mi sono fondamentali per appuntare le scene nella mia mente: dal momento in cui queste sono ferme su un pezzo di carta, l'immagine può prendere vita. Successivamente recupero gli abiti, li modifico, li ‘costruisco’ senza, però, avere l'abilità di una vera e propria sarta, ed infine (o contemporaneamente) arrivo alla scenografia.
Quest'ultima fase è affrontata con estrema meticolosità: le installazioni che entrano nelle mie immagini devono essere composte alla perfezione. Posso impiegare anche più giorni, ma l'albero deve essere trovato e piantato nel cemento, la coda di una balena deve essere costruita e sotterrata in quell'esatto punto, la piramide di sedie deve essere montata sul gradone di una cava di sassi, il letto con il suo sandwich di materassi deve essere composto su una collina...
Per far questo, fortunatamente, non sono mai sola, ma circondata da una troupe di amici che mi sostiene e mi comprende.
E, soprattutto, mi aiuta a spingere barche tra i prati incolti di Roma!

Valentina Vannicola, Opera 02, 2012
Valentina Vannicola, Living Layers III
in collaborazione con MACRO - Museo d’Arte Contemporanea Roma
testo critico di Simona Antonacci
dal 17 maggio al 28 giugno 2012
Galleria Wunderkammern - via Gabrio Serbelloni, 124 - Roma
Orari: dal mercoledì al sabato, dalle 17.00 alle 20.00
Open admittance
www.wunderkammern.net
All pics’ credits & courtesy: Valentina Vannicola & Wunderkammern, Roma, 2012
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