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NE' QUI NE' ALTROVE - Intervista a GIUSEPPE PIETRONIRO e MARCO RAPARELLI PDF
Lunedì 07 Maggio 2012 12:17

NE’ QUI NE’ ALTROVE

Intervista a Giuseppe Pietroniro e Marco Raparelli

di Ilaria Piccioni

 

Sara Feola, Ne qui ne altrove, Cura PublishingIl museo è, per eccellenza, luogo di condivisione dell’arte e spazio per la primaria esperienza di fruizione del bello; consente la valorizzazione della conoscenza e l’analisi, a volte poco approfondita, del sistema dell’arte stessa.

Per l’arte contemporanea la questione è complessa e spinosa, a tratti mantiene dinamiche oscure ai non addetti ai lavori, raramente chiarite. Ma farsi servire una lettura diretta da chi nell’arte lavora e ne fa materia prima di ricerca agevola una nuova visione.

Il racconto viene dai diretti interessati: gli artisti. Nella mostra al Museo Andersen di Roma, Giuseppe Pietroniro e Marco Raparelli diventano ospiti sui generis dello spazio museale ed interlocutori diretti dell’arte del nostro tempo.

 

Ilaria Piccioni/ Com’è nato il progetto di mostra a quattro mani al Museo Andersen intitolato Né qui né altrove, a cura di Adriana Polveroni e Martina De Luca? Raccontatemi la vostra idea ed esperienza di collaborazione.

Giuseppe Pietroniro/ il progetto ha avuto origine un paio d’anni fa, quando Adriana Polveroni ci ha proposto di realizzare un progetto a quattro mani, inizialmente concepito per una galleria privata, avvicinando le nostre pratiche artistiche. Volevamo realizzare un intervento con l’idea di Marco di sottrazione dello spazio attraverso il disegno, e con la mia abituale pratica di lettura dello spazio attraverso il lavoro fotografico. Poi, con il passare del tempo, è cambiato tanto il nostro progetto quanto la collocazione. Del Museo Andersen - spazio molto complesso essendo stato una casa privata - ci interessava la dimensione architettonica, opposta al white cube di una galleria d'arte; ciò ha apportato un mutamento importante all’idea iniziale, che è stata completamente riveduta. Inoltre, ci interessava che fosse stata l’abitazione di un artista, con ambienti molto caratterizzati. Abbiamo così iniziato a ragionare sulla dialettica tra casa e museo e su ciò che sono oggi i musei stessi, contenitori di opere. É stato interessante frequentarlo ogni giorno, da ‘impiegati’, facendo nascere il lavoro poco per volta. E il budget limitato ci ha portato ad affrontare questa sfida con maggiore impegno.

Marco Raparelli/ Sì, Giuseppe ha spiegato bene, è stato interessante mettere insieme due pratiche diverse ragionando sulla dimensione dello spazio, io attraverso il disegno e Giuseppe con la fotografia. C’è stato un budget minimo, ma comunque fruibile grazie al sostegno della GNAM. Realizzare la mostra all’Andersen è stata una nuova possibilità, essendo totalmente diverso dagli altri luoghi che avevamo valutato. Siamo andati ad indagare aspetti della contemporaneità oggi e dell’approccio di alcuni artisti. Abbiamo messo in discussione, in maniera ironica, alcuni aspetti senza troppo teorizzare, istintivamente, guidati dalla nuova esperienza del lavorare insieme.

 

Pietroniro e Raparelli, Siediti qui e pensa a qualcosa di arte contemporanea o ad altro, 2012

 

Ne qui ne altrove, backstage, Museo AndersenIP/ Infatti ciò che si legge chiaramente è l’aspetto dell’ironia, elemento prevalente e fil rouge della mostra, in dialettica costante con l’analisi della condizione dei musei contemporanei e con l’elaborazione personale di uno stato dell'arte, piuttosto che una critica.

GP/ Come dice Marco, abbiamo analizzato la problematica dei musei e le difficoltà che vivono con un forte confronto tra di noi, ci siamo parlati molto. Il risultato finale è privo di giudizio, non ha aspetti negativi ma porta a una critica propositiva.

Abbiamo preso in considerazione il lavoro di molti artisti oggi, provando a sottolinearlo attraverso l’ironia.

MR/ Lavorando con la carta abbiamo realizzato lavori come semplici fake - ne sono un esempio la riproposizione di alcune riviste ed opere d’arte, oppure i tavoli che riportano molti disegni, tutti lavori nati da una forte condivisione e sovrapposizione di interventi tesi ad aggiungere ed a sottrarre.

Abbiamo lavorato sulla stratificazione.

 

IP/ Emerge fortemente la vostra idea originaria, dominante sulla semplice pratica artistica.

Il progetto comprende anche la realizzazione di un libro edito da Cura, è stata un'esperienza complessa?

GP/ In effetti sì. Abbiamo avuto un approccio molto delicato, iniziando a progettare i disegni per il libro. Effettivamente io ho avuto maggiore difficoltà nell’approccio condiviso (al contrario di Marco, già abituato avendo partecipato a un altro progetto simile), avevo una sorta di timore di mostrarmi, così come di lavorare in un altro posto, quale il suo studio, dove sono stati realizzati i disegni.

MR/ Il libro, già in programma ed al quale abbiamo lavorato prima di entrare al museo, consisterà in una serie di immagini della mostra, con testi e foto del backstage, ed in un corpo di disegni inediti non esposti. Da principio eravamo effettivamente un po’ preoccupati, vivendo entrambi una sorta di pudore, essendo abituati a lavorare da soli.

 

Sara Feola, Ne qui ne altrove, Cura publishing

 

IP/ Certo, anche perché le vostre identità artistiche sono cresciute autonomamente, senza finora prendere in considerazione l’aspetto della condivisione di idee e progetti. Com’è cambiato il vostro modo di lavorare, e che ruolo ha avuto l’esperienza nello spazio museale?

Pietroniro e Raparelli, Bar, 2012MR/ L’idea era chiara sin dal principio, ma ha poi preso forma con l’evoluzione del lavoro, un vero work in progress nello spazio. Abbiamo avuto una buona opportunità, perché noi artisti italiani non abbiamo molte possibilità - come altri artisti stranieri della stessa generazione - di interagire facilmente con le realtà museali. Avevamo dieci giorni per allestire la mostra, sfruttando al massimo questo nostro tempo ed essendo stati molto prolifici nei giorni della preparazione. La mostra ha dei costi molto contenuti, ma grazie all’impegno della GNAM è stata garantita anche la realizzazione del libro. La mostra, che occupa cinque sale più il bar, si fruisce e non si esaurisce in un solo spazio; va gustata.

Ricordo che la sera dell’inaugurazione mi ha fatto piacere vedere persone che passavano da una stanza all’altra divertite, è stato un ottimo feedback per noi. La sera prima dell’opening pensavamo che in ogni caso sarebbe stata una bellissima esperienza, in particolare dal punto di vista umano, anche se non avesse accolto consensi.

Ci siamo divertiti.

Pietroniro e Raparelli, Immaginando un fiore, 2012GP/ Infatti, ci siamo liberati ed abbiamo iniziato a scherzare e ridere molto, tutto il resto è venuto da sé. È stato come un allenamento mentale, incontrandoci tutte le mattine. Probabilmente, se avessimo avuto più tempo, sarebbe venuto fuori molto altro ancora, anche per l’interazione con il materiale. La conoscenza della carta è stata una scoperta, perché col tempo ne abbiamo approfondito il trattamento e le soluzioni che allo stesso tempo ci forniva.

Sarebbe interessante se anche altri direttori di musei visionassero il progetto, perché in fondo non è necessario avere grossi budgets per dare la possibilità di interagire con spazi istituzionali. Secondo me, la difficoltà degli artisti oggi è proprio quella di relazionarsi con uno spazio museale, molto diverso dalla galleria d’arte. La lettura dell’opera è molto più complessa, ha un altro tipo di aura, ed il lavoro acquisisce un altro spessore.

È importante che si prenda in considerazione lo spazio in cui si lavora.

 

IP/ Perché avete scelto di creare opere di carta e di lasciare che il bianco predominasse?

GP/ È stata una scelta pratica. All'inizio non sapevamo che il risultato sarebbe stato questo, tutto è stato costruito poco per volta, come quando si dipinge una tela e l'opera prende forma quasi autonomamente.

MR/ La carta è il materiale più semplice da lavorare e più idoneo rispetto alle nostre intenzioni, è un elemento leggero che volevamo venisse sottolineato. Il progetto è una sorta di percorso ideale. Alcuni interventi erano già stati pensati, poi sono cambiati nella forma, lavorando insieme e in rapporto con lo spazio.

 

Pietroniro e Raparelli, Busto di giovinetto con fiocco a farfalla, 2012IP/ Che reazioni ha suscitato il lavoro, e nella fattispecie il suo aspetto ironico?

GP/ Più di una persona ci ha detto che era un progetto colto, che ha suscitato interesse.

MR/ Ci hanno detto che sarebbe interessante approfondire l'idea di fondo, ma non so dire se questa sia una cosa che tocca a noi fare. Mi piacerebbe se qualcuno cogliesse lo spunto per parlare anche di altro, ma sempre con un atteggiamento privo di polemica, fornendo una risposta attualizzata tramite i lavori, non essendo dei teorici.

 

IP/ Sicuramente non siete dei teorici, ma lavorate nel sistema dell'arte e dovete relazionarvi - anche involontariamente - con dinamiche consolidate a volte escludenti.

GP/ Sì, sono d'accordo. Ma il problema non sussiste, se prendiamo una posizione e la difendiamo, un po' come abbiamo fatto con questa mostra. Di fronte a un atteggiamento critico, i referenti sono a volte permalosi, si deve quindi fare attenzione a non essere fraintesi - chiaramente, questa è una condizione vissuta dalla maggior parte degli artisti in questo momento. Come diceva Marco, noi abbiamo voluto sollevare una questione attraverso il lavoro, è stato il nostro modo di esprimerci.

 MR/ Noi non abbiamo sferrato degli attacchi frontali, bensì abbiamo messo in gioco un dialogo indiretto con le riviste, ‘citate’ nel progetto, con cui intratteniamo anche un rapporto di amicizia. Abbiamo ripreso spunti dalla realtà attraverso immagini che richiamavano le reali copertine delle pubblicazioni di settore, quindi la nostra non è stata una polemica, ma soltanto una presa diretta dalla realtà, trasportata in un racconto fatto di immagini e disegni.

 

Pietroniro e Raparelli, Black and white, 2012IP/ Avete insomma soltanto fotografato, con una sfumatura soggettiva, la realtà ambivalente che si vive nell'arte contemporanea?

GP/ Esatto, ma constatiamo che tanti prendono molto sul serio il cosiddetto ‘sistema’. Bisogna anche fare molta attenzione in questo momento, ci sono diversi malumori e si percepisce che il suddetto sistema si sta ammalando. È facile lamentarsi e criticare, ma se l'analisi diventa distruttiva porta a una paralisi. Adesso, invece, c'è bisogno di proporre. Forse in questo momento è incidente l'aspetto politico, scavalcando l'aspetto plastico-formale che l'opera deve avere; l'opera d'arte deve essere bella, brutta, difficile, dinamica e ironica, ma se si va oltre, per sottolineare esclusivamente la funzione politica, si evidenzia inevitabilmente il momento di difficoltà.

MR/ Noi rispondiamo sul campo. L'opera deve avere una certa autonomia, avendo la sola pretesa di cambiare il mondo in senso poetico. È importante capire a chi si vuole parlare, perché il mondo reale non è soltanto il sistema dell'arte, e diffido dei lavori troppo politici perché si rivolgono ad un micromondo.

 

Pietroniro e Raparelli, La difficolta di fare centro, 2012IP/ È dunque probabile, al di là della condizione politica, che la forma di implosione che vive oggi questo settore sia dettata dalla attuale condizione economica del Paese. Il lavoro che avete realizzato con Né qui né altrove può esserne la traduzione?

GP/ Non vorrei che la crisi economica diventasse un alibi per non produrre più. I momenti di rottura sono i più interessanti, e quando c'è una forte crisi economica l'oggetto inizia a perdere valore perché non è spendibile, venendo così sostituito dalla parola, o con dei falsi oggetti. Si dissimula, e questo è un po' la sintesi della nostra mostra. È un atteggiamento che coinvolge tutti i settori, in particolare quello culturale. Tuttavia, in questo momento chi ha forti idee può trovare il suo spazio per emergere. Così, il museo dovrebbe veicolare un pensiero nuovo più facilmente rispetto a una galleria privata, che è legata a dinamiche di mercato obbligate. L'artista dovrebbe essere sostenuto dalle istituzioni.

MR/ La politica serve a dare risposte alle persone, ragion per cui bisogna riuscire a veicolare correttamente il messaggio al pubblico giusto, con mezzi consoni. Bisogna fare attenzione a non vanificare l'intenzione artistica mancando il tramite di comunicazione e l'interlocutore, si deve capire a chi si vuole parlare, e forse è importante poter parlare a più persone possibili, non soltanto ad una cerchia ristretta; mi interessa che il mio lavoro non parli solo al mondo dell'arte, sperando che possa essere recepito ovunque. Se l'intento è politico esso deve trovare la chiarezza assoluta, se invece è un atto artistico può anche rivolgersi a poche persone.

 

IP/ Che valore ha, nel complesso del lavoro, il titolo della mostra?

MR/ Il titolo è nato da un foglio che dovevamo realizzare per la copertina del libro, in uno dei nostri innumerevoli incontri per deciderlo. Scegliendo di tematizzare la mostra sulla precarietà dei musei volevamo comunque alleggerire la questione, anche partendo dal titolo. Nei vari tentativi e ipotesi abbiamo individuato, all’interno della frase "vorrei essere...", nè qui né altrove - che è anche il titolo di un libro di Gianrico Carofiglio. Ci piaceva il richiamo al senso di ubiquità ed al duplice significato che esso comporta. Mi piacciono i titoli ambigui, e con Giuseppe ci siamo trovati d’accordo anche su questo aspetto. Penso comunque che il titolo non si debba sostituire all'opera.

GP/ Sì, sono interessanti le possibilità aperte dalla ambiguità di alcuni titoli, che non devono essere dominanti, decodificabili e avere un'autonomia. Né qui né altrove è la ‘mummietta’ che ovviamente non c'entra niente con il titolo, e che richiama l'idea di un tipo di museo dell'antico. Risuona spesso la pratica del tornare al passato, frequente nelle ultime tendenze artistiche.

 

IP/ È stato interessante unire le forze e convogliare le idee in un progetto comune, portando forza a un lavoro che, anche se composto da identità artistiche distinte come le vostre, apre le porte a nuove esperienze e possibilità di lettura?

 

Ne qui ne altrove, backstage al Museo Andersen

 

GP/ Certamente. Unire i pensieri dà forza all'esperienza artistica anche a livello personale ed emotivo. Mi sono avvicinato alla teoria di Marco traendone spunti interessanti, ricevendo spontaneamente la sua ironia nei confronti dell'arte, aprendomi molto, essendo io un artista abbastanza ‘abbottonato’. Penso che in questo momento storico si possa trovare qualcosa di interessante da esperienze come questa, sebbene l'arte purtroppo porti all'accentuazione dell'individualismo.

MR/ Dopo questa esperienza comune, ci interessa l'idea di continuare insieme con nuovi progetti. Chiaramente abbiamo due identità diverse e realizziamo lavori differenti, ma sarà interessante trovare una linea condivisibile e sottendibile anche ad altre pratiche.

 

 

Giuseppe Pietroniro & Marco Raparelli, NE’ QUI NE’ ALTROVE

a cura di Adriana Polveroni e Martina De Luca

Dal 2 Marzo al 27 Maggio 2012

Museo Hendrik Christian Andersen - Via Pasquale Stanislao Mancini, 20 - Roma

Orari: dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 19.30 - Ingresso Gratuito

Tel. 06.3219089 - www.museoandersen.beniculturali.it

Acquista il libro

 

 

Pics’ credits & courtesy

1_Né qui né altrove - credits: Sara Feola - courtesy Cura.publishing

2_Pietroniro e Raparelli,Adesso siediti qui e pensa a qualcosa di arte contemporanea o ad altro, 2012 - courtesy the artists

3_Né qui né altrove, backstage - courtesy Museo Andersen

4, 5, 6_ Né qui né altrove - credits: Sara Feola - courtesy Cura.publishing

7_Pietroniro e Raparelli, Bar, 2012 - courtesy the artists

8_Pietroniro e Raparelli, Immaginando un fiore, 2012 - courtesy the artists

9_Pietroniro e Raparelli, Busto di giovinetto con fiocco a farfalla, 2012 - courtesy the artists

10_Pietroniro e Raparelli, Black and White, 2012 - courtesy the artists

11_Pietroniro e Raparelli, La difficoltà di fare centro, 2012 - courtesy the artists

12_Né qui né altrove, backstage - courtesy Museo Andersen

 

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bellissima mostra, finalmente ci siamo divertite!!
beatrice e benedetta
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