LA SUORA BAROCCA
Intervista a Léa Peckre
di Stephanie Chaulet
Novizie a testa velata con abiti Amish-glam e tacchi altissimi: realtà o fantasia? Assolutamente realtà, ma che nasce dalla fantasia di Léa Peckre, giovane e brillante fashion designer francese.
Atipico sarebbe una parola riduttiva per descrivere l’universo estetico di Léa, talentuosa vincitrice nel 2011 del Grand Prix del prestigioso Festival di Hyères, accolto ogni anno - sin dal 1986 - nella Villa Noailles per presentare il vivaio degli stilisti che faranno il futuro della moda, da Gaspard Yurkievich al geniale duo composto da Viktor & Rolf.
Lontano dai limelights della imperante tv-reality di Project Runway e America’s Next Top Model, Léa ha saputo creare un progetto di moda a partire dall’embrione di un progetto di vita: avulsa dal minimalismo, la stilista vuole esplorare come un’esteta le vie infinite dello stile, e vivere appieno tutte le sensazioni create dalla sua arte.
La designer di 27 anni di Tourcoing, nel nord della Francia, si è diplomata nella rinomata École Nationale des Arts Visuels de La Cambre a Bruxelles, dove le fu assegnato il Rue Blanche Award. Dopo una gavetta come internship da Jean-Paul Gaultier, Léa collabora adesso alle creazioni di Isabel Marant. Ha scelto di presentarsi al Festival di Hyères per sfidare ed abbagliare l’occhio degli specialisti della moda contemporanea. Obiettivo raggiunto: la high-class della giuria del Festival, sotto la presidenza di Raf Simons affiancato - tra gli altri - da Christopher Kane, Carla Sozzani e Lazaro Hernandez per Proenza Schouler, è stata affascinata dalla collezione poetica e brillantemente sperimentale di Léa, Cemeteries are fields of flowers.
Le sue donne portano un velo nero - simbolo della più alta austerità, come religiose lontane dalle vanità del mondo terrestre - ma celebrano la bellezza del corpo in abiti dai colori minerali, dal marrone legnoso all’azzurro impalpabile, dove la trasparenza è matrice della prodezza artistica.
Contrasti visuali e concettuali sono le keywords della sua collezione: il velo nero abbinato ai tessuti raffinati, a ricami floridi di sofisticatezza, a giochi barocchi sulle curve con motivi circolari immensi sul girovita, a trasparenze delicate. Una nuova lettura della moda, in un’atmosfera che evoca le pitture fiamminghe. Autenticità, raffinatezza, artigianalità: emozioni e ricercatezza si rivelano nella manodopera estremamente precisa dei tessuti e delle forme (le stesse paillettes dei vestiti sono state create a mano da Léa).
Se i cimiteri sono campi di fiori, l’incontro con la morte non è mai stato così vitale.
Stephanie Chaulet/ Les cimetières sont des champs de fleurs, titolo della tua splendida collezione (e di un romanzo di Yann Moix del 1999), evoca la bellezza nell’austerità, i fiori in un cimitero. Ci racconti come è nata una tale funerea ispirazione?
Léa Peckre/ Secondo me, uno scopo fondamentale della moda risiede nella proiezione e nell’interpretazione dei grandi temi che fanno girare il mondo, morte compresa. Grazie alla magia della moda, tutto può essere celebrato, ed essa può dare un nuovo significato anche a temi così delicati. Nella mia ricerca artistica, ho notato che i cimiteri sono una costante di ogni posto, dal paesino di provincia alla megalopoli. Sono luoghi affascinanti e paradossalmente pieni di energia, ma senza le contaminazioni dell’industrializzazione e della tecnologia. Luoghi dove la mia predilezione per la manualità dell’arte, espressa nei ricami elaborati e, più in generale, in ogni abilità tradizionale fondamentale per il linguaggio della moda, può fiorire senza limiti.


 SC/ Il velo, un accessorio diventato uno strumento della polemica tra le religioni; hai pensato di farne un elemento essenziale della tua collezione, malgrado tutte le connotazioni di rigorismo ad esso attribuite. Alcuni parlano della tua collezione come pervasa da un estetismo prossimo allo spirit religioso protestante. Qual è la tua posizione rispetto a queste interpretazioni?
LP/ La mia non è una scelta politica, ma totalmente artistica. Nella mia ottica (l’ottica estetica, più che religiosa) il velo evoca il mistero e permette di rendere più affascinanti le cose, è uno strumento per ricreare un mondo parallelo. Ovvio che ci sia anche un senso mistico, ma è più inteso come rimando ad un segreto, ad un’iniziazione per eletti che possano cogliere la bellezza della creazione.
Inoltre, scegliere il velo come punctum della collezione ha avuto anche un altro significato, più “tecnico”. Sono molto attenta ai giochi di luci, ed il velo mi ha dato l’opportunità della massima accuratezza della proporzione, attraverso le trasparenze nere da esso conferite a braccia e viso. Esteticamente e graficamente, il velo è scultore del corpo femminile: unifica la silhouette.
 
SC/ Le tue linee ricordano la moda/architettura di Gianfranco Ferrè, ed il tuo amore per la sperimentazione si avvicina a quello delle tue colleghe Iris Van Herpen e Sandra Backlund. Tra passato e futuro, quali sono i tuoi motivi di ispirazione?
LP/ Mi nutro dell’ammirazione per molti stilisti, sopratutto per Dries Van Noten - tanto per la persona quanto per la sua ricerca artistica, soprattutto per i colori. Penso anche a Proenza Schouler... tuttavia cerco di non ricalcare la scia di nessuno, e non mi sento un’erede. La mia ispirazione si spinge soprattutto verso l’innovazione nel campo delle materie, che non sono sempre naturali, spesso sintetiche, ma danno l’apparenza della naturalezza: materie come la rafia, o i vimini. Quindi, tra passato e futuro, certamente futuro.
SC/ Nei sentieri dei tuoi cimiteri fioriti, quali sono le piste visive rintracciabili? A me, per esempio, è venuta subito in mente Ingrid Bergman in camicia candida, scrutata dall’occhio diffidente delle donne siciliane vestite di nero, del film Stromboli di Rossellini.
LP/ La mia immaginazione contiene sicuramente tanti riferimenti cinematografici, ma non precisi. Fellini è un regista dall’estetica che mi ha profondamente colpita, tuttavia non ho in mente nessuna immagine in particolare. Sono molto attaccata alla spontaneità, ed alla dimensione istintuale ed istintiva della mia ricerca, che non è concettuale ma estetica, e dettata esclusivamente dalle mie emozioni.
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Open call per il Festival de Hyères 2012
Pics’ credits :
Pic 1 & 3_Alizé Morand
Pic 5 & 6_Sonny photos
Pic 7, 8, 9 & 10_Jonathan-Philippe Lévy
Pic 11_Kevin Laloux
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