ENTROPIA IN BIANCO E NERO
Intervista ad Alessandra d’Urso
di Stephanie Chaulet
Nell’universo dell’arte fotografica c’è un pianeta nascente, quello di Alessandra d’Urso, occupato da immagini rigorosamente black & white, inflessibilmente non postprodotte, che catturano, tra luce ed ombra, forti momenti di vita.
Vita pubblica - come quella raccontata durante le performances di rockers, djs e artisti, consumata con e per il proprio pubblico - e vita privata, nella sua doppia accezione: quella intimistica - un ritratto in studio, teso a raccontare con un’immagine la quintessenza del soggetto fotografato; e quella patita, nel senso più etimologico della parola - una foto di reportage, all’interno della quale spesso il protagonista soffre la passione dell'essere stato derubato di ogni suo diritto fondamentale.
Vita pubblica e privata, indagate da un obiettivo sapiente, in ciascuna delle loro sfumature.


Classe 1978, dopo anni di formazione ai prestigiosi ICP - International Center of Photography di New York e all’Institut International SPEOS di Parigi, Alessandra è in continuo ampliamento dei propri linguaggi, ed in continuo movimento - dal reportage, al fashion shooting, alla ritrattistica - nel suo percorso cosmopolita ed eclettico.
Residente da dieci anni a Parigi, lavora adesso come free-lance, con le sue opere in mostra su riviste come Marie-Claire, Next, Grazia, Rolling Stone, D di Repubblica.
Non solo per ritrarre la ribalta di artisti come Leonard Cohen, Iggy Pop, i Massive Attack o Nick Cave, non solo per raccontare un’identità attraverso un abito, ma anche per testimoniare emergenze sociali, da quella dei sopravvissuti all’uragano Sidr in Bangladesh, alla condizione dei rifugiati politici iraniani LGBT in Turchia.
Intelletto, passione e puro senso artistico sono palpabili in ogni suo scatto, nella trasformazione dell’arte in messaggio performativo e sociale, nella metamorfosi del fotografare nel fare.
Stephanie Chaulet/ Artista eclettica, che sa parlare linguaggi visivi tra loro agli antipodi, come quelli della moda, del rock e della fotografia sociale. Qual è il comune denominatore capace di garantirti l’equilibrio per ogni tuo lavoro?
Alessandra d’Urso/ Non credo di essere in equilibrio, ma è certamente la curiosità che mi spinge avanti.
È un po’ come diceva Einstein: “la vita è come una bicicletta: per mantenere l’equilibrio bisogna avanzare”.
SC/ Il tuo codice, fatto di minimalismo e di autenticità, privilegia il ritratto. È una scelta coerente con la verità da te ricercata, ma forse è anche la più difficile...
AdU/ Il ritratto è certamente la parte più difficile del mio lavoro! Ma è anche uno scambio, nel senso che è per me una sfida, ed un grande stimolo, riuscire a tirar fuori l’essenza di una persona, riuscire a restituirle la sua irripetibile verità.

 Questa duplice sfida nel catturare un attimo fuggente, ed al contempo il distillato dell’anima dei suoi soggetti, si sviluppa fotografando volti, corpi, dettagli.
Club Sandwich, Proud e What’s gouine on, ad esempio, sono serie di suoi ritratti all’interno dei quali, nella ricerca del totale, Alessandra si focalizza sul particolare: una maschera piumata, un polsino in pizzo candido, una benda sull’occhio, un anello vistoso.
Ma anche un artificio, come farfalle posate sulle spalle, possono servire allo scopo di raccontare ciò che si è, più di mille parole. Un po’ come accade per l’induzione, o per quella illusione che è l’anamorfosi.

 Nella stessa ottica induttiva, la ricerca artistica di Alessandra si focalizza ora sul corpo tatuato, tema del suo prossimo progetto.
SC/ Tattoo Project è il tuo attuale work in progress: qual è la parte che più ti attrae del tatuaggio, quella puramente artistica del disegno, o quella più intima della storia che racconta?
AdU/ In realtà, è il tatuaggio in sé che mi ha sempre affascinata: è come se si cercasse di rendere eterno qualcosa che è assolutamente impermanente.
Un po’ come accade per la fotografia...
Un rapporto, quello fra fuggevolezza ed eternità dell’esistenza, che torna anche nello shooting Vanité, rappresentazione contemporanea del memento mori: un cranio, da cui fuoriescono eteree farfalle e splendidi fiori, in bianco e nero, a memoria della materia di cui si compongono i sentimenti fatui.
L’estrema fragilità dell’essere umano e della convivenza con una rete sociale ed ambientale spesso ostili viene ulteriormente esplorata da Alessandra nelle sue numerose collaborazioni con ONLUS quali Action Aid o Terre des Hommes, come è accaduto per la recente mostra milanese, alla Fondazione Arnaldo Pomodoro, Hospites - No worries: these people are staying.
Rendere testimonianza del percorso dei migranti tramite frammenti della loro vita quotidiana, trasformati in ritratti, rivela un altro lato del suo talento e della sua personalissima missione come artista: tributare un omaggio a persone colte nella tragicità del momento, sapendone mettere in evidenza la dignità, la sofferenza silenziosa e composta, la fiamma inestinguibile ed impalpabile della speranza.

SC/ Hospites alla Fondazione Pomodoro è la più recente esibizione che riguarda il tuo contributo nel campo del sociale, per il quale hai viaggiato dagli orfanatrofi di Saigon agli skid rows di LA, dai campi di guerra del Kashmir agli accampamenti di fortuna del Bangladesh. Secondo te, qual è l’imperativo più importante per un fotografo?
AdU/ Hospites è stato davvero un momento prezioso, una comunione che ha saputo riunire persone molto diverse tra loro, e che nello stesso momento ha saputo unire persone che condividono le stesse difficoltà.
 
Credo che l’importante, per ogni fotografo, sia di restare fedele a se stesso, tanto artisticamente quanto nella scelta dei propri soggetti e dei propri contenuti.
Il mondo è saturo di immagini vuote, finte, volgari.
Credo che la verità, in ultima analisi, sia la scelta più necessaria.
 È assolutamente chiaro, dunque, quanto Alessandra rifiuti gli incasellamenti e gli stereotipi, nel suo mestiere come nella vita. Mossa dalla passione per la fotografia e dalla fame insaziabile del mondo, Alessandra ha definitivamente scelto il campo della fotografia come modo sui generis di amare la vita in tutti suoi paradossi.
SC/ Un libro, un film, un profumo ed una parola per te emblematici?
AdU/ Il libro: Lacrime e Santi, di Emil Cioran.
Il film: Into the Wild, di Sean Penn.
Il profumo... hai presente l'odore dell'aria, un attimo prima che cominci a nevicare?
La parola: ho sposato il concetto di caos. E di entropia.

www.alessandradurso.com (sito in costruzione)
Alessandra d'Urso su Facebook
Pics’ credits:
1_Meds_Alessandra d’Urso
2_Marianne Faithfull - Joan as Police Woman_Alessandra d’Urso
3_Jacques Fivel_Alessandra d’Urso
4_Autoritratto_Alessandra d’Urso
5_Vainui de Castelbajac_Alessandra d’Urso
6_Michelangelo Pistoletto_Alessandra d’Urso
7_Club Sandwich - Valentin_Alessandra d’Urso
8_Jennifer Lemanceau_Alessandra d’Urso
9_Vanité - The Tattoo Project_Alessandra d’Urso
10_Wave to reaction, Sidr cyclone survivors, Bangladesh_Alessandra d'Urso
10_ Slums of Dhakka, Bangladesh_Alessandra d’Urso
11_Orphanage, Saigon, Vietnam - Children of Bombay_Alessandra d’Urso
12_Lily - Last day of Magic_Alessandra d’Urso
13_Bea Demi Mondaine_Alessandra d’Urso
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