Art à porter: è la collezione ANDY WARHOL BY PEPE JEANS
Venerdì 06 Luglio 2012 10:10
TAKE A WALK ON THE PEPE SIDE
Art à porter: è la collezione ANDY WARHOL BY PEPE JEANS
di Fabiola Triolo
Lezione n°1: l’ambiente modifica l’uomo.
Ne sanno qualcosa gli inadeguati dinosauri, le giraffe dal chilometrico collo, ne sono dimostrazione le tante variazioni del becco nei fringuelli delle Galapagos.
Ok, l’abbiamo presa un po’ alla lontana, ma in tempi di epocali scoperte di Bosoni vari, non potevamo che fornire un fondamento scientifico al nostro assioma: se la teoria dell’adattamento è alla base dell’evoluzione della specie, le favolose creature che popolavano la Factory di Andy Warhol non potevano che essere la risultante di una spietata selezione, operata secondo precise condiciones sine qua non: l’estro, lo stile, la capacità comunicativa dal punto di vista visivo, l’innovatività.
La meraviglia.
Quell’argenteo loft di Manhattan, sotto la regia di un fragile genio che non si separava mai dal suo toupet e dal suo atteggiamento elegantemente apatico, seppe produrre un numero splendidamente imprecisato di icone, da Edie Sedgwick a Candy Darling, da Nico a Holly Woodlawn, delle quali ancora oggi - tristi tempi di misunderstanding iconico - subiamo il fascino irresistibile.
Nostalgica e caparbia, la Generazione X della quale facciamo parte indossa fieramente Stephen Sprouse per Vuitton, divora biografie in versione cartacea o cinematografica dei Manhattan Club Kids, affolla l’MDNA World Tour e si dispera cantando a squarciagola Papa don’t preach, memore della storica collaborazione di quei tempi fra Warhol e Keith Haring, in onore della Nostra indiscutibile Signora del Pop.
Those were the reasons, and that was New York: la città della Factory, del Chelsea Hotel e dello Studio 54 che ogni sera apriva il sipario per offrire ai suoi fortunatissimi astanti the biggest party of the world.
Sembra intrisa di quello spirito malinconico/barra testardo/barra glam-rock la collezione Andy Warhol by Pepe Jeans, nata nel 2007 dal denim-brand inglese Pepe Jeans Londonin collaborazione con la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts.
Del resto, era il 1973 l’anno in cui i tre fratelli kenioti Nitin, Arun e Milan Shah affittarono una bancarella in Portobello Road, da allestire ogni sabato, per vendere i loro ricercatissimi jeans - esattamente l’anno di uscita di Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, quando si dice la coincidenza.
A partire da quell’anno, il brand non ha mai conosciuto battute d’arresto, veloce come il team di Formula Uno Red Bull di cui è sponsor ufficiale, e coerente nel non basarsi tanto sulla gelida scienza del marketing per proporre la propria visione di stile, quanto nel contare sul passaparola di un certo segmento della popolazione londinese: quella dei clubbers più avanguardisti.
Così, da un ponte di Notting Hill che ospitava una modesta bancarella a Portobello a pochi metri dal Sex and Seditionaries, ad un centro di comando di 25.000 m2 nel cuore di Londra (che oggi dirige 7000 grossisti in oltre 60 Paesi nel mondo - v. l’apertura del monomarca di Roma, nel 2010, con annesso concerto dei luccicantissimi Scissor Sisters), la walk on the wild side di Pepe Jeans è stata costellata - e certamente spianata - da una serie di campagne pubblicitarie che si avvalevano di personaggi non necessariamente famosi mainstream, ma immaginifici in termini di stile e di anticonformismo, proprio come accadeva nella Factory newyorkese solo un decennio prima.
Fu Pepe Jeans a proporre la primissima campagna pubblicitaria ad un’allora completamente sconosciuta Kate Moss, a firmare shootings diretti da fotografi del calibro di Bruce Weber (1993), Steven Klein (2005), David Sims (2008), Steven Meisel o Tom Munro (entrambi nel 2009), ad inserire nei propri spot l’inno degli Smiths How soon is now (1985).
Fu Pepe Jeans, nel 1986, a pagare il cachet più alto che egli abbia mai ricevuto al nostro amatissimo Leigh Bowery, art director e testimonial di una campagna pubblicitaria (introvabile sulla Rete) che lo vedeva, camaleonticamente surreale come sempre, ripetere fino all’ossessione la frase Where’s Pepe?, foneticamente identica a Wears Pepe.
extract from Where's Pepe ad campaign starring Leigh Bowery, 1986
L’importanza conferita alla dimensione pubblicitaria accosta così, in un passo quasi obbligato, il brand ad Andy Warhol, l’artista che seppe rendere iconico un barattolo di zuppa pronta, lo stesso che dichiarò che un supermercato non è diverso da un museo e che la pubblicità non è che una delle tante forme artistiche contemporanee, forse la più rappresentativa della società cui si rivolge, trasformando istantaneamente il consumismo in cultura ready to made, proprio come un caffè solubile.
Andy Warhol by Pepe Jeans nasce nel 2007, perfettamente ricettiva del messaggio dell’artista, sfruttandone le sue opere iconiche insieme alla sua immagine, resa anch’essa icona da se stesso, prima che dalla sua osannazione post-mortem.
I colori, come da tradizione, sono quelli pop, accostati alle stampe in bianco e nero ed a sporadici flash di oro e di argento conferiti da borchie, paillettes e lurex; le linee sono tendenzialmente basiche, sfruttando soprattutto l’alchimia tra l’impronta anni ’70 che caratterizza la Londra rivoluzionaria di quel decennio (ed il marchio nella sua completezza), e l’immaginario legato ad Andy Warhol ed alla forza iconografica delle sue Superstars.
Andy Warhol by Pepe Jeans è declinato in seta, in chambray, in pelle lavata e, reduce dalla fresca presentazione all’ultimo Pitti Uomo, in denim Tru-Blu, trattato senza l'impiego di sostanze chimiche per tutte e sei le sue colorazioni, dallo used scuro all'effetto candeggiato, e riciclando l'acqua necessaria ai lavaggi fino al 90%.
La collezione consta di due linee: Pop, dove celeberrime serigrafie come il ritratto in quadricromia di Marilyn Monroe, di Jacqueline Kennedy, della Campbell’s Soup o del simbolo del dollaro invadono serialmente abiti e clutches, e Factory, all’interno della qualele foto rielaborate delle poliedriche Superstars che gravitavano attornoal loft di Manhattan, o le locandine dei lungometraggi diretti da Warhol, diventano protagoniste di t-shirts, di camicie,di bangles, di fodere di pellicce rigorosamente ecologiche.
Un product-placement che, ne siamo certi, Andy stesso avrebbe seguito in prima persona, testimonial non appena poteva dei prodotti più disparati e più rappresentativi del modus vivendi tipicamente a stelle e strisce - dal Commodore Amiga 1000, a Vogue America, alla lacca per capelli Vidal Sassoon, al semplice atto di mangiare un hamburger.
E così come Warhol, cultore ossessivo delle arti visive, raccolse il meglio che gli anni ’60 potessero offrire nella sua luccicante warehouse, Andy Warhol by Pepe Jeans accorpa arte e moda in una riuscita esperienza di art à porter a tinte pop.
Con buona pace di teorie evolutive varie, e di una nostalgia per i bei tempi andati che durerà sicuramente ben più di quindici minuti.
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