NEIN, DAS IST VERBOTEN!
Vietato! I limiti che cambiano la fotografia: divieto di emotività a Roma
di Francesca Borzacchi
Cinquantacinque scatti, in passe-partout avorio con cornice nera, illuminati dall’alto da fari bianchi. Altrettanti rettangolini neri si posano sul vetro, e su sguardi censurati.
La prima cosa che ci si chiede, osservando ognuna delle foto appese, è: perché tutti i soggetti che compaiono in ogni singola fotografia hanno quel rettangolo nero davanti agli occhi? È proprio lì che risiede il senso della mostra, nel perché siano vietati quegli sguardi. Nella provocazione costruttiva.
La collettiva itinerante Vietato! - I limiti che cambiano la fotografia, dopo l’esposizione in altre prestigiose sedi italiane, è stata accolta nel nuovo spazio delle Officine Fotografiche di Roma: area polifunzionale di 600 mq, laboratorio progettuale, continuo, aperto alla creatività individuale e di gruppo.


Giovani talenti tanto quanto affermati professionisti hanno accettato di bandire lo sguardo dei loro soggetti fotografici per manifestare un cambiamento non accetto di status, un diniego simbolico - ma non per questo meno forte - a ciò che sta succedendo. C’è preoccupazione in relazione alle nuove norme che vincolano l’attività di reporter - e in generale quella di fotografo - e questa mostra ne rappresenta una protesta coerente, condotta con la migliore arma di cui i fotografi dispongono: la creatività.


La street-photography, una delle più elevate libertà di espressioni mai conosciute, il miglior mezzo per immortalare volti e scene di vita quotidiane, subisce ora dei limiti, e l’aver accettato di oscurare gli sguardi nelle loro opere da parte dei fotografi ne costituisce una denuncia.
Il D.Lgs 196/2003 si occupa sostanzialmente del fatto che non sia possibile raccogliere indiscriminatamente dati personali sui cittadini per poi rielaborarli, cederli ad altri o pubblicarli, e riporta una sfilza di provvedimenti, gonfiati in importanza, per i quali l’attività di reporter si trasforma in un continuo chiedere cosa si possa o meno fotografare.
L’immaginario collettivo spinge un numero sempre maggiore di persone a fare pressioni sul fotografo che ha in archivio immagini che li ritraggano, come se il fatto che il fotografo possieda queste immagini sia - in sé - una situazione lesiva dei loro diritti.
Le foto così oscurate, paradossalmente, non sono più vincolate dai vari provvedimenti che le limitano, e la totale digitalizzazione di esse crea un caos di immagini, un fiume di soggetti e situazioni immortalate, che dà l’idea di un vorticoso ammasso di documentazione visiva.
 
L’esposizione suggerisce esercizi di percezione di notevole interesse.
Che effetto produrrebbe tutto ciò sullo sguardo di una ragazzina seduta in un ospedale in Iran, dopo un’operazione agli occhi? Possiamo immaginare un’espressione sofferente, date le lacrime che le scendono sulle guance, ma non possiamo venire a contatto con il suo sguardo, perché non lo vediamo, come se non fosse più lei in quanto privata della sua identità.
Perché anche i gesti, lo stato d’animo, la sofferenza, le azioni che il soggetto compie o è in procinto di compiere perdono di significato, senza la presenza di uno sguardo.


Potenza del limite: il voler oscurare gli occhi dei propri soggetti costituisce un valore aggiunto per ogni singola foto.
Una duplice dimensione - concettuale, se vogliamo - che annulla l’espressività, scopo primario di ogni scatto, sostituendolo subitamente con un secondo, la denuncia.
Oscurare il più potente mezzo che possediamo per comunicare, lo sguardo, è come tarpare le ali ad un uccello, ma il fatto stesso di oscurare è in sé profondamente comunicativo.



Ad un occhio zoomato esageratamente viene coperta solo la pupilla, che sembra appartenere ad una persona terrorizzata; fa specie credere che anche un occhio ingigantito, tra miliardi di occhi al mondo, possa detenere un diritto all’immagine, ed un conseguente model release da firmare.
Un gioco di intuizioni da condurre esaminando ogni più piccolo particolare del contesto (laddove il contesto è già di per sé emozionale), un ipnotico susseguirsi di immagini deturpate.
Come in un gioco, alla scoperta della verità nascosta, ci si muove alla ricerca di qualcosa, ed ogni foto ha intrinseco un messaggio da comunicarci.
Ecco una giovane coppia di nomadi musulmani, seduti l’uno di fianco all’altro: lui guarda curiosamente fisso verso di noi, libero da una condizione di servilismo e fieramente abilitato a mostrare il suo sguardo, lei indossa il burqa – che simboleggia la devozione al marito e a Dio, l’annullazione della femminilità e la causa di tante oppressioni e sottomissioni – ed è qui che, paradossalmente, la fotografa deturpa ulteriormente quello sguardo, aggiungendo nero su nero.

Si manifesta una sottile ironia, del sarcasmo celato, una ulteriore provocazione nella scelta, da parte di alcuni fotografi, di oscurare alcuni sguardi piuttosto che altri, prendendosi gioco delle normative e dei limiti ai quali sono soggetti, esorcizzando in questo modo la loro preoccupazione.
 
È l’altro lato della medaglia: se da un lato le recenti norme sulla privacy ci rassicurano, dall’altro annientano la libertà di espressione e generano un vortice inesplicabile, che ostacola il rapporto tra fotografo e soggetto, tra verità e artificio, e produce danni irreversibili alla documentazione dei nostri tempi.
Un danno che porterà alla frantumazione della memoria storica, danno che più preme ai fotografi e a noi come collettività, ragion per cui, come dichiara la curatrice Giovanna Calvenzi, “la nostra ribellione a quella che spesso viene vissuta come coercizione delle nostre possibilità espressive può passare solo attraverso la conoscenza. Per sentirci di nuovo liberi, per conservare memoria di quello che siamo, che siamo stati, e che saremo”.
Ovviamente, per quanto soggettiva possa essere la reazione a queste immagini, l’osservatore rimane ineluttabilmente disorientato, non tanto nel comprendere le foto (originarie), quanto nell’apprezzare ugualmente uno scatto di vita quotidiana defraudato di quel quid che punge: lo sguardo.
Quello stesso punctum, per dirlo con Roland Barthes, unico depositario della trasmissione emozionale della fotografia.
Vietato! - I limiti che cambiano la fotografia
A cura di Giovanna Calvenzi, Renata Ferri e Gabriele Caproni
dal 28 maggio al 15 giugno 2012
Artisti: Alessandro Albert, Marco Anelli, Isabella Balena, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Massimo Berruti, Michele Borzoni/TerraProject, Piergiorgio Branzi, Luca Campigotto, Alessandra Capodacqua, Lorenzo Castore, Enzo Cei, Francesco Cito, Ignacio Maria Coccia, Cesare Colombo, Edoardo Delille, Chico De Luigi, Stefano De Luigi, Federica Di Giovanni, Giulio Di Sturco, Simone Donati/TerraProject, Carlo Furgeri Gilbert, Gabriele Galimberti, Simona Ghizzoni, Alberto Giuliani, Elena Givone, Alessandro Imbriaco, Francesca Leonardi, Uliano Lucas, Sirio Magnabosco, Alex Majoli, Emiliano Mancuso, Martino Marangoni, Giovanni Marrozzini, Pietro Masturzo, Davide Monteleone, Antonella Monzoni, Cristina Omenetto, Pietro Paolini/TerraProject, Mario Peliti, Simone Perolari, Marta Primavera, Francesco Radino, Rocco Rorandelli/TerraProject, Giulio Sarchiola, Annette Schreyer, Shobha, Massimo Siragusa, Toni Thorimbert, Giovanni Umicini, Riccardo Venturi, Paolo Verzone, Francesco Zizola/Noor.
Officine Fotografiche - via G. Libetta, 1 - Roma
Orari di apertura: dal lunedì al venerdì ore 10.30-13.30/15.00-19.30
www.officinefotografiche.org
Pics’ credits:
1_Chico De Luigi, L’illuminata, Rimini 2010
2_Vista dell’esposizione alle Officine Fotografiche - credits Francesca Borzacchi
3_Massimo Siragusa, Fiume Lento #1. Parco acquatico e tematico Aqualandia, Lido di Jesolo, Venezia luglio 2007
4_Paolo Verzone, Anonimo, 2009
5_Alessandra Capodacqua, Senza titolo, Firenze 2002
6_ Michele Borzoni, Una credente offre due gambe di cera come ex-voto a San Cosimo e San Damiano durante la novena, Riace, Calabria 2007 (Michele Borzoni/Terra Project)
Riccardo Venturi, Andrej Toma, vent’anni, muratore di origine romena. È tetraplegico a causa di una caduta da un’impalcatura, Ospedale di Santa Lucia, Roma 2008
7_Stefano De Luigi, Dopo un trapianto di cornea, Saint Joseph Hospital, Trichy, India 2003
8_Gabriele Galimberti, Regina Vasquez ex-marine, San Marcos, Texas 2010
Pietro Paolini, Un crocifero, portatore di croce, durante la processione del venerdì santo, Francavilla Fontana, Brindisi 2010 (Pietro Paolini/Terra Project)
9_Francesco Zizola, Casting per una pubblicità televisiva di pannolini, Milano 2000 (Francesco Zizola/Noor)
10_Alex Majoli, Silvio Berlusconi alla finestra della sua residenza a Palazzo Grazioli, Roma 2008
11_Simone Perolari, Patrizia Daddario durante il suo spettacolo alla discoteca Globe. La sua prima uscita pubblica dopo lo scandalo con Silvio Berlusconi, Parigi luglio 2009
Simone Donati, La diciottenne Karima el Mahroug conosciuta come "Ruby Rubacuori" nel privé della discoteca Paradiso Club, Rimini 2011 (Simone Donati/Terra Project)
12_Marco Anelli, Chapter No. 4 – Eye, 2008
13_Elena Givone, Nomadi. Mehedi Saleh al Hewaitat e sua moglie Emily Garboutt. Sono sposati da quasi un anno e vivono nel deserto del Wadi Rum, (Elena Givone/Contrasto per Gioia Magazine)
14_Letizia Battaglia, Capodanno a Villa Airoldi, Palermo 1985
Mario Peliti, Campagna romana, anni ‘90
15_Isabella Balena, Centro di accoglienza di San Foca per profughi kosovari. Schedatura della polizia per il permesso temporaneo di soggiorno, Lecce 1999
All pics’ courtesy the artists & Officine Fotografiche
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