MOURIR SUR SCÈNE. THE LIFE AND DEATH OF MARINA ABRAMOVIĆ
Lunedì 23 Aprile 2012 13:11
MOURIR SUR SCÈNE. THE LIFE AND DEATH OF MARINA ABRAMOVIĆ
Prima mondiale a Madrid per la biografia della Abramović, cantata da Antony e raccontata da Willem Dafoe
di Simona Spinola
Lo scenario si apre su tre salme identiche, ognuna coperta da una maschera diafana, adagiate su ripiani spogli. Il pavimento è cosparso da ossa appena spolpate, e tre cani neri ciondolano irrequieti sul palco per una decina di minuti, mentre il pubblico prende posto ammutolito. Dopo pochi istanti, i riflettori si accendono su un piccolo spazio sospeso esterno al palcoscenico, dove tra scatoloni ammassati e valanghe di fogli alla rinfusa prende parola Willem Dafoe, la star dai capelli rossi più celebre di Hollywood, qui calato nei panni di un folletto in canottiera e boxer bianchi. Dafoe inizia a narrare la vita di Marina Abramović anno per anno in modo conciso, elencando eventi quotidiani, a tratti irrilevanti.
“1946: nasce a Belgrado.
1947: parla come se cantasse e chiede il suo primo bicchiere d’acqua.
1948: si rifiuta di imparare a camminare…”
“Ogni volta che penso alla mia biografia, parto dallo stesso principio: rinunciare completamente al controllo, limitandomi a fornire la materia prima al regista affinchè ponga ordine alla mia vita”.
Da questo intento Robert Wilson, drammaturgo d’avanguardia per il quale gli addetti ai lavori hanno scomodato il neologismo di ‘theater artist’, rinuncia alla star Abramović per presentare Marina come donna, ignorandone le osannatissime gesta di performer, per ricostruire la sua vita, scandita da battaglie personali e familiari, ossessioni quotidiane, piccole e grandi gioie e delusioni.
Il risultato è un’opera drammatica ed allo stesso tempo grottesca, cinica e sofferta in cui scenografie imponenti ed architetture perennemente in bilico portano ad “ascoltare le immagini”, come sentenzia John O’Mahony - colonnista della sezione Teatro di The Guardian - commentando The Life and Death of Marina Abramović.
“Io non sono altro che materiale, e consegno i miei ricordi al regista che riordina la mia vita e me la riconsegna totalmente rinnovata. Non posso spiegare quanto risulti liberatorio tutto questo”, aggiunge la stessa Abramović, in panico all’idea che Wilson abbia scelto per lei il ruolo della madre, con la quale ha avuto un rapporto di odio ed amore da sempre. Da quando, piccolissima, ricevette una sonora sculacciata per essere svenuta sulla lavatrice, che la famiglia Abramović fu tra i primi ad avere in tutta Belgrado, ed averla rotta.
O come quella volta in cui Marina, ossessionata dal suo nasone, stringeva in mano una foto di Brigitte Bardot ritagliata dal giornale, ed iniziò a girare vorticosamente su se stessa in camera da letto con lo scopo di cadere, rompersi il naso ed obbligare i medici a ricostruirglielo all’insù; l’ambulanza arrivò puntuale chiamata dalla madre, non prima di averla riempita di sberle per aver rovinato il letto.
Wilson ha considerato solo quegli aspetti dolorosi ed affettivi che hanno plasmato Marina come donna, per metterli in scena in modo catartico in questo innovativo spettacolo, che riunisce il mondo del teatro, del cinema, dell'arte e della musica con un effetto emozionale senza precedenti.
Completano la miscela magica antiche canzoni serbe interpretate da Svetlana Spajić, e musiche originali scritte ed eseguite dall'incomparabile Antony Hegarty, degli Antony & The Johnsons, eterea e giunonica matrona con aragosta al guinzaglio che timidamente interrompe il silenzio di scena, quasi chiedendo permesso, salvo sciogliere la potenza della sua voce passati pochi secondi, per lasciare tutti pietrificati.
Marina e Antony si ammiravano reciprocamente da tempo, ma il primo fatidico incontro risale a quattro anni fa, quando la Abramović vuole conoscere personalmente questa goffa e timida drag queen dalla voce unica, dopo un suo spettacolo.
Galeotto fu il ritrovo dei due qualche mese più tardi, quando Marina era impegnata nella sua ultima performance al MoMa, consistente nel fissare immobile per tre mesi consecutivi il pubblico nell’atrio del Museo.
Antony è colto da paranoia, ed alla richiesta di Marina di collaborare con il suo progetto teatrale non sa da dove iniziare, finchè il buon vecchio Lou Reed taglia corto dicendogli “Just do it. In modo personale. Come fosse la tua vita”.
I confini tra biografia e autobiografia sono labili, e quando sei la nonna mamma della body art, descritta nei libri di storia dell’arte come colei che ha spinto la sopportazione fisica e psicologica oltre i limiti della sopportazione a suon di tagli, spazzolate violente e raschiamento di ossa, consegnare la tua vita nelle mani di un regista egocentrico, in quelle di un narratore stralunato ed in quelle di un etereo cantante transgender può riservarti sorprese quantomeno particolari.
Un garbuglio di punti di vista in cui quattro personalità esuberanti regnano a vicenda - ma senza che nessuna prevarichi e soffochi l'altra - rassegnandosi di fronte ai tormenti di una Marina in post-depressione in seguito all’abbandono del marito, l’artista italiano Paolo Canevari, dopo 10 anni di unione e due di matrimonio.
Marina, la stessa 64enne che soffre per amore, svelando sotto le cicatrici delle sue folli performance la fragilità di quella bambina che, nel 1964, dormiva nella neve per trovare conforto, e per sfuggire all’emicrania di cui soffre dall’infanzia.
Marina, prima della Abramović.
THE LIFE AND DEATH OF MARINA ABRAMOVIĆ Una creazione in due atti di Marina Abramović e Robert Wilson
Musica di Antony Hegarty e William Basinski Interpreti: Marina Abramović, Ivan Civić, Amanda Coogan, Willem Dafoe, Andrew Gilchrist, Elke Luyten, Christopher Nell, Kira O’Reilly, Antony Rizzi, Carlos Soto, Svetlana Spajić
Direzione musicale: Antony Hegarty Regia e scene: Robert Wilson Costumi: Jacques Reynaud Luci: A.J. Weissbard Coproduzione: Manchester International Festival, Theater Basel, Holland Festival, Salford City Council
lascia un COMMENTO