sabato 25 maggio 2013  
Gianluca Groppi PDF
Giovedì 23 Settembre 2010 17:20

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Variazioni di un giorno qualunque

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Variazioni di un giorno qualunque
di Barbara Galati

La fugace complessità del lavoro di Gian Luca Groppi e la sua incontrovertibile posizione cerebrale sono rappresentate con grande sagacia dai suoi “Dittici”, storie di ordinaria umanità poste a sfavore di fondale neutro. Sono molti, e di varia natura, i quesiti che sorgono tentando di analizzare queste immagini, dualismi prepotenti e stranianti.

 

Bisogna premettere innanzitutto che Groppi, oltre che fotografo, è regista: capace di allestire un cast di attori e un set, uno scenario carico di ambiguità e indeterminatezza, strumenti indispensabili per indagare le “Variazioni della sua umanità” fatta di oggetti, individui e sussistenze, “in un giorno qualunque”. Fotografia e messa in scena rappresentano due mondi distinti, eppure confinanti, nello spiegare e comprendere la sua ricerca. Essi mostrano fecondi punti di intreccio, non solo nella fotografia come congelamento della scena, ma anche nelle rispettive forme di linguaggio. I suoi scatti non sono semplice documentazione di performance, la fotografia diventa la sintesi ultima di un complesso lavoro di investigazione dei soggetti, di interpretazione e infine della sospensione dell’azione psicologica degli stessi. Le sue messe in scena, nate per essere riprese dalla macchina fotografica, sono strettamente condizionate dal codice linguistico peculiare del mezzo: composizione, inquadratura, formato.

 

Gli scatti sono figli di due differenti corpi di lavoro: la serie delle “I” e quella delle "Mutazioni", risultato di una ricerca perseguita dall'autore negli ultimi anni. I personaggi immortalati sono Individui o Stereotipi di un’umanità votata alla ricerca di un SE’, o meglio del proprio Io; protagonisti consapevoli dell’ineluttabilità dell’esistere, immobili e consegnati alla rassegnazione del martire moderno. Le sue foto sono caratterizzate da una sintesi compositiva singolare, da equilibrio e lirismo, da cui emerge una straordinaria raccolta narrativa per immagini, storie stranianti, dove l’intuito e il presagio giocano a rimpiattino.

L’uso della doppia immagine si pone come una ricostruzione dell’identità personale in un continuo sdoppiamento di condizione, in un prima e un dopo. Groppi opera una consapevole “decostruzione” dei vari linguaggi artistici impiegati, che muovono psicanaliticamente dalla contemplazione dello specchio alla formazione di un doppio, ricerca dell’altro da sé. Questa propensione per il doppio attiva esiti tanto inaspettati quanto spiazzanti. Una modalità espressiva che serve a traviare sistematicamente le aspettative dell’osservatore, poiché i fotogrammi diventano brevi cronache in cui la verità finisce per risultare assai fragile, confusa e irrimediabilmente irrisolta, innescando il vortice del principio dualista dove due immagini corrispondenti, nate dalla stessa matrice, appaiono inseparabili, l’una fatalmente unita all’altra.

Nelle 18 doppie immagini in bianco e nero che costituiscono “I Dittici” appare sintetizzata la maggior parte delle tematiche caratterizzanti le sue creazioni: l’uso della variazione, la “messa in ridicolo” degli stereotipi imposti dalla società, il ricorso ad immagini mutuate da una realtà destrutturata, l’imitazione di codici linguistici appartenenti al cosiddetto immaginario collettivo e infine lo “spaesamento” delle ambientazioni comuni. Fotogrammi che, richiamati gli uni agli altri, innescano un profondo dialogo, generando un racconto volto a ottenere l’effetto di una storia per immagini intensa e ricca di rimandi psicologici. Richiami alla psicanalisi, ancor più che all’analisi, con la serie de “I Dittici”, a partire dall’allucinata digressione di “Imprinting” (ritratto di una strana e straniante famiglia) fino all’asettico ambiente da camera di internazione de “L’informatore scientifico” (dove denuncia  la natura del venditore consapevole).

Groppi pare approdare, partendo da un analisi di comportamenti reali, ad una visione surreale dell’esistenza. Le sue ultime immagini (assemblaggi per lo più di vita privata dai quali sembrano scaturire segreti inenarrabili) possiedono tutti gli elementi di un raffinato humour nero. Le fotografie di Groppi sono “affreschi della società contemporanea", indagano la condizione umana, sono racconti brevi in cui l’umanità finisce per risultare estremamente fragile, ambigua, irrisolta.

Gli spunti reali che percorrono la sua opera, ora nella forma, ora della messa in scena, man mano che si sviscera il racconto appaiono pervasi dal Non Sense.

I suoi personaggi sembrano consapevoli di avere finalmente trovato un autore capace di raccontare le loro bizzarre storie esistenziali. Sebbene la visione di Groppi sia da considerarsi a tratti parodistica, si tratta di una presa di posizione concettuale finemente elaborata per rappresentare l’ennesima “proiezione dell’inconscio dell’uomo”.

 

Gli oggetti e i personaggi che occupano la scena da coprotagonisti, scelti minuziosamente, danno vita a un’affettività grottesca, al limite del ridicolo, chiaro presagio di un cambiamento epocale. Le sue operazioni concettuali sono accampate come proprie intuizioni personali, anche se il ricorso all’ironia e allo sberleffo si inscrive in un clima culturale attuale in cui molti autori promuovono la “presa in giro” delle piccole miserie umane.

La volontà rimane quella di rivelare le antinomie dell’umanità dei giorni nostri che, dietro una forte apparenza fatta di ruoli, nasconde una segreta forma di sofferenza esistenziale. Ogni scatto è una costruzione da cui parte un messaggio o il profilo di una riflessione. Groppi, attraverso le sue foto, indaga una serie di storie dall’ energico contenuto speculativo nel quale domina la messa in scena: “variazioni” intese come mutazioni del sé, visioni di sviluppi sociali misti a ideazioni letterarie dai risvolti graffianti e caustici sull’umanità moderna, caratterizzata, come in passato, da pubbliche virtù e vizi privati.

Una trama celebrale e surreale restituisce in due istantanee le variazioni di animus che avvengono in un giorno qualunque. 

Biografia
Gian Luca GroppiÈ nato a Piacenza nel 1970, dove risiede e lavora. Dal 1997 si dedica alla fotografia, realizzando immagini che stampa personalmente. Attualmente collabora con la Galleria d’arte contemporanea Joyce & Co (GE). Ha inoltre pubblicato e collaborato con varie riviste tra cui Fotoit, Men’s Health e il Teatro India di Roma.


Ultimi concorsi
2 premio Concorso fotografico "Crediamo ai tuoi occhi" Bibbiena (AR)portfolio 20041 premio Concorso fotografico "lettura portfolio" Bibbiena (AR) 20042 Miglior portfolio Italiano "Portfolio 2004" Prato 20042 premio Concorso fotografico "Crediamo ai tuoi occhi" Bibbiena (AR) portfolio 2006Menzione speciale "Arte laguna prize" - Venezia 2008Finalista "Arte laguna prize" - Venezia 2008


Mostre personali
"Mutazioni" Festival START - Galleria Joyce&Co, Genova 2007"Mutazioni e altre storie" Galleria MICAMERA - Milano 2007"Il ritorno" – Museo della fotografia –Bibbiena 2006"I" Galleria Joyce&Co - Genova (a cura di fabrizio Boggiano) 2005"I" Internazionale di fotografia 10a edizione (Solighetto) 2005"Kilometri" Casa del Popolo - Lodi 2003"Kilometri" Festival Internazionale "Carovane" 2003"Duality" Grazzano Visconti (PC) 2000


Ultime mostre collettive
"NudArt" mostra itinerante Prato 2003"Fotosintesi" festival internazionale di fotografia Piacenza 2004 (con Ackerman, Galimberti, Minkkinen, ecc...)"Corpi rituali" di Fabrizio Boggiano Vittorio Veneto 2004"Nicaragua" Museo fotografia Italiana Bibbiena (AR) 2004"I" Convitto nazionale Cicognini" Prato 2004"Ecce homo" MIM - San Pietro in Cerro (a cura di fabrizio Boggiano e Dars) 2005"Fotosintesi" festival internazionale di fotografia Piacenza 2006Suoni e visioni 3 a cura di Fabrizio Boggiano (Amburgo – Genova – Copenaghen - San Marino) 2006/7"Arte laguna prize" Galleria dell'Istituto Romeno - Venezia 2008"Arte laguna prize" Giardini della Biennale - Spazio in paradiso - Venezia 200
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