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UN, DUE, TRE… STELLA! Intervista a Max Papeschi di Loredana Barillaro

pubblicato il 06/09/2009 Con le sue manipolazioni, ironiche quanto dissacranti, Max Papeschi mette a nudo una società fatta di miti, di icone talora appartenenti al mondo infantile e che sovente vengono impiegate per occultare l’indole perversa di larga parte della società odierna, intrisa di potere e intenta a camuffare errori e ipocrisie |
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 Colophon 2009 - International Magazine Symposuim Colophon - International Magazine Symposium will be held for the second time in Luxembourg in 2009. The second event will be far bigger and more ambitious than the first, establishing its position in the Grand Duchy as an internationally significant biennial hosting the creators of independent magazines from around the world.
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 Raccontare la Resistenza oggi. È l’ambizioso presupposto che sta alla base della pubblicazione dal titolo Morale della Favola. Raccontare la Resistenza oggi, che, partendo da un progetto di ricerca artistica sulla memoria della Resistenza partigiana nel territorio viterbese, amplia lo sguardo nel tentativo di restituire in modo attuale il significato storico ed etico di questa stessa. Il libro si sviluppa principalmente su tre nodi portanti: la prima racconta le memorie dei partigiani intervistati, la seconda illustra il progetto fotografico Morale della Favola, di Daniele Vita, e il testo teatrale La Cerimonia di Ferdinando Vaselli, e la terza riporta una serie di testimonianze di artisti, scrittori e musicisti (si passa da Andrea Rivera agli Offlaga Disco Pax, da Anonima Scrittori ai Kai Zen) sul senso, appunto, del Raccontare la Resistenza oggi. Ciò che sta alla base del volume non è una narrazione della Resistenza dal punto di vista storico; il libro prende spunto, invece, da piccole storie di personaggi semplici, solo in alcuni casi partigiani combattenti, tracciando così una geografia amplia ed eterogenea di memorie che parlano della Resistenza vera e propria (quella piemontese raccontata da Biagio Gionfra), dell’odissea attraverso l’Est Europa (il viaggio che dall’Albania porta al ritorno in Italia, attraversando mille peripezie, a Trieste, di Nello Marignoli), fino alla significativa presenza nel viterbese del professor Mariano Buratti.
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FACEBOOK: DOMANI SMETTO di Alessandro Q. Ferrari di Fabrizio Gabrielli
pubblicato il 30/01/2010 In una recente intervista, Ray Bradbury ha sciorinato con la candidezza che lo contraddistingue: "Social network? E' solo piscio nelle orecchie della gente. Ti pisciano nelle orecchie e si aspettano significhi qualcosa". L'ho avvertito, io, quel ferino fetore urìnico il giorno in cui, nel mio status di Facebook, ho scritto "legge un romanzo in cui si parla di facebook, in particolare della mania di scrivere nello status tutto ciò che si sta facendo, ed ecco, gli vien voglia di scriverci, sullo status, quel che sta facendo: leggere un romanzo in cui si parla di facebook, in particolare della mania di scrivere nello status tutto ciò che si sta facendo", e a ben dieci persone è piaciuto quell'elemento. Ora, una delle dieci era la stessa che, con un sorriso di pandòrica circostanza, m'aveva porto un pacchetto pieno di libri accompagnando il gesto con voce di glucosio, augurandomi buonnatale come se ne succhiasse ogni lettera.
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LA FINLANDIA CHE NON TI ASPETTI “L’uomo senza passato” di Aki Kaurismäki di Juri Casati
pubblicato il 26/11/2009 Un operaio finlandese arrivato a Helsinki in cerca di lavoro rimane ferito in una rapina e viene creduto morto dai medici. Sopravvive, ma ha perso la memoria. Lo smemorato deve costruirsi una nuova vita e la comincia vagando nelle zone suburbane della capitale e vivendo a contatto con i poveri. L’uomo senza passato non è proprio una sceneggiatura, ma è un racconto sceneggiato -condito di consigli per i costumisti, gli scenografi, i direttori della fotografia e gli attori- dell’omonimo film, diretto dallo stesso Kaurismäki e vincitore nel 2002 del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes. Tale testo consente di affrontare almeno due interessanti questioni. Innanzitutto: dal momento che l’opera dà una certa immagine della Finlandia, viene spontaneo confrontare la Finlandia dell’autore, Aki Kaurismäki appunto, il regista finlandese contemporaneo più conosciuto al mondo, con la Finlandia di Arto Paasilinna, lo scrittore finlandese contemporaneo più conosciuto al mondo. Da questo confronto possiamo osservare come emerga un paese a due facce.
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UN VIAGGIO PALINGENETICO, A RITROSO, VERSO LE RADICI Roots 66 di Stefano “S3Keno” Piccoli di Fabrizio Gabrielli
pubblicato il 13/11/2009 C’è stata un’epoca gloriosa in cui nelle edicole, al fianco di Aelle –che stava per Alleanza Latina–, il magazine bimestrale che ti raccontava tutto e più di quanto volessi sapere sulla cultura hip hop, s’affacciò BIZ, rivista fondata e diretta da Ice One –dj all’epoca dei Colle der Fomento– e Stefano “S3Keno” Piccoli. Correva l’anno millenovecentonovantasette. Dodici anni dopo, il nome di S3Keno torna a campeggiare sulla copertina di Roots66, edito da Tunué nella collana Prospero’s Books. Ed è una bella serendipità. Ad esser sincero, non amavo tantissimo BIZ. La trovavo –oltre che eccessivamente romanocentrica– un tantinello troppo prona all’aprioristica cassata. E, a perpetuare la sincerità, di Stefano Piccoli m’ero invero dimenticato, del tutto. Se non fosse che lo chief-in-command d’un ufficio grafico che si sta occupando del layout d’un romanzo assai pregno d’hiphoppitudine porta con sé, da Romics, una copia di Roots66. E la regala a me, che con quel romanzo ho qualcosa a che vedere.
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A VOLTE RITORNANO: LO STRUTTURALISTA E’ TORNATO NEL METRO’ “Il Metrò rivisitato” di Marc Augè di Juri Casati
pubblicato il 29/10/2009 Lo strutturalismo è finito, ma non per tutti. È quello che ho pensato leggendo questo libro che Marc Augè ha scritto 20 anni dopo il suo celebre Un etnologo nel metrò (1986). Strutturaliste sono le citazioni e i riferimenti con un richiamo continuo ai testi di Levi-Strauss. Strutturaliste sono le premesse che ci fanno capire come secondo Augè «lo spazio sotterraneo […] offrisse un’immagine ingrandita delle evoluzioni lente o accelerate della società in movimento», e già basterebbe questo per far venire alla mente la celebre espressione di Levi-Strauss sugli antichi cristalli da guardare in controluce per vedere tracce – strutture appunto – di epoche antiche. Strutturalisti sono anche i difetti: l’opera è debole a “livello scientifico” ed è inutile che ci venga detto che non poteva che essere scritta così etc e che un libro non si giudica dalle tabelle. Sappiamo tutti benissimo che la scientificità di un testo non è sinonimo di ricerca su basi quantitative altrimenti non esisterebbe un’archeologia o una filologia linguistica scientifiche. Quello che è sempre sfuggito agli autori strutturalisti è che esistono canoni di scientificità anche nelle discipline umanistiche. Essi sono sostanzialmente: l’esistenza di oggetto di indagine pubblicamente riconoscibile, il carattere pubblico delle fonti e la loro controllabilità. Tutto ciò al fine di consentire la verificabilità o – se siete popperiani - la falsificabilità delle tesi sostenute.
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L’INDIGNAZIONE IMPRESSIONISTA DI ROTH Philip Roth, “Indignazione” di Giulia Cavaliere
pubblicato il 22/10/2009 Poche cose più invitanti si possono adocchiare, in libreria, negli ultimi mesi, dell'ultimo lavoro di Philip Roth pubblicato in Italia. Invitante, sì: sarà per via della bellissima foto di Bettmann (che scopriremo essere poi adeguatissima all'opera), che ritrae, in copertina, due amanti intenti a scambiarsi un bacio appassionato, o sarà invece, semplicemente, per lo stesso titolo, "Indignazione", così breve e, ora come non mai, capace di strapparci un po' di quel senso di condivisione e comunanza d'arrabbiati intenti che ci servono, per convincerci ad affidarci all'acquisto di un non proprio economicissimo volume. La quarta di copertina, poi, non fa che fomentare il desiderio: "inesperienza, stoltezza, resistenza intellettuale, scoperta sessuale, coraggio ed errore": è fatta, stiamo tutti pensando di avere tra le mani il perfetto erede de Il giovane Holden. Ciò che abbiamo comprato, però, non arriva a convincerci mai totalmente, non appare mai completo, suggerisce questa perpetua sensazione di assenza della componente fondamentale (anche se, agli atti, nulla sembra mancare). La prosa di Roth, specialmente, è eterna, come eterne sono le cose più semplici, quelle meno levigate, eppure forse riflettute così tanto, e con così tanta facilità, da apparire del tutto naturali, istintive.
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QUANDO IL FUTURISMO ALLA PASTASCIUTTA PREFERIVA LE BOUTADES Marinetti Filippo T., “La cucina futurista” di Fabrizio Gabrielli
pubblicato il 15/10/2009 Provate a googlare “Filippo Tommaso Marinetti+spaghetti”. Vi imbatterete in un individuo -insindacabilmente, indiscutibilmente Filippo Tommaso Marinetti– intento a divorare un piatto di –insindacabilmente, indiscutibilmente– spaghetti. Il rischio potenziale è quello di rimanerci gran male, specie se sarete reduci dalla lettura di “La cucina futurista”, il celeberrimo manuale? almanacco? editato per la prima volta a cura dei vanagloriosi FTM e Fillìa nel 1932 e ripubblicato, in una preziosa ristampa anastatica, nel 2007 da Viennepierre, con un’illuminante introduzione di Pietro Frassica. Giammai ci si aspetterebbe di scovare il maître à penser del Futurismo italiano alle prese con il più passatista dei piatti, effige del “quotidianismo mediocrista nei piaceri del palato”, assurto in lungo ed in largo, negli sproloqui e polichiacchierii marinettiani a Male assoluto: la pastasciutta. «La nostra pastasciutta è come la mesta retorica, che basta solo a riempirci la bocca», accusava Marinetti. Che ne individuava l’eclatante negatività –financo suffragato da eminenti figure dottoriali– “in quell’assalto a mascelle protese, in quel voluttuoso impippiarsene, [..] in quel sentirsi tutt’uno con lei, appallotolati e rinfusi”.
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CLOUGHIE CHE ODIAVA IL MALEDETTO UNITED “Il maledetto United”, di David Peace di Fabrizio Gabrielli
pubblicato il 03/10/2009 Anche se avete amato “Pensare con i piedi” di Soriano, o Febbre a Novanta di Nick Hornby, non è detto che “Il maledetto United” (titolo originale “The Damned United”, traduzione di Pietro Formenton, edito da Il Saggiatore) di David Peace possa piacervi. Non foss’altro perché il romanzo, ambientato nel mondo del calcio, tutto è fuorchè un’elegia della poesia pallonara. Da un certo punto di vista, al contrario, ne celebra il dark side. Il football raccontato da Peace – con il suo stile incalzante sempre in bilico tra lirica ed epica – è violento, spietato, incattivito. Ha un retroterra noir palpabile in ogni riga, imbevuta di drammaticità ed ineluttabilità. Mena fendenti come certe strong ales dello Yorkshire ed ha – per dirla alla Michael Jackson, e non la popstar ma l’acclamato guru del beerwriting – l’Odore del Peccato: birra scura, sigarette economiche e disinfettante, di quello gettato sul pavimento sugl’eccessi degli avventori.
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LETTETTERATURA TASSIDERMICA “Amore a Venezia. Morte a Varanasi.”, di Geoff Dyer di Vincenzo Profeta (laboratorio Saccardi)
pubblicato il 17/09/2009 Probabilmente molti di voi non sanno cosa è la Tassidermia. La Tassidermia è una moderna tecnica di imbalsamazione a base di formaldeide che mira a restituire il massimo della vitalità al soggetto da imbalsamare, cercando di prevenire, così, il rigor mortis. Questa moderna tecnica di imbalsamazione è la stessa che ha affascinato un certo signor Hirst tanto da renderla arte, facendo imbalsamare il famoso Squalo da dodici milioni di dollari che (il per noi scellerato) Larry Gagosian acquistò da Charles Saatchi nel ormai lontano 2005. Da quel momento il mondo dell’arte contemporanea non fu più lo stesso: il gioco al rialzo continuò a montare, fino a sfociare nell’attuale crisi d’astinenza da profitto. Ecco, il libro dello scrittore inglese Geoff Dyer può assolutamente appropriarsi dell’immagine creata dal suo connazionale artista.
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QUANDO VERRA’ L’APOCALISSE,
VORRESTE ESSERE A CIVITAVECCHIA?
“Civitavecchia alla fine del mondo”, Mattia Walker
di Fabrizio Gabrielli
pubblicato il 10/09/2009
Da bimbetto, subivo la malia di una pagina dell’antologia delle elementari, una pagina in cui si raccontava di un autobus, di uno starnuto contagioso, di un prato fiorito e di uno dei passeggeri che, in preda ad un raptus gioioso, invitava tutti a fare un picnic a Civitavecchia. Mi colpiva che qualcun altro potesse conoscerla, la natia Civitavecchia, e addirittura ambientarvi un picnic. Poi, più in là, sarei tornato a viverci, in quella Civitavecchia, più o meno negli stessi momenti in cui, su una panchina di Reggio Emilia, tre tizi, tra i quali Mattia Walker, concepivano la rivista “Frenulo a Mano” sulla scorta del concetto di “letteratura fica”.
Preambolo dovuto ed onnicomprensivo: qua si parla di Mattia Walker, di Civitavecchia e di fichitudine, non fosse altro perché Civitavecchia alla fine del Mondo (Zandegù Editore) porta sulle spalle il numero 6 della collana I Fichissimi. Che Civitavecchia sia luogo fico par excellence, poi… ci sarebbe da abitarci per condividere mica.
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