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UN, DUE, TRE… STELLA!
Intervista a Max Papeschi
di Loredana Barillaro 

Max Papeschi, NaziFuckingMouse

pubblicato il 06/09/2009
Con le sue manipolazioni, ironiche quanto dissacranti, Max Papeschi mette a nudo una società fatta di miti, di icone talora appartenenti al mondo infantile e che sovente vengono impiegate per occultare l’indole perversa di larga parte della società odierna, intrisa di potere e intenta a camuffare errori e ipocrisie


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Colophon 2009
Colophon 2009 - International Magazine Symposuim
Colophon - International Magazine Symposium will be held for the second time in Luxembourg in 2009. The second event will be far bigger and more ambitious than the first, establishing its position in the Grand Duchy as an internationally significant biennial hosting the creators of independent magazines from around the world.

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BOOK

UN VIAGGIO PALINGENETICO,
A RITROSO, VERSO LE RADICI
Roots 66 di Stefano “S3Keno” Piccoli

di Fabrizio Gabrielli

Roots 66 di Stefano “S3Keno” Piccolipubblicato il 13/11/2009
C’è stata un’epoca gloriosa in cui nelle edicole, al fianco di Aelle –che stava per Alleanza Latina–, il magazine bimestrale che ti raccontava tutto e più di quanto volessi sapere sulla cultura hip hop, s’affacciò BIZ, rivista fondata e diretta da Ice One –dj all’epoca dei Colle der Fomento– e Stefano “S3Keno” Piccoli. Correva l’anno millenovecentonovantasette.
Dodici anni dopo, il nome di S3Keno torna a campeggiare sulla copertina di Roots66, edito da Tunué nella collana Prospero’s Books.
Ed è una bella serendipità.
Ad esser sincero, non amavo tantissimo BIZ. La trovavo –oltre che eccessivamente romanocentrica– un tantinello troppo prona all’aprioristica cassata.
E, a perpetuare la sincerità, di Stefano Piccoli m’ero invero dimenticato, del tutto.
Se non fosse che lo chief-in-command d’un ufficio grafico che si sta occupando del layout d’un romanzo assai pregno d’hiphoppitudine porta con sé, da Romics, una copia di Roots66. E la regala a me, che con quel romanzo ho qualcosa a che vedere. 
Lo sbrano. Non il grafico, ma Roots66. E a lettura ultimata mi ritrovo a pensare che ogni cultura, per darsi nuova linfa, ha necessariamente bisogno di guardarsi indietro. Di compiere un viaggio palingenetico. 
Roots66 ha fortissimi legami con quell’anno di gloria là, il millenovecentonovantasette. Non foss’altro perché l’odierno fumetto non è che la versione moderna ed aggiornata di B-boyz, graphic novel (fa giustamente notare il Piccoli, “anche se a fine anni novanta questo termine nemmeno esisteva”) presentato allora in due albi. Ma anche e soprattutto perché sul finire del millennio –ergo, una dozzina d’anni fa– la scena hip hop italiana ha raggiunto un’apice a-bissabile; si costituiva in quegli anni l’ammasso nodoso d’un albero poi cresciuto con ramificazioni non sempre all’altezza della mission connaturata con la filosofia della doppia acca. 
Quegli anni là erano le radici. Le roots.
S3Keno ha giocato molto, in questo fumetto –che all’epoca Musica! di Repubblica definì “il primo vero fumetto hip-hop italiano”- con la matita, in primis, ma la mia conoscenza della tecnica di disegno è così scarsa da rendere assolutamente poco autorevole ogni mio parere.
Con i concetti, poi.
Innanzitutto quello di viaggio. L’escamotage narrativo del tuffo nel passato –non sto a svelarvi troppo della trama, ma prefiguratevi l’effetto d’una crew di rappers molto gangsta assai catapultati nel deep south intollerante d’inizio ventesimo secolo– è un assist prezioso per porsi un interrogativo: se davvero potessimo cambiare le cose, le cose cambierebbero davvero? Mutatis mutandis, una rilettura rappica del gattopardiano “affinché tutto cambi, che nulla cambi”.
Altro concetto eviscerato nella sua ammaliante polisemia è quello di strada. Ogni viaggio presuppone la scelta di una strada. Che va seguita con coerenza.
Stefano Piccoli, sobbarcandosi questo viaggio, sceglie la sua strada. Narrare una storia, dovutamente sciacquata nel lago dell’infingimento, attingendo da un repertorio che ad alcuni potrà apparire estremamente didascalico, ma che è nondimeno necessario. Le tavole che si srotolano tra pagina ventidue e ventiquattro sono una magistrale lectio sulle origini musicali e culturali dell’hip hop, dai block party alle guerre di bande a New York o Los Angeles, da Dj Kool Herc ad Afrika Bambaataa. Passatista!, urleranno le nuove leve della doppia acca. Dimenticando di fatto che “i ricordi e le esperienze che custodiamo nella nostra mente adesso sono il futuro! Facciamo un uso prezioso di questa conoscenza” (pag. 49).
Un monito adamantino che fa il paio con le inconfutabilmente illuminanti prefazioni di Frankie Hi-Nrg e Ice One, testimonianze della grande responsabilità che –allora come oggi– chi sta dentro il mondo hip hop dovrebbe far sua: quella di rappresentare. Una cultura. Una musica. Uno stile di pensiero.
Per cesellare il quale, certe volte più di altre, c’è bisogno d’un viaggio a ritroso, verso le radici, palingenetico. Tale e quale a quello compiuto in Roots66. 

ROOTS 66
di Stefano “S3Keno” Piccoli
Tunué, 2009
pagg. 72, euro 9,50


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