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QUANDO IL FUTURISMO ALLA PASTASCIUTTA PREFERIVA LE BOUTADES Marinetti Filippo T., “La cucina futurista” di Fabrizio Gabrielli
pubblicato il 15/10/2009 Provate a googlare “Filippo Tommaso Marinetti+spaghetti”. Vi imbatterete in un individuo -insindacabilmente, indiscutibilmente Filippo Tommaso Marinetti– intento a divorare un piatto di –insindacabilmente, indiscutibilmente– spaghetti. Il rischio potenziale è quello di rimanerci gran male, specie se sarete reduci dalla lettura di “La cucina futurista”, il celeberrimo manuale? almanacco? editato per la prima volta a cura dei vanagloriosi FTM e Fillìa nel 1932 e ripubblicato, in una preziosa ristampa anastatica, nel 2007 da Viennepierre, con un’illuminante introduzione di Pietro Frassica. Giammai ci si aspetterebbe di scovare il maître à penser del Futurismo italiano alle prese con il più passatista dei piatti, effige del “quotidianismo mediocrista nei piaceri del palato”, assurto in lungo ed in largo, negli sproloqui e polichiacchierii marinettiani a Male assoluto: la pastasciutta. «La nostra pastasciutta è come la mesta retorica, che basta solo a riempirci la bocca», accusava Marinetti. Che ne individuava l’eclatante negatività –financo suffragato da eminenti figure dottoriali– “in quell’assalto a mascelle protese, in quel voluttuoso impippiarsene, [..] in quel sentirsi tutt’uno con lei, appallotolati e rinfusi”. Non sarà raro riscontrare, nella ricca sezione del volume dedicata ad un variegato insieme di contributi antipastasciùttici, una copiosa serie d’ingiuriose calunnie a maccheroni e spaghetti rei, a seconda del caso e dell’opinione, di appesantire, abbrutire, rendere scettici, lenti, pessimisti. Provocazione fine a sé stessa? Piuttosto, sembrerebbe invece una condanna, quella marinettiana, finalizzata a sfatare il cliché dell’italiano mangiaspaghetti, profusamente sfruttato per infangare la reputazione italica ben prima di certe copertine della Der Spiegel.
A “La cucina futurista” va riconosciuto il merito di aver suggerito, in un’atmosfera di diffusa apatia, un nuovo ordine mangereccio basato sull’armonia tra palato e stile di vita, capace di combinare –con un’architettura simbolica del tutto lodevole– dimensione estetica e tecnologica del mangiare. Per chi ha seguito certi recenti exploits della cucina molecolare di Ferran Adrià, l’invito alla chimica di Marinetti e Fillìa suonerà tutt’altro che visionario, anzi sorprendetemente al passo coi tempi. E chissà cosa avrebbe pensato Marinetti del proliferare di sushi e lounge bar, lui che nutriva un certo odio per l’esterofilia tanto da proclamare: «consideriamo cafona e cretina la signora italiana che partecipa orgogliosamente a un cocktails party. E basta con la parola bar, che va sostituita con l’italianissima Quisibeve». La prima impressione di boutade asservita alla propaganda dell’italica virilità –anche e soprattutto linguistica– lascerà il passo, man mano che scorreranno in rassegna fantasiosi quanto improbabili neologismi (il sandwich diventa traidue, il maitre vede srotolarsi l’appiccicaticcio epiteto di guidapalato prima che il cocktail si faccia polibibita) ad una ridefinizione del lessico gastronomico italiano. Così come, ad uscir ridefinito, è il rapporto sensuale tra il cibo e l’eros. Dice Marinetti, ad una clandestina celebrazione dei fasti del fornello futurista: «Amiamo le donne. Spesso ci siamo torturati con mille baci golosi nell’ansia di mangiarne una. [...] Il loro cuore, se stretto dal supremo godimento d’amore, ci parve l’ideale frutto da mordere masticare suggere». Una sequela di ricette ammiccanti suffraga l’ardimentosa tempra amatoria del buon FTM: il porcoeccitato, da sbocconcellare suggendo lacrime d’amore alpestre precede l’uomodonnamezzanotte, prima di scivolare verso una melliflua fragolamammella (variante: mammelle italiane al sole) servita come dessert, pardon, come peralzarsi. Strappano sorrisi, i nomi di questi capolavori d’ingegno culinario futurista, perché in fin dei conti mangiare è divertimento.
Così come lo sono le arroganti esposizioni-cene i cui dettagliati resoconti sono annotati nel volume, dai pranzialsole nelle carlinghe di autostabili e trimotori alle conviviali nell’ormai leggendaria Taverna Santopalato di Torino. Dove gli sganasciatori, agents provocateur d’antan, si spintonano prima d’alzarsi ed intonare l’inno della burla futurista: “Irò irò irò pic pic…”; dove c’è chi si tira indietro, non osa addentare e si limita ad annusare, sentendosi apostrofare da Marinetti “Ciò è passatista. Ciò non è prode”; ma dove c’è anche chi ha l’ardire di rispondere “Giustissimo… avrei dovuto accostarla all’orecchio per sentire se nitriva?”. Forse erano davvero quelli, come recita ancora la fascetta della prima edizione, “I pranzi meno costosi e più rallegranti.” Il libro, allora, costava Lire 5. Tanto quanto, negli anni ’30, un piatto di spaghetti. Con buona pace di Filippo Tommaso Marinetti.
Marinetti Filippo T. “La cucina futurista” (rist. anast. 1935) Fillia Viennepierre 2007
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