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Francesco Bonami, MAMMA VOGLIO FARE L’ARTISTA! [Ed. Electa] + DOPOTUTTO NON È BRUTTO, con Geppi Cucciari, dal 4.12 su Rai Uno PDF
Venerdì 29 Novembre 2013 16:33

DA S.O.S. TATA... A S.O.S. BONAMI

Francesco Bonami, MAMMA VOGLIO FARE L’ARTISTA! Istruzioni per evitare delusioni - Ed. Electa

Presentazione del libro - e del tv-show DOPOTUTTO NON È BRUTTO, dal 4 Dicembre su Rai Uno - con FRANCESCO BONAMI e GEPPI CUCCIARI - Venezia, Teatrino di Palazzo Grassi

di Suambra Strumendo

 

Geppi Cucciari e Francesco Bonami, credits Matteo De Fina 3Pensate a due luoghi: Firenze da una parte, Macomer (NU) dall’altra. Ora, immaginate l’incontro fra un critico d’arte di fama internazionale, e un’attrice comica di fama nazionale...

No, non vi sto invitando ad una partita a Pictionary, né tantomeno informando su una notizia di gossip; vorrei piuttosto rendervi partecipi di una divertente serata che ho trascorso qualche settimana fa.

Il 30 Ottobre sono stata invitata dalla mia redazione al Teatrino di Palazzo Grassi a Venezia - opera dell’archistar giapponese Tadao Ando - per assistere alla conferenza di presentazione del nuovo libro di Francesco Bonami - critico e curatore di fama acclarata, già Senior Curator del Museum of Contemporary Art di Chicago, direttore nel 2003 della 50° edizione della Biennale di Venezia, direttore artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, scrittore di libri pungenti come il celebre Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte (Mondadori, 2009).

Il titolo del libro fresco di pubblicazione, come di consueto, non lascia incertezze sul tema: Mamma voglio fare l’artista! Istruzioni per evitare delusioni, edito da Electa.

 

Geppi Cucciari e Francesco Bonami, credits Matteo De Fina

 

Quella sera, Bonami era accompagnato da una intervistatrice sui generis, Geppi Cucciari, palesatasi in tubino nero, chignon ed accento sardo di ordinanza. Vi chiederete il motivo dell’insolita accoppiata, data l’abitudine di vedere un comico fare coppia con un suo simile, ed un curatore con un artista della sua scuderia. Ma quella sera è accaduto qualcosa di grandioso nella storia delle coppie: la critica d’arte è andata in scena con la vis comica.

Un evento insolito, che la linguistica descriverebbe come lo scontro fra la erre moscia e la tipica esse di Nuoro; la gastronomia, come una collisione goduriosa fra la fiorentina e il maialino al mirto. Ricette a parte, la sensazione che la coppia mi ha suscitato è traducibile con il proverbio: “Gli opposti (apparenti) si attraggono”.

Per l’appunto, alla domanda provocatoria «Perché lavorate assieme?», Geppi lascia il microfono a Bonami, che con piglio ironico replica: «Sono arrivato alla fine della mia carriera di curatore. Ora ho più tempo per fare la televisione. Per fortuna ho trovato Geppi, che è disposta a mettere a repentaglio carriera, futuro e patrimonio per fare un programma televisivo con me».

 

Geppi Cucciari e Francesco Bonami, credits Matteo De Fina 6

 

Una neonata liaison professionale, dunque, destinata a fare il proverbiale botto in televisione, visto che i due stanno lavorando a Dopotutto non è brutto – La scoperta dell’Italia, un programma televisivo che andrà in onda a partire da Mercoledì 4 Dicembre alle 23.30 su Rai Uno, soffiando ben 4 seconde serate ai famigerati plastici di Bruno Vespa.

Si tratterà di un viaggio in quattro tappe, spalmato fra le città di Torino, Venezia, Roma e Napoli, in compagnia di ospiti-guida, alla ricerca di meraviglie e/o merdaviglie (passatemi il neologismo di appropriazione indebita) che appartengono al pianeta dell’arte, antica e contemporanea, e dell’architettura.

 

Geppi Cucciari a Palazzo Grassi, credits Matteo De FinaLa conferenza aveva un taglio decisamente informale, l’aria respirata dal pubblico profumava di ilarità e leggerezza, smorzata solo dalle pareti grigio-perla del Teatrino, di netto rigore minimalista.

A preriscaldare le mascelle del pubblico ci ha pensato la Cucciari, commentando il video introduttivo all’evento firmato da H+: una parodia sull’arte, e sul rapporto artista/curatore, con sottofondo musicale al cardiopalma: «Un’angoscia inaudita! Complimenti per gli esecutori materiali del video, e per le sostanze psicotiche che assumono!».

Per tutta la durata della presentazione, la comica ha avuto una battuta pronta verso la platea, infierendo contro un pubblico timido di interventi con una serie di freddure, come: «Qualcuno ha letto il libro? Allora perché siete qui? ...Ma chi siete?».

Oppure «Conoscete il progetto del Palais Lumière? Cosa ne pensate? Niente! Un colpo di tosse, due morti e quattro ricoverati!»

 

Il libro l’ho letto in treno, tutto d’un fiato, sia per il numero di pagine che per lo stile narrativo, frutto di un approccio non convenzionale al tema dell’arte.

Il manuale è stato definito un vademecum: io direi pure un prontuario di primo soccorso, rivolto sia agli aspiranti artisti che muovono i primi passi nell’inerpicato mondo dell’arte, e sia ai di costoro genitori, flagellati dalla schioppettata di assistere all’outing dei propri figli. Un Mamma voglio fare l’artista!, infatti, agli occhi di padri e madri equivale più o meno alla notizia che il gatto è andato sotto ad una macchina - oppure, secondo Bonami, è «come scegliere un sesso diverso. Loro ti considerano già un fallito, quindi perché fare una professione che ti porterà al fallimento?».

L’ideale, infatti, sarebbe quello di avere una famiglia che ignori il mondo dell’arte (in pieno esprit medievale beata la ‘gnoranza - se sta bene de mente, de core e de panza) in modo che il nostro eroe/wannabe artist sia investito da meno ansie.

Lo stesso autore conferma che i suoi genitori, a tutt’oggi, non sanno ancora bene quale mestiere egli faccia: la mamma si accontenta di sapere se e cosa mangia, e lui, premuroso, la rasserena rispondendo con l’internazionalmente rassicurante «pizza». A tranquillizzare dunque l’infausto genitore, costretto a portare la croce di avere un figlio artista per casa, ci pensa il critico: «Se vostro figlio dice di voler fare l’artista dovete credergli, non sta scherzando. Magari non diventa né Papa né Dalai Lama, ma sarà sempre meglio che passare la vita con un rimpianto, che gli farà maledire i propri genitori [1]».

 

Geppi Cucciari e Francesco Bonami, credits Matteo De Fina 2

 

Con uno stile provocatorio, mordace e schietto, il manuale è un testo autentico, per tre buoni motivi:

  1. in primis, per un fattore di carta di identità. La persona che scrive è identica a quella che parla; voglio dire che Bonami, al di là del binomio occhialetto/barba canuta da professore, dà un’immagine limpida di sé, da anti-star, amante delle autostrade più che delle vie arzigogolate, lontana dagli spigolosi ed inavvicinabili individui in giacca ed etichetta - quei tali che, per intenderci, predicano la dieta vegana e poi di nascosto lanciano dalla finestra il seitan, per tuffarsi sulla braciola di maiale. Non che il personaggio sia carente di ego, e per dimostrarlo cito la risposta data alla domanda su cosa ne pensasse della Biennale di Massimiliano Gioni: «Bellissima! Gioni l’ho tirato su con le uova di mia madre! Ma se devo essere sincero, la mia è stata molto più bella, perché ho voluto rischiare di più. Ma io sono un irresponsabile, mentre Gioni non lo è. È un gran curatore, e andrà molto lontano».
  2. Il libro, inoltre, possiede la caratura del testo liberale: è principalmente rivolto all’aspirante artista, ma anche al pretendente giornalista, scrittore, avvocato, medico che sia. L’autore fornisce massime, consigli, precauzioni d’uso e consumo sulla professione di. Consideratelo come una specie di bugiardino, all’interno del quale troverete composizione, precauzioni di impiego, dosaggio ed effetti collaterali del farmaco/mestiere.
  3. In terzo luogo, Mamma voglio fare l’artista merita la palma di libro vero, perché esso stesso è un libro-testimonianza. Chi scrive è sì il Bonami curatore, affermato e santificato, ma anche e soprattutto il Bonami ex-artista, colui che sulla sua stessa pellaccia dovette assaggiare ciascuna portata del menu/sommario di cui sopra - quindi, antipasti a base di delusioni da parte di madre e padre che lo volevano laureato, primi piatti di solitudini e abbagli, secondi a base di invidie e antipatie. Una vera indigestione di emozioni, inevitabile e formante, poiché necessaria all’aspirante artista per capire non tanto «se è nato artista, ma se è disposto a provare e scoprire che artista proprio non è [2]».

 

Francesco Bonami a Palazzo Grassi, credits Matteo De FinaA tal proposito, il critico racconta proprio del suo esordio d’artista: durato il tempo di una messa, non esente di importanti gratificazioni, tutte sgonfiatesi in breve tempo, perché per prima cosa un vero artista deve essere assolutamente sintonizzato con i tempi.

Era il 1985, quando un giovane Bonami venne invitato da una gallerista per una mostra nell’East Village di New York, candidato a diventare il quartiere dell’arte contemporanea per antonomasia; l’artista già pregustava la futura triade casa/macchina/autista, ma solo lì si accorse che i suoi quadri di transavanguardia appartenevano già al passato, poiché stava ritornando l’arte concettuale. «Inutile fare una mostra di merletti, quando tutti vogliono le trapunte [3]», anche se sei sbarcato nella Grande Mela.

La mazzata finale la beccò sempre in quel frangente, quando, a distanza di qualche giorno, partecipò alla mostra di tale Jeff Koons, che esponeva il famoso Rabbit e lo vendeva a 2500 $ - ossia, alla stessa cifra dei suoi quadri. Oggi, il Rabbit è stato battuto all’asta per 90 milioni di dollari e Bonami, qualche mese fa, ha ricomprato - altro giro, altra asta - un suo quadro, aggiudicatosi per 1500 euro. All’epoca, racconta il curatore, «se non fossi stato cretino, vendendo un mio quadro avrei potuto comprare il Rabbit, ed ora non sarei di certo qui»; ergo, mai insistere, se non si esiste.

 

Nel libro, mi sono fatta trasportare dalle perle di saggezza fornite a proposito del suddetto rapporto artista/curatore e dell’inevitabile escalation caratteriale a cui è sottoposto un artista che ha raggiunto l’Olimpo della Celebrità: 1. negare l’esistenza della sua primigenia crosta - ma «la prima opera d’arte che un artista fa è come la prima esperienza sessuale, non si scorda più, non importa quanto brutta e traumatica possa essere stata [4]» 2. arrivare alla costruzione di un fuori da sé - la consapevolezza che la propria arte piace a molti 3. raggiungere l’affermazione professionale trasformandocisi in artista antipatico, noioso e invidiato dai più.

 

Lesson number one. Si è artisti con dignità quando non ci si attacca ai pantaloni del curatore, come fa il bradipo all’albero. Il curatore non è una mamma che rimbocca le coperte, o un amico col quale condividere pizza e birra davanti a Barcellona - Milan. La regola è spiegata con freddezza nel capitolo Il curatore non fa amicizia, nel quale l’autore si raccomanda di «non usare l’arte per fare amicizie. Se un curatore, un critico, un gallerista vengono nel vostro studio, una volta usciti non sono tenuti ad avere con voi nessun tipo di rapporto privato [5]».

In Italia, gli artisti coltivano infatti la cattiva abitudine di credere che il curatore che visita i loro atelier li stia invitando a stringere una liaison personale. Pura romantica illusione, così come è pura illusione credere che una partecipazione alla Biennale possa servire da check-in per entrare a far parte del club degli eletti.

 

Geppi Cucciari e Francesco Bonami, credits Matteo De Fina 4

 

Antipatia ed egocentrismo sono altri segni particolari che potrebbero caratterizzare l’artista, prima e dopo il successo. Intanto Bonami prescrive qualche sana goccia di moderazione all’autocelebrazione, perché esiste il tempo giusto per ogni esternazione durante tutta l’ascesa professionale, badando bene che l’arte è temporalità. Come dire: oggi sei gatto, domani potresti tornare topo. Il motto è: «il successo è come il sesso, godetene ma non andate a raccontarlo in giro, fareste schifo [6]».

Certo, quando si diventa dei numeri uno si potrebbe subire una metamorfosi in ‘antipatici’ senza volerlo, soffrire di una malattia autoimmune che accompagnerà l’artista per tutta la durata del suo successo. Acidi e superbi, per difesa o per scelta, «potrete ricevere la gente in pigiama e nessuno avrà il coraggio di darvi dell’idiota [7]». Tuttavia, la fama va di pari passo con la solitudine: «il successo vi renderà antipatici e anche un po’ soli, vi mancheranno gli amici del bar, ma dovrete accettare anche delle rinunce. Se avrete successo, i vostri amici saranno in realtà coloro che godranno del vostro lavoro [8]», leggasi il pubblico, pronto ad elogiare (o stroncare) le proprie creazioni.

 

È tempo di tirare le somme.

L’aspirante artista dovrà darsi un massimo di 10 anni di tempo, entro i quali raggiungere il successo; se, superato tale periodo, si accorgerà di aver vissuto di soli immeritati onanismi artistici, presa coscienza che i quadri venduti sono quelli appesi alle pareti di casa dei parenti, allora dovrà dimenticare l’ostinazione, e trasformare l’ambizione di diventare artista di successo in un rispettabile hobby per l’arte, unica via per evitare inutili gastriti.

L’artista affermato, invece, sarà capace di masticare ogni capitolo del sommario, riuscendo a trasformare l’apparenza in essenza; il nostro eroe sarà in grado di innalzare il titolo del libro - da Mamma, voglio fare l’artista! a Mamma, sono un artista!.

Dictum factum.

 

Geppi Cucciari e Francesco Bonami, credits Matteo De Fina 5

 

Leggete Mamma voglio fare l’artista!, perché vince sui filosofeggi inconcludenti che causano pruriginose orticarie; perché, come dicevamo, è originalmente personale, pluridirezionale, rivolto ad artisti in erba, ma anche ai giovani in carriera e a tutti i genitori ansiogeni; perché è meritocratico, perché dietro a quella facciata da kit di primo soccorso è riposta la voglia di mettere un po’ d’ordine in un mondo che pretende troppo spesso l’anarchia assoluta, soprattutto nel campo dell’arte, in cui il detto Lo posso fare anch’io è sulla bocca dei più.

Chi tende a sminuire, o a guardare con sospetto, chi fa arte, de-significando il concetto stesso di ‘arte’ e veicolando il messaggio che l’arte è robetta alla portata di tutti, si nutrirà a vita dello stesso alimento: tanta superbia, uno dei 7 peccati capitali.

 

Lo so, alcuni lettori potranno giudicare il libro un soufflé ai luoghi comuni [9]. Ma attenzione, benpensanti: ciò che voi chiamate ‘luogo comune’ in questo caso altro non è che il locus communis, la piazza, dove gli uomini si incontrano per scambiare e scambiarsi idee. Ho percepito questo libro come il luogo dal quale poter raccogliere liberamente spunti e segreti utili al raggiungimento di un arduo obiettivo comune: fare il lavoro dei propri sogni.

 

Mamma voglio fare l'artista, copertina e quarta

 

Ringrazio pubblicamente Francesco Bonami per aver scritto Mamma voglio fare l’artista, ed i motivi sono tre:

1. È riuscito a non farmi cambiare idea sulla rinuncia, compiuta tempo fa, a voler diventare artista di successo. Bisogna essere usciti indenni da una decina di malattie virali per diventare artisti acclarati, ed io ho solo sofferto di orecchioni in forma leggera.

2. Non mi vergogno più di andare fiera della mia prima ciofeca artistica.

3. Ho smesso di odiare Warhol, Koons e Hirst, perché sono solo eccezioni della vita, dei rumorosi innovatori - come Aristotele che, in Metafisica, affermava: «La filosofia non serve a nulla, dirai tu; ma sappi che, proprio perché priva del legame di servitù, è il sapere più nobile [10]».

A modo suo, anche Bonami lo è.

 

Francesco Bonami

Mamma voglio fare l’artista! Istruzioni per evitare delusioni

Ed. Mondadori Electa, 2013

160 pgg., italiano, 13 x 18 cm

8.42 € - link all’acquisto su In Mondadori

www.palazzograssi.it

 

Didascalie immagini:

Mercoledì 30 ottobre 2013: incontro con Francesco Bonami e Geppi Cucciari a Palazzo Grassi, in occasione dell'uscita del libro "Mamma voglio fare l'artista! Istruzioni per evitare delusioni" di Francesco Bonami. Credits: Matteo De Fina | Courtesy: Palazzo Grassi

 

La redazione SeroxCult desidera ringraziare Paola Manfredi @ PCM Studio

 


[1] F. Bonami, Mamma voglio fare l’artista. Istruzioni per evitare delusioni, Electa, Milano, 2013, p. 16.

[2] Ibidem, p. 9.

[3] Ibidem, p. 111.

[4] Ibidem, p. 85.

[5] Ibidem, p. 74.

[6] Ibidem, p. 107.

[7] Ibidem, p. 148.

[8] Ibidem, p. 133.

[9] Voglio precisare che Francesco Bonami non è il solo ad aver scritto attorno alla tematica del mestiere d’artista, ma è forse il primo a farlo con uno stile pop e graffiante, a cominciare dai titoli dei suoi libri.

Prima di lui Angela Vettese ha scritto Artisti si diventa, un saggio accademico sulla Macchina dell’Arte, utile per approfondire la tematica sotto ogni punto di vista, a cominciare dalla definizione stessa d’artista (Artisti si nasce o si diventa?), passando ad analizzare l’artista come figura sociale, per arrivare infine all’interessante studio sul rapporto arte/marketing.

Ma anche gli artisti scrivono circa il proprio mestiere. Cito, a titolo esemplificativo, il libro di Damien Hirst Manuale per giovani artisti. L’arte raccontata da Damien Hirst, un’autobiografia dettata al registratore dello scrittore Gordon Burn nell’arco di dieci anni, da uno dei più controversi e irriverenti artisti contemporanei.

[10] Aristotele, Metafisica I, 2, 982b.

 

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Sono contenta che Geppi sia tornata in Tv, di sicuro aver "scippato" 4 puntate di plastico a Bruno Vespa lo metterà nel curriculum, sono soddisfazioni! Si occupa d'arte con un grande critico! Felice di essere Sarda! Mitica e Bravissima Geppi con un programma in seconda serata su Rai Uno, è mirabolante!
Grande Geppi!
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