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A VOLTE RITORNANO: LO STRUTTURALISTA E’ TORNATO NEL METRO’ “Il Metrò rivisitato” di Marc Augè di Juri Casati
pubblicato il 29/10/2009 Lo strutturalismo è finito, ma non per tutti. È quello che ho pensato leggendo questo libro che Marc Augè ha scritto 20 anni dopo il suo celebre Un etnologo nel metrò (1986). Strutturaliste sono le citazioni e i riferimenti con un richiamo continuo ai testi di Levi-Strauss. Strutturaliste sono le premesse che ci fanno capire come secondo Augè «lo spazio sotterraneo […] offrisse un’immagine ingrandita delle evoluzioni lente o accelerate della società in movimento», e già basterebbe questo per far venire alla mente la celebre espressione di Levi-Strauss sugli antichi cristalli da guardare in controluce per vedere tracce – strutture appunto – di epoche antiche. Strutturalisti sono anche i difetti: l’opera è debole a “livello scientifico” ed è inutile che ci venga detto che non poteva che essere scritta così etc e che un libro non si giudica dalle tabelle. Sappiamo tutti benissimo che la scientificità di un testo non è sinonimo di ricerca su basi quantitative altrimenti non esisterebbe un’archeologia o una filologia linguistica scientifiche. Quello che è sempre sfuggito agli autori strutturalisti è che esistono canoni di scientificità anche nelle discipline umanistiche. Essi sono sostanzialmente: l’esistenza di oggetto di indagine pubblicamente riconoscibile, il carattere pubblico delle fonti e la loro controllabilità.
Tutto ciò al fine di consentire la verificabilità o – se siete popperiani - la falsificabilità delle tesi sostenute. Dove stia il rispetto di questi canoni in questo libro solo Augè lo sa: l’oggetto della ricerca è nebuloso, così come le tesi sostenute: si tratta più che altro una serie di osservazioni sparse che germogliano una dall’altra senza un ordine preciso. È un altro dei classici difetti dello Strutturalismo: la scarsa sistematicità nell’affrontare un argomento. Non parliamo poi delle fonti che praticamente non esistono: Augè dice sempre il suo parere e lo attribuisce agli altri. Impossibile controllare se quello che sostiene sia vero. “Non stavo forse aspirando al potere demiurgico che il romanziere si arroga inventando la soggettività degli altri?” si chiede il Nostro ad un certo punto. La risposta è sì. Che nelle cose e anche in un metrò possano essere rintracciate “strutture” che possiamo ritrovare in altri contesti è un’idea vera e deriva da un’intuizione notevole di Levi-Strauss che ha avuto una portata enorme nella cultura occidentale. Ma questa intuizione deve essere argomentata e documentata caso per caso altrimenti rimaniamo alla suggestione iniziale. Tuttavia non ci sono solo critiche a questo libro di cui deve essere denunciato l’impianto, ma non il contenuto. Infatti devo dire che Augè (come tantissimi autori strutturalisti e in primis Levi-Strauss) è una persona assai colta, molto preparata, che ha viaggiato parecchio e letto molto; inoltre è Directeur d’Etudes presso l’Ecoles des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Ha scritto un libro di memorie, di appunti, di osservazioni più che un testo scientifico. Ma sono memorie, appunti, osservazioni di una persona intelligente. Uno dei temi più interessanti del testo è che il tempo dal 1986 è passato e molte cose sono cambiate e non solo nel metrò, ma anche nell’autore. Il metrò è migliorato perché “a differenza degli esseri umani, più che a invecchiare tende a ringiovanire: più silenzioso, meglio illuminato”. Ma non è più lo stesso autore che rivisita gli stessi luoghi dopo 20 anni: è un’altra persona che rivisita altri luoghi dopo vent’anni. Qui ci sono le pagine migliori: sul tempo che passa e sul fatto che i libri sfuggono di mano a chi li scrive che poi non li riscriverebbe più così e che diventano proprietà di chi li legge che impone una propria interpretazione al testo. Altre osservazioni sparse interessanti riguardano l’ingresso della stampa gratuita nel metrò, il rinchiudersi in sé stessi dei passeggeri, il consolidarsi della povertà che una volta faceva scandalo, mentre oggi fa parte dello spettacolo della città. Un altro lampo di genio che ci fa capire come lo spirito di osservazione di Augé sia fenomenale è la seguente citazione: “L’avidità con cui la folla, compresi i giovani, si precipita sulle scale mobili, quando ce ne sono, è un segno della spossatezza media della popolazione urbana”. O ancora: “Con il passare degli anni, il passeggero del metrò ha perduto ogni possibilità di scambiare due parole con il conducente, il venditore di biglietti, il controllore, il capostazione o il capotreno”.
Per chi apprezza più i lampi del temporale.
Marc Augé Il metrò rivisitato Raffaello Cortina Editore – collana “Minima“ 2009 82 pagine - € 8,00
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