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BOOK
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Giovedì 10 Settembre 2009 00:00 |
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QUANDO VERRA’ L’APOCALISSE, VORRESTE ESSERE A CIVITAVECCHIA? “Civitavecchia alla fine del mondo”, Mattia Walker di Fabrizio Gabrielli
pubblicato il 10/09/2009 Da bimbetto, subivo la malia di una pagina dell’antologia delle elementari, una pagina in cui si raccontava di un autobus, di uno starnuto contagioso, di un prato fiorito e di uno dei passeggeri che, in preda ad un raptus gioioso, invitava tutti a fare un picnic a Civitavecchia. Mi colpiva che qualcun altro potesse conoscerla, la natia Civitavecchia, e addirittura ambientarvi un picnic. Poi, più in là, sarei tornato a viverci, in quella Civitavecchia, più o meno negli stessi momenti in cui, su una panchina di Reggio Emilia, tre tizi, tra i quali Mattia Walker, concepivano la rivista “Frenulo a Mano” sulla scorta del concetto di “letteratura fica”. Preambolo dovuto ed onnicomprensivo: qua si parla di Mattia Walker, di Civitavecchia e di fichitudine, non fosse altro perché Civitavecchia alla fine del Mondo (Zandegù Editore) porta sulle spalle il numero 6 della collana I Fichissimi. Che Civitavecchia sia luogo fico par excellence, poi… ci sarebbe da abitarci per condividere mica.
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Venerdì 21 Agosto 2009 00:00 |
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LE IDENTITA’ DISSOLTE IN UNA METROPOLI LUNARE
Paul Auster, Trilogia di New York
di Lorenza Rossi
pubblicato il 21/08/08 Trilogia di New York è il titolo del libro di Paul Auster, che racchiude tre romanzi: ”Città di vetro”, “Fantasmi”, “La stanza chiusa”. Pubblicati per la prima volta tra il 1885 e il 1989, i romanzi sono entrati a far parte della letteratura classica americana. L’autore racconta delle detective stories, ma si diverte a sovvertire i canoni tradizionali di genere.
Tutto comincia con una telefonata nel cuore della notte nella casa di Daniel Quinn, autore di romanzi polizieschi. Qualcuno all’altro capo del telefono ha sbagliato numero, cerca Paul Auster (ironicamente l’autore usa il suo nome), un detective privato a cui affidare un'inchiesta. Alla terza chiamata, Quinn accetta l'incarico fingendosi uno sconosciuto di cui prende nome ed identità.
In “Fantasmi” Bianco incarica Blue di spiare Nero; l'indagine si protrae negli anni senza approdare a nulla, ma ad ogni giro aumenta il numero dei personaggi-colori coinvolti. In questo racconto può capitare che chi sta pedinando a sua volta si senta pedinato, e si crea un labirinto di reciproci pedinamenti. "Spiando Black nella casa dirimpetto è come se Blue guardasse in uno specchio e capisse che invece di osservare soltanto un'altra persona, sta osservando anche se stesso".
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Giovedì 06 Agosto 2009 00:00 |
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L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE NELLA BRIXTON-POST-BRIXTON “Tranquillo, fratello!”, Alex Wheatle di Fabrizio Gabrielli
pubblicato il 06/08/2009 Da Naipaul a Kureishi, una pletora di autori immigrati nati o cresciuti in Albione ha contribuito alla creazione di una nuova accezione di britishness, da una parte lottando strenuamente contro ogni stereotipo –quello che alcuni chiamano burden of representation–, dall’altra regalandoci uno sguardo obliquo, da insider, sulla complessità sociale della Londra cosmopolita. In questa folta schiera di scrittori merita senz’altro di rientrare Alex Alphonso Wheatle, nero d’origini jamaicane, autore di “Tranquillo, fratello!” (tradotto da Francesca Orlati, titolo originale “The Dirty South”), edito da Edizioni Spartaco. Come Kureishi aveva assurto il quartiere di Southall a sancta sanctorum della tensione interetnica, lo stesso fa Wheatle con Brixton. Dopotutto, dei riot scoppiati a Brixton Lane l’11 aprile del 1981 –bloody Saturday, lo definì qualcuno– Wheatle è stato testimone oculare. Col nome di Yardman Irie, in quegli anni, Wheatle soundsystemeggiava ed osservava quella satanbaldoria falliforme andare ad incunearsi tra le terga del governo thatcheriano. Il romanzo di Wheatle non è un’apologia dei riot di Brixton, ed anzi in un certo qual senso ne cristallizza l’oblio. Abbandonandoci alle parole di Dennis Huggins, il protagonista che scrive dal penitenziario di Pentonville, al contrario, sembra quasi di vederlo scemare, tutto ciò che Brixton ha rappresentato, risucchiato da una deriva nichilista e deresponsabilizzante. La Brixton-post-Brixton di “Tranquillo, fratello!” non è più un ghetto coacervo di rudeboys e shotta, spacciatori; “ma con tutti quegli stereotipi del cazzo e quelle stronzate mediatiche, voi che ve ne state beati nel Berkshire o chissà dove, non lo saprete di certo…”. I bianchi non sono più gli edificatori di Babilonia, ma semplicemente gl’estimatori degli Oasis: “Fu circa in quel periodo che smisi di avere amici bianchi. Niente a che vedere con questioni razziali. E’ solo che abbiamo gusti musicali diversi”. I problemi di convivenza sono piuttosto con le altre etnie che affollano i sobborghi metropolitani, capintesta gli islamici dell’ultima ora, neri convertiti alla falce di luna più per anticonformismo, più per modulare l’intransigenza in odio, che per convinzione: “Se vuoi essere ribelle fai qualcosa che faccia veramente incazzare i tuoi genitori, i tuoi nonni, gli sbirri e quei conservatori che ascoltano Today su Radio 4. Diventi musulmano. Punto.” Sullo sfondo del frammentato scacchiere interetnico si compie l’educazione sentimentale di Dennis e di Noel, amici per la pelle e borderliners loro malgrado, per i quali ogni esperienza di formazione, dalle donne ai primi contatti con la droga, è imbevuta da un lifestyle squisitamente gangsta, forgiato sui boomcha del Wu-Tang Clan o di Tupac. In loro s’appalesa una negritude che rifugge le proprie radici caraibiche per appiattirsi sull’onda di una filoamericanità atea ed anzi, peggio, kaffur, infedele, appiccicosa come le ali di pollo fritte di KFC. Nemmeno l’amore per Akeisha, che corre veloce come Usain Bolt per scappare da una maternità ingombrante, o l’affetto del padre bibliotecario costretto ad utilizzare un bastone da passeggio in seguito ad “una specie di incidente avuto a diciotto anni” riusciranno a gettare un salvagente a Dennis, che travolto da uno tsunami di violenta rappresaglia vedrà scivolare gli eventi fino all’inevitabile debacle finale. Perché è sordo, Dennis –e con lui molti dei membri della black community nel post-Brixton– ai richiami alle origini della lotta politica. Ad un poetry jam, di fronte all’esibizione del vocalist Yardman Irie, gustoso cammeo del Wheatle, Dennis si limiterà a constatare quanto quel fratello abbia un “guardaroba triste”, senza Nike né Adidas. Yardman, per la cronaca, inneggiava ad incendiare Babilonia. Forse è proprio questo, il quid che rende “Tranquillo, fratello!” qualcosa in più di un ottimo romanzo, dal linguaggio estremamente rispondente all’imperativo hiphoppico del keep it real, ferocemente tenero e dignitosamente ruvido al contempo: Wheatle, raccontandoci l’insensibilità dei giovani alle radici, ed al bagaglio culturale a queste legato, lancia un appello accorato a farsi carico dell’eredità, a perpetrare la memoria, affinché nell’alternarsi generazionale nulla vada perduto, e nessuna delle esperienze vissute risulti vana. Dopotutto, come cantava Bob Marley in Exodus, è solo sapendo dove stiamo andando e da dove veniamo che potremo lasciarci Babilonia –più che mai somigliante alla Brixton-post-Brixton– alle spalle.
Alex Wheatle "Tranquillo, fratello!" Edizioni Spartaco – Traduzione di Francesca Orlati 2009 pagg. 253, 15 euro |
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Lunedì 27 Luglio 2009 00:00 |
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E L’ITALIANO PRESE A BALLARE Paolo Morando, “Dancing Days. 1978-79: i due anni che hanno cambiato l’Italia” di Cosimo Piediscalzi
pubblicato il 09/07/2009 La “società dello spettacolo”, e quindi la spettacolarizzazione della società, ormai è come una stagione evolutiva distinta e accertata, cioè come fosse stata fattivamente una vera fase antropologica dell’uomo moderno e soprattutto occidentale. Una vera e propria stagione temporale e trasformativa dell’uomo e del suo tempo. Stagione che è stata preavvertita, in parte annunciata (probabilmente già il rock iper-estetico di Elvis sussurrava qualcosa), poi avvertita fortissimamente come cosa (Guy Debord docet) e infine, a stagione avvenuta e nella sua fisiologica crescita è stata intuita sentimentalmente: e qui va ringraziato Pasolini e la sua chiaroveggenza. E’ quindi un’evoluzione dell’uomo, un momento tramutante e preciso. Questa trasformazione tutta macchinosa essendo un alchimia diabolica che vede come soggetti la Storia in primis, il tempo, la genetica del luogo incluso il suo passato, il Potere e il potere espressamente politico-governativo, e infine ovviamente l’ingrediente principe: i mass media. Essendo quindi un alchimia di tutte queste cose che sono nel dettaglio cose specifiche, peculiari cioè di ogni luogo-Stato, va da sé che questa trasformazione e questa spettacolarizzazione dell’uomo varia da paese a paese, da popolo a popolo. Quando penso poi al fatto che, superato l’anno 2000, forse potevamo iniziare ad analizzare tutto ciò, prendo atto che questa impresa rimane pressappoco incompiuta. La sociologia forse, anche lei si sta evolvendo? Eppure si potrebbe iniziare l’impresa anche in maniera semplice, anche in modo unicamente cronachista, cioè elencare, formare magari un calendario di eventi e di momenti che hanno cambiato la fisionomia dell’Italia portando pian piano il contadino dialettoide al rampollo truccato, palestrato e lampadato che siede sul trono della De Filippi, insomma si può, si potrebbe elencare anno per anno i passi strategici che hanno rivoluzionato i costumi e i caratteri cruciali del Bel Paese. Ecco un esempio compiuto e perfetto: Paolo Morando con “Dancing Days, 1978-1979 i due anni che hanno cambiato l’Italia”: un libro fantastico, una missione egregiamente compiuta, imponente, piacevole, documentaristico e ragionato. Un indagine e un impresa in partenza semplice perché più che sociologica è appunto quasi giornalistica, un metodico appuntare, annotare e segnare tutti gli avvenimenti, i momenti, le cose ( e i suoi perché ) accaduti in Italia e che hanno, a dovere, mutato per davvero il paese marcando i nostri atteggiamenti comportamentali e sociali per sempre. Nel calendario intelligentissimo di Morando gli anni cruciali sono il 1978 e il 1979: tutto accade, tutto parte, tutto precede e tutto implode in questi due anni pre-ottanta. Il libro, con la maestria di uno scienziato spensieratomo, contrassegna avvenimenti e vicende creando le ragioni di forza del cambiamento sociale, che vede di scena l’Italia post-68, iper-politicizzata, aspra, conflittuale e frazionata, satura di politica fino all’osso, trasformarsi poi lentamente in tutt’altra Italia. Un’Italia che diventa un cocktail confusionario di potenti reflussi politici e ideologici e che ha un solo comandamento: “rilassarsi”, divertirsi, fare un break, riprendersi a forza il privato perduto attraverso una cosiddetta “coscienza comune”, smettere di pensar troppo, spogliarsi dalle divise dottrinali per tuffarsi nella grande piscina dell’entertainment –l’acqua di questa piscina è confondente, allegra, analgesica– e in quest’acqua tutto si dimentica, e tutto è dancing, intrattenimento, apparire, edonismo, consumismo, piacere, individualismo, disimpegno non cosciente. Ma tutto questo impressionante mutamento com’è avvenuto? Qualcuno dall’alto forse lo ha preteso? Ed ecco che Paolo Morando effettivamente non ce lo dice (la missione sarebbe a dire il vero impegnativa), però ci da alla mano un corollario di accadimenti fondamentali per capire come tutto ciò è successo. Così dal ’78 in poi esplode la “febbre del sabato sera”, impazzano discoteche, miti televisivi a buon mercato, palestre, saloni di bellezza, il disimpegno diventa una meravigliosa ovvietà, e il “pubblico” della politica, dello Stato, del potere viene sempre più ad occultarsi perché ora l’italiano è del “privato” che ha fame: ha appetito voyeuristico di “casi umani”, di vicende anonime e insignificanti, di gossip, è questo che vuole adesso l’italiano medio. Ma questo italiano medio ha davvero fatto tutto da solo? O c’è dietro un abile regia? L’italiano che dal ’78 in poi dismette bandiere e impegni per sollazzarsi in una sorta di industrializzata ubriacatura di “niente” è davvero cosciente di ciò? Lo ha deciso di sua scelta o dall’alto il grande burattinaio muove i fili facendolo dirottare dove esso ha deciso? Paolo Morando a queste domande che sono “domande di tutti” non replica capillarmente ma ci offre con criterio non solo lo slancio alla domanda ma gli ingredienti spiccioli per risalire alla ricetta cumulativa, per giungere forse al grande “Cuoco”, al misterioso “Cuciniere” che ci ha buttato tutti nel pentolone.
Paolo Morando Dancing Days. 1978-79: i due anni che hanno cambiato l’Italia. Editori Laterza, 2009 pag. 327, euro 16,00 |
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Lunedì 27 Luglio 2009 00:00 |
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IL VANGELO SECONDO BENNI “La grammatica di Dio. Storie di solitudine e di allegria”, Stefano Benni di Lorenza Rossi
pubblicato il 02/07/2009 “Tra gli dei che gli uomini inventarono, il più generoso è quello che unendo molte solitudini ne fa un giorno di allegria”. Stefano Benni affida a un verso di Callistrato la chiave di lettura del suo “Grammatica di Dio. Storie di solitudine e di allegria”. Un testo che porta indelebile il segno tipico della creatività dell’autore: ironico, profondo, surreale e realissimo al tempo stesso. Tutta la complessità e l’assurdità dell’accadere delle cose affidata ad una prosa chiara, originale e spesso immaginifica. Una raccolta di brevi racconti che hanno come leit motiv la solitudine, indagata nelle sue multiforme espressioni, piccoli tasselli di quella solitudine che sembra costitutiva della condizione umana stessa. A squarciare il velo di malinconia arriva imprevedibile e disarmante l’allegria. Nella consapevolezza che il sorriso a volte spinge alla riflessione, nella vita come nella letteratura. Una moltitudine di personaggi si fa rappresentante della varietà del mondo: incontriamo Remo, il vedovo che non sopporta più la compagnia del suo cane e, nonostante i tentativi di abbandonarlo, sarà costretto a cedere; un pescatore che vive le sue giornate con la sola compagnia della propria canna da pesca; un uomo talmente solo che finisce per diventare maniaco di cellulari, una strega contemporanea e tanti altri.
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Suambra Gentile Francesco, grazie mille per l'apprezzament...
Pino Modica Come artista continuo ad essere deluso dalla non-c...
Francesco Ottima la scrittura, intrigante la lettura di ques...
Francesco Cascino Grazie Fabiola, gentilissima e attenta. Argomento ...
Fabiola Assolutamente no, Denise! Tutte le borse sono real...
Fabiola Splendida intervista, ampiamente condivisibile.
denise direi molto belle, speriamo che non siano fatte in...
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GIOVANNI FLORIS Caro PAOLO, mi piacerebbe avere un contatto diret...
Bert Da quando si è trasferito, lentamente sta decaden...
stefano bassetti (fefo fefoni) De Grandi ha palesemente una marcia in più. La pr...
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