CENTRINART&MEMORIA
Arte Torna Arte - Firenze, Galleria dell’Accademia - fino al 9.12.2012
di Adriano Annino
“Tutti i centri sono in frantumi; non esiste più un centro” (Majakowskij).
Ecco, io sono alla ricerca di questi frantumi. Ritrovare un Centro Perduto, e riassemblarlo in un puzzle composto da frammenti anche molto differenti tra loro, imprevedibili, a volte continuamente cangianti, ma proprio per questo degni di particolare cura.
Considerando che l’ultima volta vi avevo detto che - vi piacciano o meno gli americani - dovreste proprio andare a Palazzo Strozzi a Firenze, allo stesso modo suggerirei caldamente di organizzarvi e rimanere un giorno in più perché, a pochi passi e a pochi giorni dal Centrinsognoamericano, potete entrare nel contenitore da me ribattezzato Centrinart&memoria, un altro centro emozionale: la collettiva Arte torna Arte, presso la Galleria dell’Accademia.
Mentre per i dettagli vi rimando al bellissimo catalogo pubblicato da Giunti Editore, vi accompagnerò in un viaggio preparatorio, per chi può, alla visita effettiva, creativamente massaggiante per chi invece rimane comodo in poltrona.
Un continuo scambio di energie immediatamente percepibili, tra echi e rimandi, dalle opere straordinarie della Galleria (di cui il David michelangiolesco è ovviamente emblema assoluto e pietra di confronto di molti degli artisti esposti) fino agli interventi specifici dei contemporanei.
Entriamo nella splendida Galleria dalla Sala del Colosso e, nella scultura Carro solare del Montefeltro di Eliseo Mattiacci (posta, come fosse il suo scheletro, dietro il Ratto delle Sabine del Giambologna), dei cerchi giganti di ferro sembrano girare immobili su rotaie trasportando una parabola, rivolta verso il cielo, che cattura, come una membrana cellulare, i segnali che arrivano dall’ambiente.
È solo la prima opera d’arte, ma fa già collassare nella realtà di quei centri che uniscono, come porte temporali, l’Arte del Passato con quella del Futuro attraverso il Presente - come nell’intenzione delle lezioni tenute da Luciano Fabro tra il 1981 e il 1997, da cui prende titolo e corpo l’intera esposizione.
È il passaggio dalla particella, propria della materia, all’onda, propria dell’energia. Non più una visione consequenziale e cronologica dell’Arte, ma una visione ‘quantistica’, sincronica, per la quale esistono contemporaneamente interventi del Passato, del Futuro e del Presente in un dialogo continuo.
Per la quale, da Arte, appare costantemente altra Arte.
Siamo appena entrati, e alla nostra destra una porta è già stata chiusa dagli elementi di ferro posti da Claudio Parmiggiani, calchi degli occhi del David; occhi dell’Arte, e dell’osservatore che siamo noi.
Varchiamo la successiva porta.
Non abbiamo il trenino su rotaie, come al Luna Park; al massimo, abbiamo un paio di pantaloncini da runner, come da performance Work No.850. Runners di Martin Creed, che fa correre realmente degli atleti lungo i corridoi della galleria.

Siamo subito abbagliati dal profondissimo International Klein Blu con il quale, in L’Esclave de Michel-Ange, Yves Klein ricopre una copia in gesso dello Schiavo morente di Michelangelo, e dal riflesso dello specchio tramite il quale Michelangelo Pistoletto ci inserisce nella fotografia della Sacra conversazione tra Anselmo Zorio e Penone, mentre sulla destra la scultura di Luciano Fabro Il giudizio di Paride ci sussurra che “scegliere è impossibile”.
Davanti a noi appare il fantasma della beffeggiante sedia papale dipinta da Francis Bacon, l’Arlecchino che si specchia di Picasso, il Nettuno con la testa di pesce di Alberto Savinio, un Rosso che sembra crocifisso da Alberto Burri.
Sulla nostra destra, Ketty La Rocca disegna sculture classiche utilizzando parole al posto di linee, e accanto, in una stampa fotografica, Luigi Ghirri spegne sigarette in un posacenere su cui invece il David è riprodotto.

Nella stessa stanza, il Giovane che guarda Lorenzo Lotto di Giulio Paolini sembra divertito dal fatto che, dietro di lui, Marcel Duchamp a sua volta se la ride, a suon di titoli ironici[1], per il fatto di appropriarsi di una Monna Lisa baffuta e poi fresca di barba, mentre Thomas Struth si fa fotografare di fronte al ritratto di Dürer.
 
De Dominicis visita paesaggi leonardeschi, mentre Sol LeWitt schizza disegni dinamici di episodi della Storia della Vera Croce, di Piero della Francesca.
Ci rilassiamo un attimo, meditando di fronte alle stampe fuxia dell’ultima cena di Andy Warhol.
 
Il video di Rineke Dijstra proiettato sulla parete ci mostra le schegge di concentrazione di una bambina gigantesca, seduta a terra, che ritrae un’opera di Picasso a noi ignota; i movimenti della sua grafite sulla carta diventano unica colonna sonora dei rallentati tappeti di vita che Fiona Tan espone nella saletta accanto: sei cortometraggi in bianco e nero, privi di audio ed intrisi di scene di vita quotidiana.

Il nostro immaginario trenino entra nella Galleria dei Prigioni di Michelangelo. Davanti alla Tribuna del David, proprio come nei Prigioni, l’albero di Giuseppe Penone è ingabbiato, come l’anima nel corpo, da scovare scavando nel legno.
Antony Gormley e Jannis Kounellis ci presentano l’immaterialità della forma, il primo attraversando il cemento con il corpo e rendendocelo in blocchi, bucati e appoggiati a terra; il secondo deponendo su un tavolo lenzuoli e putrelle in ferro, come fossero stati attraversati nella “transustanziazione della materia in pensiero” (A. Iori) dal Cristo morto affrescato da Andrea del Sarto, che sovrasta la scultura.

Cala dal soffitto, di fronte a Venere e Amore del Pontormo, la lucida scultura di bronzo Arch of Hysteria di Louise Bourgeois che, mostrando un uomo contorto ad arco, sembra urlare la tensione sorta dalle spine dell’assurdo antropico, che si materializzano sotto forma di corona posata a terra nella scultura Klettersteig di Antonio Catelani, intreccio di strisce di alluminio tubolare con le quali l’artista ha letteralmente misurato, dalla base al capitello, le circonferenze delle colonne della Tribuna.

Lasciamo alle spalle gli sguardi che ci mostrano il tempo dei visitatori davanti al David, soffermandoci sui calchi delle due dee di Paolini che compiangono, una di fronte all’altra, frammenti di un terzo calco.
Entriamo nella magnifica Gipsoteca della Galleria dove, tra le sculture ottocentesche, l’autoritratto a grandezza naturale di Olaf Nicolai soffre come Narciso, annunciando - mediante lacrime che cadono nel laghetto - l’infrangersi dell’immagine, come del suono.
Insieme a lui, anche il Leoncillo preannuncia martirio e annullamento, ferita languente e taglio, nelle due terracotte simboleggianti San Sebastiano.
 
Il nostro trenino virtuale scende nelle Sale delle Tavole del ‘200, scoprendo i Monochrome blu e il Monogold dorato di Yves Klein, che rimandano alla purezza dei cieli di Giotto e dell’oro zecchino levigato, nelle aureole delle figure su tavola o dei mosaici bizantini - come a dirci che, pur nella differenza di luci e colori, anche noi siamo dèi, che non hanno necessità di accaparrarsi potere, quanto piuttosto di distribuirlo.
Usciamo. La scultura di Renato Ranaldi ci mostra un crocifisso attaccato perpendicolarmente alla parete, ribaltando la realtà, e nella Sala Bizantina che ospita la Pittura Fiorentina del ‘300 l’installazione Passi, di Alfredo Pirri, ripropone le increspature causate dall’invecchiamento delle dorature delle tavole, nelle spaccature degli specchi con cui ha ricoperto il pavimento, aprendo così delle voragini che prima non esistevano e che ci mostrano il passato, annullando - nella sala interrotta dalle fratture come dai passi - il concetto di spazio/tempo.
Prendiamo allora velocità, salutiamo nel giardino la statua del David riprodotto in dimensioni reali e dipinto in versione pop, con gli occhi azzurri e i capelli biondi, da Hans Peter Feldmann insieme agli allievi dell’Accademia, e saliamo al primo piano per frenare, rallentare e fermarci.

Nel silenzio, tra le tavole di Lorenzo Monaco, Spinello Aretino, Gerini, Gaddi e la Firenze di fine ‘300 ed inizio ‘400, posiamo un ultimo sguardo sul video di Bill Viola, Surrender. Un dittico di due video a colori posti in verticale in maniera apparentemente speculare, in cui l’artista trae ispirazione dalle rappresentazioni rinascimentali della Passione di Cristo per raffigurare le emozioni fase per fase, secondo per secondo, con movimenti rallentati, enfatizzati, amplificati.
È la resa dei conti e la resa finale, l’arrendevolezza appagata ed appagante che nasce dalla consapevolezza che, alla Galleria dell’Accademia, l’Arte è tornata Arte.
ARTE TORNA ARTE
A cura di Bruno Corà, Franca Falletti, Daria Filardo
Dal 8 Maggio al 9 Dicembre 2012
Galleria dell’Accademia - Via Ricasoli, 58 - Firenze
Artisti: Francis Bacon, Louise Bourgeois, Alberto Burri, Antonio Catelani, Martin Creed, Gino De Dominicis, Rineke Dijkstra, Marcel Duchamp, Luciano Fabro, Hans Peter Feldmann, Luigi Ghirri, Antony Gormley, Yves Klein, Jannis Kounellis, Ketty La Rocca, Leoncillo, Sol Le Witt, Eliseo Mattiacci, Olaf Nicolai, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Giuseppe Penone, Pablo Picasso, Alfredo Pirri, Michelangelo Pistoletto, Renato Ranaldi, Alberto Savinio, Thomas Struth, Fiona Tan, Bill Viola, Andy Warhol.
Orari: Dal martedì alla domenica, ore 8.15-18.50.
Nei mesi di luglio, agosto e settembre, il martedì fino alle 22 e il giovedì ingresso gratuito dalle 19 alle 22
Ingresso: Intero € 11.00 - Ridotto € 5.50
Firenze Musei tel. 055.294883 - www.artetornaarte.it
Pics’ credits & courtesy
1_Hans Peter Feldmann, David, 2012 - dettaglio
2_Bill Viola, Surrender, 2001 - vista dell’esposizione
3_ Claudio Parmiggiani, Senza titolo, 1998
4_ Martin Creed, Work no. 850. Runners, 2012 - foto da performance
5_Yves Klein, L'esclave de Michel-Ange, S20, 1962 - collezione privata
6_Ketty La Rocca, Monumento Demidoff - collezione privata
7_opere di Alberto Burri, Pablo Picasso, Alberto Savinio - vista dell’esposizione
8_opere di Marcel Duchamp, Gino De Dominicis, Thomas Struth - vista dell’esposizione
9_Sol Le Witt, Study After Piero, 1958 - LeWitt Collection, Chester, CT, USA - Ph. R.J. Phil
10_ Andy Warhol, The Last Supper - courtesy Collezione Credito Valtellinese, Sondrio
11_Rineke Dijkstra, Ruth Drawing Picasso, 2009 - frame da video - courtesy Marian Goodman Gallery, NY
12, 13_ Antony Gormley, SENSE, 1991 - PRESS, 1993 - collezione privata
14_Jannis Kounellis, Senza Titolo, 1999-2012
15_ Louise Bourgeois, Arch of Hysteria, 1993 - vista dell’esposizione, dettaglio
16_Olaf Nicolai, Portrait of the Artist as a Weeping Narcissus, 2000
17_Giulio Paolini, L’altra Figura, 1980 - courtesy Paolo Mussat Sartor, Torino
18_Leoncillo, San Sebastiano I e II, 1962
19_Yves Klein, Monogold sans titre, MG 6, 1961 - collezione privata
20_Alfredo Pirri, Passi, 2012
21_Bill Viola, Surrender, 2001 - frames da video - courtesy National Gallery, Londra
Dove non indicato: credits & courtesy Rabatti & Domingie, 2012
[1] Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q.: lette in francese, le cinque lettere danno: "Elle à chaud au cul", cioè "Lei ha caldo al culo".
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