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SAPERE NON SAPERE INTERVISTA AD ANDREA BIANCONI di Carlo Sala

pubblicato il 30/04/2010 In occasione dell’intervento Sapere Non Sapere realizzato a Casa Gallo, a Vicenza, per conto della Fondazione Vignato per l’Arte, ho incontrato Andrea Bianconi. L’autore compie un viaggio attorno al tema della conoscenza e, viceversa, alla consapevolezza della mancanza di questa.
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 Colophon 2009 - International Magazine Symposuim Colophon - International Magazine Symposium will be held for the second time in Luxembourg in 2009. The second event will be far bigger and more ambitious than the first, establishing its position in the Grand Duchy as an internationally significant biennial hosting the creators of independent magazines from around the world.
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UNA LIBELLULA A ROOSVELT ISLAND
L’urban farm The Dragonfly di Vincent Callebaut
di Naima Naspi

pubblicato il 23/05/09
Di consueto, quando vediamo immagini così futuribili, il soggetto delle foto è solo un’idea avveniristica, una ‘provocazione’ da cui deriveranno progetti più modesti e realizzabili. “The Dragonfly”, progettata dall’architetto belga Vincent Callebaut, invece, non rimarrà solo un modello astratto, ma verrà presto realizzata; e non a Dubai, ormai divenuta patria dell’azzardo architettonico, ma a New York, e più precisamente a Roosvelt Island, Manhattan. La crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti e non solo, infatti, ha spinto i progettisti a riflettere su problemi che per ora non sembrano essere tali, ma potrebbero diventarlo, quali l’approvvigionamento di cibo. Attualmente, come sappiamo, le derrate alimentari percorrono spesso centinaia di kilometri per arrivare sulle nostre tavole: cosa succederebbe se ciò non fosse possibile?

E come si può evitare lo spreco e l’inquinamento derivato da questi trasporti, semplificando e rendendo più economico l’approvvigionamento di cibo? È sulla base di queste domande che, negli ultimi anni, i progettisti hanno concepito (o per meglio dire riadattato in chiave ultramoderna) le fattorie urbane, o urban farming: imprese agricole in aree urbanizzate e densamente popolate, che mirano a collegare direttamente i produttori ai consumatori. Dato che utilizzare ampie estensioni di terra all’interno delle metropoli è apparso fin da subito impossibile, la soluzione è stata quella consueta nello sviluppo delle città degli ultimi 50 anni: l’altezza, lo spazio verticale.

Su queste riflessioni, e sulla base di molti altri progetti analoghi concepiti in giro per il mondo, si basa The Dragonfly, ovvero la Libellula, nome derivato dalla forma del mastodontico edificio: un’enorme ala, che raggiungerà 600 metri d’altezza. I 132 piani della fattoria potranno accogliere fino a 28 differenti tipologie di coltivazioni, suddivise tra frutta, verdura, cereali, e affiancate dall’allevamento mirato a produrre carne e prodotti caseari vari. L’utilizzo di una combinazione di energia solare ed eolica renderebbe autosufficiente al 100% l’intera struttura. All’interno di questa utopica fattoria, troveranno spazio oltre alle aree produttive anche uffici, laboratori di ricerca, appartamenti, ed aree commerciali.

La struttura è costituita di due torri composte da un esoscheletro metallico direttamente ispirato alla struttura delle ali di una libellula; tra le due ‘ali’ di acciaio e vetro, uno spazio appositamente pensato per sfruttare l’energia solare e l’accumulo di aria calda particolarmente utile nei periodi invernali. D’estate, l’aria fresca circolerà attraverso la ventilazione naturale, l’evaporazione e la traspirazione dalle piante. I giardini in superfici naturalmente filtreranno l’acqua piovana, che verrà mescolata con quella di utilizzo domestico, per poi essere filtrata e depurata prima di essere fatta ricircolare ad uso della fattoria. Un modello che presenta anche un interessante potenziale per la decontaminazione dei terreni e di sotterranei inquinati, nonché la purificazione dell’atmosfera da CO2.

Secondo l’architetto belga, «Dobbiamo lottare [...] a favore di comunità urbane agricole in grado di contribuire efficacemente e sostenibilmente alle nostre città, e ripensare la produzione alimentare. Sui tetti, sui terrazzi, sui balconi, in zone non costruite, su spazi pubblici, nei cortili interni, “l’eco-guerriero” aspira a fuggire da questo sistema competitivo e consumistico imposto dalle leggi del mercato. Egli vuole coltivare il paesaggio in modo da creare egli stesso la propria biodiversità alimentare. In questo modo il consumatore diventa da allora il produttore! L’agricoltura urbana può alimentare la città senza pesticidi o sostanze chimiche antiparassitarie, offrendo inoltre una filiera a chilometro zero [...]. L’agricoltura urbana inoltre è anche una leva di crescita per il mercato del lavoro nelle città, contro la disoccupazione, e a favore di un’economia locale».
Un progetto utopistico ma davvero affascinante, sia dal punto di vista funzionale che da quello estetico, che aumenterebbe la vivibilità delle grandi città, rendendole più belle ed accoglienti. Rimaniamo ancora prudentemente scettici, ma confidiamo di poter presto condividere l’entusiasmo del progettista Callebaut, che proclama ottimisticamente: «L’era dei fast-food e del cibo congelato è finita!». Speriamo abbia ragione…
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