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CONTEMPORARY ART CONTAINER Un museo conchiglia in cui arte e moda si fondono di Naima Naspi
pubblicato il 06/04/08 L’iniziativa Mobile Art di Chanel rappresenta un felice esempio di come il confine tra le varie forme d’arte e di cultura sia sempre labile… Nello specifico, nel padiglione itinerante, reso eccezionale dall’incanto creato dall’architettura di Zaha Hadid, confluiscono l’esplorazione artistica, la memoria della moda, e la suggestione della musica: si tratta di un atto di acuto mecenatismo, sulle orme di Mademoiselle Chanel, e nello stesso tempo di un’intelligente nobilitazione del concetto di pubblicità, ovvero della costruzione di un’estrema idealizzazione di un marchio.
Karl Lagerfeld ha voluto celebrare uno degli accessori “cult” della maison, il sac matelassé, creato da Mademoiselle Coco nel ’55, reinterpretandolo, per mezzo di differenti voci artistiche, con l’esposizione itinerante Mobile Art, inaugurata il 12 marzo 2008, e destinata, sotto la curatela di Fabrice Bousteau, ad un tour di due anni con tappe a Hong-Kong, Tokyo, New York, Los Angeles, Londra, Mosca e Parigi. L’esposizione ospita installazioni temporanee ad opera di 18 artisti internazionali (tra gli altri Nobuyoshi Araki, Sophie Calle, Pierre & Gilles, Yoko Ono, Soundwalk) che rielaborano i valori e il linguaggio del marchio.
Ma la prima e principale creazione artistica ad essere esposta, la prima reinterpretazione, è il pavilion stesso: il Contemporary Art Container, concepito appositamente per l’esposizione dalla progettista anglo-irachena Zaha Hadid. L’architetto Hadid spiega: «Credo che la nostra architettura sia in grado di offrire un rapido sguardo su un mondo alternativo, dal quale lasciarsi entusiasmare. [...] Il nostro impegno consiste nel realizzare edifici in grado di evocare esperienze originali, una sorta di stranezza ed originalità paragonabili alla sensazione che si prova nel conoscere un nuovo paese».
Il risultato è un padiglione-scultura costituito da armoniosi livelli curvilinei, una struttura estremamente fluida e sinuosa, e la somiglianza con una conchiglia è accentuata dal rivestimento esterno in materiale riflettente, quasi madreperlaceo, e illuminabile con luci di diversa colorazione.

Al suo interno, le pareti sono inarcate ed organiche, la distorsione crea una varietà costante di spazi espositivi interni, e in più Hadid è riuscita a far si che la luce naturale, filtrando dalle aperture nel soffitto, incontri quella artificiale, creando spazi dall’eccellente qualità di illuminazione. Il risultato, grazie anche alla guida ed all’accompagnamento della colonna sonora composta appositamente in collaborazione con gli artisti, è una sensazione di immersione assoluta. La struttura è completata da un grande cortile centrale, con copertura completamente trasparente per permettere l’illuminazione naturale.
Lo scheletro del Container è costituito da una concatenazione di segmenti che si incurvano ad arco, ideati, dato il carattere mobile del padiglione, per semplificare le operazioni di scomposizione, trasporto e riassemblaggio degli elementi.
È facilmente riconoscibile nella forma fluente e sensuale del Pavilion l’impronta di Zaha Hadid, che commenta: «Si tratta di un linguaggio architettonico fatto di fluidità e natura, ottenuto grazie a strumenti di progettazione digitale che ci hanno consentito di realizzare un padiglione dalle forme organiche, in luogo del mero ordine ripetitivo che contraddistingue l’architettura industriale del XX secolo».
Per le immagini si ringrazia Virgile Simon Bertrand.
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