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IN UN TEMPO INDEFINITO, LA DANZA DI SILVIA Intervista a Silvia Camporesi di Loredana Barillaro
pubblicato il 18/09/2009 Silvia Camporesi è una giovane artista di straordinario talento e comprovata perizia. Le sue foto esibiscono sovente una concretezza tipica del nostro tempo, altre volte sono pronte a negare tale corporeità, all’interno di una riflessione concettuale che si fa voragine di simboli, atteggiamenti, movenze e passioni. Un’indagine sull’uomo contemporaneo, sulla sua componente femminile, su quel carattere - leggiadro quanto ambiguo - che contraddistingue così spesso il suo lavoro. Immagini che si fissano all’interno di ambiti e scenari in cui il tempo e lo spazio sembrano non avere sostanza, divengono indefiniti. Ed è in questo tempo e in questo spazio che Silvia costruisce le sue immagini, mette in posa i suoi attori, dona vita alle sue idee e ai suoi tormenti. E forza alle sue visioni, che si fanno imperturbabili nella loro perfezione.
Loredana Barillaro/ Ciao Silvia. Nel tuo recente viaggio in Giappone hai catturato aspetti e atteggiamenti tipici, quanto singolari, di un popolo analizzato attraverso le sue manie. Come viene forgiato, secondo te, l'animo del singolo dai meccanismi tipici della contemporaneità?
Silvia Camporesi/ Sono partita per il Giappone pensando alle differenze culturali, alle peculiarità di un popolo che mi ha sempre affascinato per genialità e stranezze. Visitando varie città, e soffermandomi su Tokyo, ho maturato l’idea che certi comportamenti (ordine, compostezza, pulizia, riservatezza, tutti portati all’eccesso) fossero condizioni indispensabili per la sopravvivenza, a causa della densità demografica elevatissima, dei ritmi lavorativi esasperati e, per converso, del grande rispetto delle tradizioni. Ho raccolto immagini che documentano l’uso di maschere protettive delle vie respiratorie, l’abitudine di addormentarsi ovunque, il modo ordinato di enormi folle di attraversare le strade, senza mai sfiorarsi l’un l’altro. La somma di tali comportamenti e abitudini sociali è il segnale che mostra la volontà del singolo di essere parte integrante della collettività alla quale appartiene. In Occidente questa appartenenza è evidentemente più libera, e presuppone il rispetto di un minor numero di regole: ne consegue una grande differenza di comportamenti all’interno delle due società.
LB/ In “Le ragioni del peso”, del 2009, le foto sono il doppio di se stesse, sembra dunque che tu introduca la poetica dello specchio. Quanto c'è di concettuale in questo lavoro? SC/ Le fotografie della serie di cui parli si intitolano “Gradozero”, cinque dittici speculari che ritraggono masse di rottami. E’ un lavoro apparentemente paesaggistico, ma nella realtà contiene un forte impegno concettuale. L’idea è nata in occasione della mostra tenuta al MAR di Ravenna nel 2007 in cui, raccontando di un percorso spirituale, cercavo un’immagine che fosse significativa di un inizio: una distruzione sulla quale gettare le basi di una nuova costruzione. Mi sono imbattuta in una enorme massa di rifiuti industriali, e ho trovato che quel caos contenesse il senso di ciò che volevo rappresentare, ovvero il “grado zero” della conoscenza. Il secondo passaggio è stato il redoublement speculare, azione che rende evidente come nell’indifferenziato, nel disordine, possa già esistere un presupposto di bellezza. La massa e la sua copia rovesciata, vicine, diventano una strada, un’isola, ed aprono le porte a nuovi significati.
LB/ Il personaggio principale dei tuoi scatti è la figura femminile; sarà perché riesce ad incarnare meglio una certa ambiguità tipica dell'atmosfera di molti tuoi lavori? SC/ In effetti, per una serie di ragioni, sono da anni “incastrata” dentro alla rappresentazione femminile; innanzitutto, perché le tematiche che scelgo di approfondire, partendo sempre da una riflessione personale, sono in qualche modo autobiografiche, pertanto le vedo rappresentabili quasi esclusivamente da personaggi femminili. La seconda ragione risiede in un fatto puramente estetico. Ritengo che la figura femminile sia più vicina ad un’estetica sospesa, sfuggente ai riferimenti spazio-temporali, e questa caratteristica della rappresentazione è molto importante nel mio lavoro. Non voglio raccontare direttamente la mia epoca, ed evito accuratamente di mettere in scena dettagli riconducibili al mio periodo storico. Il non-tempo dell’indefinito è quell’ambiguità di cui parli, e credo che la figura femminile sia perfetta nell’interpretare quel tipo di atmosfera.
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LB/ In un viaggio a ritroso nel tuo lavoro incontriamo Ophelia, l'eroina di shakespeariana memoria e notoriamente preraffaellita. Cosa ti lega a questo personaggio? SC/ Questo personaggio è stato un punto focale del mio lavoro. L’opera risale al 2004, un periodo in cui passavo molto tempo a fotografare oggetti e persone in acqua, per capire che immagine mi venisse restituita da questo filtro naturale. Quel lavoro era diventato una specie di ossessione, sembrava non potessi venirne a capo, così, in una sorta di rito liberatorio, decisi di realizzare una copia dell’opera che nella storia aveva rappresentato nel modo migliore la figura femminile in acqua, ovvero l’Ophelia di Millais. La ricerca della modella, del vestito e del luogo in cui ambientare il lavoro richiesero un impegno talmente grande da dare una svolta definitiva al senso del progetto. Le fotografie precedentemente realizzate sono poi divenute parte integrante della serie come studi preparatori all’opera finale, in un procedimento tipico dei pittori di un tempo. Il risultato finale, come nell’Amleto di Shakespeare, è l’intreccio di acqua, morte e femminilità, di nuovo avvolte in un affascinante mistero.
LB/ Alla pratica della fotografia affianchi sovente il video: l'uno completa l'atro? SC/ Lavorando con la fotografia da diversi anni, mi sono resa conto delle sue enormi potenzialità, ma anche dei suoi irrimediabili limiti. Ho sempre considerato la singola immagine come l’estratto di una storia, una sorta di fotogramma che racconta il sentimento di un film del quale si conosce solo la trama, e questa considerazione mi ha guidato in quasi tutti i lavori prodotti finora. La fotografia, proprio perché singola, si carica di un’enorme energia rappresentativa, è enigma e rivelazione al tempo stesso. Ad un certo punto, però, ho sentito il bisogno di affiancare a quel singolo fotogramma un prima e un dopo, allungare le immagini e rendere evidente la storia, che nei casi precedenti era rimasta sommersa: inevitabile il passaggio all’immagine in movimento. Il mio primo video, dal titolo “Dance dance dance” (2007) racconta di una donna vestita di rosso che si immerge in una piscina e nuota incessantemente. E’ un movimento ripetitivo senza un’apparente evoluzione, fino allo svelamento di un simbolo significativo come la croce sul bordo vasca (simbolo che nel nuoto serve a delimitare il bordo, e nel contesto acquatico diviene rivelazione). In generale, è una riflessione sul tema della fede.
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LB/ Quanto lavoro dedichi alla preparazione del “set” nella costruzione delle immagini? SC/ La preparazione del set è la parte più complessa della creazione dell’opera. Parto da un’idea, solitamente presa da una lettura, da un film o dalla vita reale, e cerco di tradurla in immagine. Molto spesso disegno dei veri e propri storyboard; una volta definito il soggetto e le sue caratteristiche devo trovare il luogo adatto, tutti gli oggetti che compariranno in scena e le persone necessarie allo scatto. E’ la parte più complessa, perché non è semplice sviluppare l’idea così come era stata concepita inizialmente. Ad esempio, nella fotografia intitolata “The Skywalker” sono sospesa in cielo. Apparentemente può sembrare un fotomontaggio, ma ero veramente sospesa in aria, legata con una corda ad una gru. Questo significa che ho impiegato molto tempo a trovare gli strumenti necessari alla realizzazione del progetto: vestito, parrucca, gru (…e coraggio per rimanere sospesa in aria tutto il tempo degli scatti!).
LB/ Nel tuo lavoro la fotografia appare come un mezzo potentissimo di indagine. Fino a che punto ti spingi nello scrutare i tuoi personaggi? SC/ Lavorare ad un personaggio, inventato o preso da un testo, significa dargli una nuova identità, liberarlo e lasciare che cresca. A volte le sfumature del personaggio emergono in maniera inaspettata, i caratteri si definiscono nei dettagli della rappresentazione, senza che tale risultato sia effettivamente contemplato nel progetto. Si tratta di un aspetto curioso della rappresentazione artistica, che in certi aspetti ricorda il rapporto fra un attore di teatro e il suo personaggio: l’interpretazione, ogni volta, arricchisce il soggetto di sfumature e dettagli che divengono sempre più importanti e definiti. Allo stesso modo, dall’idea iniziale alla sua conclusione fotografica il personaggio ha subito innumerevole cambiamenti e modifiche, arricchimenti e pulizie. Una volta concluso il progetto inizia poi una nuova fase, definita dall’interpretazione dello spettatore.
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LB/ In alcune foto sei contemporaneamente davanti e dietro la maccina fotografica, ti fai protagonista in una sorta di gioco, come nella serie di scatti che compone “Esercizi di stile” del 2006. SC/ Come ho già avuto modo di scrivere, molte storie sono piccole autobiografie, pertanto è immediata l’idea di entrare in scena. Mi affascina l’idea di essere parte integrante dell’opera, trasformare corpo e volto per un’immagine, e questa operazione serve innanzitutto a me per capire più a fondo il progetto. La serie di cui parli, “Esercizi di stile” è un lavoro su commissione, ideato per il Fotomuseo Giuseppe Panini di Modena. Mi era stato chiesto di lavorare sull’archivio di foto d’epoca, così ho interpretato e riprodotto una serie di ritratti, studiando le pose delicate delle donne e gli sguardi diretti degli uomini. Inoltre il trucco e l’abbigliamento d’epoca hanno avuto un ruolo importante nella realizzazione del lavoro. Anche in altri lavori, come “Un diverso stato” del 2004 o “Indizi terrestri” del 2006, attraverso l’autorappresentazione metto in scena storie di donne.
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