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I COLORI ILLUMINANO IL DISEGNO Intervista a NAbito di GAngelo
pubblicato il 06/06/2009
NAbito è un accumulatore di saperi, nato a Barcellona nel 2006 dallo spirito nomade e inquieto di due giovani architetti italiani: Alessandra Faticanti (Roma 1975) e Roberto “Bebo” Ferlito (Roma 1973). Il progetto è lo strumento scelto per disegnare un’immagine possibile del mondo, che contenga il senso dell’oggi e gli archetipi del passato, la presenza continua d’ironia e di vertigine del vuoto. Si rincorrono nella mente l’immagine di un antico gioco cinese, un tipo di puzzle colorato conosciuto come “Le sette pietre della saggezza” mischiato al ricordo deformato di un possente Arco Romano. NAbito è, in sostanza, negazione dei propri costumi e radici, per poterli ri-trovare e ri-creare. In fondo per riscoprirli sotto una luce nuova. Emerge dal caleidoscopico linguaggio di questo soggetto collettivo e fluttuante, la coraggiosa ricerca di un’identità, alla deriva e nello stesso tempo sempre presente, così vorrei iniziare l’intervista chiedendo ai due architetti italiani di parlare di sé.
GAngelo/ Auto – presentazione
NAbito (Alessandra Faticanti 1975, Roberto Ferlito 1973) e’ uno studio multidisciplinare con base operativa a Barcelona attivo in Italia, in Francia ed in Spagna cercando similitudini e differenze culturali. Il suo Tentativo e’ ridefinire un differente processo di elaborazione per una nuova cultura contemporanea, dal punto di vista sociale ed economico. Nabito ha vinto l’importante premio europeo “Nouveaux albums des jeunes architectes Paris 2006”, concesso dal ministero della cultura Francese. Lo Studio ha vinto diversi concorsi internazionali e si impone nella giovane scena europea costruendo i primi progetti.
Alessandra Faticanti: Dettagli Stato: Nubile Città natale: Frosinone Città di residenza: Barcellona Orientazione: eterosessuale Costituzione: 175cm / 55 kg Etnia: Bianco / Caucásico Religióne: Agnostica Signo del zodiaco: ARIETE Figli: 2 Bevi/fumi: No / A volte Ocupación: Architetto Salario: ????
Bebo Ferlito: Dettagli Stato: Celibe Città natale: Roma Città di residenza: Barcellona Orientazione: eterosessuale Costituzione: 177cm / 70 kg Etnia: Bianco / Caucásico Religióne: Politeista Signo del zodiaco: Scorpione Figli: 2 Bevi/fumi: No / A volte Ocupación: Architetto Salario: ????
GAngelo/ Il concetto di tempo è essenziale nei vostri progetti? E se si, come si lega all’idea che avete della città contemporanea?
NAbito/ La reinterpretazione, la continua messa in discussione dei modelli, delle “icone” e dei valori culturali che hanno caratterizzato, caratterizzano e caratterizzeranno la nostra storia ed il nostro tempo (passato, presente, e futuro) per noi sono strumenti per attivare un meccanismo di relazioni intertemporali complesso. L’inevitabile connessione dei pensieri registrati con i momenti presenti genera un fitto bosco di relazioni che rielaborano un immaginario di possibili futuri modelli su cui riflettere. La fantasia per Lev Vytgosky ( solo una possibilità) deriva dalla somma delle relazioni possibili date dalle esperienze possibili. Tanto più si immagazzina tanto più si è capaci di creare relazioni. Nei bambini il grado di fantasia o creatività va di pari passo alla crescita celebrale e alla possibilità di immagazzinare ricordi, alla memoria. Rielaborare, reinterpretare per riscoprire del nuovo o anticipare. Siamo sempre stati convinti che la Fantascienza preceda la Scienza. Ogni innovazione nelle “città” contemporanee non cesserà di essere una rinnovata relazione, una convergenza dell’intreccio temporale. La “città” contemporanea e’ la somma di questi processi complessi stratificati, e sempre più spariscono e si diffondono i suoi confini reali, ed esplodono nel territorio attraverso mezzi virtuali. Lasciando spazio poi ad un ritorno attraverso ibridazioni interessanti, a geometrie aperte e a logiche orizzontali.
GA/ Utilizzate il gioco come strumento di apprendimento e scoperta dei luoghi coinvolti dal processo progettuale. Potreste raccontare il vostro rapporto col gioco?
NAbito/ L’aspetto ludico è di fondamentale importanza e serietà nel processo di crescita e formazione dell’uomo. Del resto siamo gli unici mammiferi in grado di ridere. Le risposte sociologiche le trovate nel sapiente saggio dell’olandese joan Huizinga: “Homo Ludens”, ne’ Sapiens né Faber. Le società occidentali hanno sempre relegato il gioco in un angolo. Un‘azione di relax nel tempo “libero” in opposizione discordante con il lavoro. Bene, il nostro lavoro e’ ludico nell’essenza stessa. Aggiungiamo il fatto che i nostri due splendidi bambini ci hanno insegnato a capire i meccanismi del gioco ed il suo ruolo nello sviluppo delle relazioni cognitive dell’individuo. Giocare a volte non e’ divertente e non rilassa affatto. Giocare e’ uno sforzo, un impegno, una seria attività che coinvolge cervello cuore e corpo. Giocando ci si arrabbia, si ride, ci si conosce; giocando si scoprono molti lati nascosti e si apprende, e noi abbiamo voglia di apprendere. Tutti i nostri progetti sono la somma di un processo di astrazione, di codificazione, di combinazione e rielaborazione: tutti i nostri progetti sono un gran gioco.
GA/ Cosa significa per voi fare architettura?
NAbito/ VIVERE, tutto entra nel nostro studio, ogni singolo aspetto del vivere quotidiano. Vale una regola della morale anarchica kropotkiniana: “fai agli altri quello che vorresti che gli altri facessero a te”. Pochi compromessi comunque. L’architetto e’ una figura fondamentale ed ha un ruolo importantissimo nelle società che si rispettino; notiamo con amarezza che in Italia spesso questo rispetto si e’ perso.
GA/ Ci sono delle parole guida che vi rappresentano?
NAbito/ NABITO. E’ un neologismo formato dalla crasi della negazione NON e della parola Abitare. Quando il significante raggiungerà un significato, forse Nabito sarà la somma delle nostre parole guida.
GA/ A cosa lavorate in questo momento?
NAbito/ Moltissime cose insieme e a diverse scale…cosi’ come ci vengono in mente…Usciamo da un festival di architettura nel centro contemporaneo di Barcellona (CCCB), che ci ha visti coinvolti con una istallazione-performance; stiamo ultimando il cantiere di un parco Pubblico ”SENSATIONAL Park” nella città di Frosinone. Stiamo preparando un’installazione-workshop a Venezia per questa estate, stiamo lavorando agli esecutivi di un edificio ad uso misto, ad un piano urbanistico, all’esecuzione di un MIRADOR nel Delta dell’Ebro in Catalunya insieme all’architetto EVA FRANCH, alla costruzione di una villa plurifamiliare a S. Felice Circeo,ad un progetto di ricerca per lo sviluppo di strategie progettuali per il territorio costiero di alcuni tratti del mediterraneo, alla ristrutturazione di un appartamento a Barcellona ed uno a Roma, ed al tentativo di coordinare le varie figure per poter proporre la realizzazione della Rainbow Tower e del relativo piano urbano nella città di Ljubljana…E ci prepariamo al meglio che sta per venire…
GA/ Nelle città occidentali, convivono oggi l’odio e l’amore verso le culture diverse dalla nostra. Quali sono i possibili spazi da riconoscere e creare, per capire e cambiare la città del futuro?
NAbito/ Ultimamente, il nostro presidente del consiglio ha affermato:”la nostra idea dell’Italia non e’ multietnica”. Ma senza entrare nel qualunquistico dibattito politico sull’immigrazione, ci rimettiamo ai dati di fatto: abbiamo ampliamente superato l’epoca della multi etnicità. L’uomo ha riscritto la geografia. L’italia non se ne è accorta. Questo aspetto, generato dalla tensione tra la globalizzazione intellettuale (immigrazione culturale) da un lato e dalla lotta all’esistenza-sopravvivenza dall’altro (immigrazione, ancora disperata) è stato assunto e metabolizzato dalle nostre generazioni. Noi siamo una cultura HYPERetnica. Noi viviamo l’Europa, non più l’Italia, noi formiamo reti trasversali, noi siamo immigrati dinamici. L’Italia non si trova più in Italia, come il Marocco non più in Marocco. Gli aspetti culturali divergono e convergono continuamente in un meticcio ormai subcosciente. Siamo abituati a Non ABITARE o a Neo-abitare. Riscopriamo continuamente caratteri del nostro passato (origini, radici culturali…) e li rielaboriamo grazie agli aspetti del presente, per formare prospettive future. Tutto in un continuum spazio temporale che ci permette non solo di capire, ma di COMPRENDERE (far nostre) le differenze culturali. Ma la politica nazionale è lontana da questo mondo trasversale ed è ancora su posizioni difensive: non crede nel progetto Europa o mondo. Le città italiane, per esempio, non sono in grado di reagire allo stato di fatto dell’Hyperetnia, che mischia aspetti reali ad aspetti virtuali (anche se forse non ha più senso fare divisioni).
Due aspetti su tutto. Il primo parte da una critica costruttiva: in Italia manca, a nostro avviso, una cultura contemporanea, una preparazione di fondo in grado di apprezzare e capire un modo particolare di porsi di fronte alla questione architettonica e urbanistica dei nostri giorni. In Italia si specula economicamente, come ovunque, ma senza buoni fini, proprio perché non si specula intellettualmente in maniera adeguata. Vogliamo dire che le realtà interessanti, seppur esistenti, sono scollegate fra loro e materialmente non hanno alcun potere nell’opinione pubblica, perché la gestione, l’amministrazione, e la politica le ignorano a causa d’incompetenza o semplicemente di arroganza. L’Italia si e’ provincializzata, sembra che i nostri amministratori da un certo punto in poi abbiano smesso di leggere, di informarsi, o semplicemente di viaggiare. Sembrerebbe che non siano a conoscenza dei processi di cambiamento che hanno caratterizzato in questi ultimi 40 anni le metropoli europee, e le discipline che ne studiano i fenomeni di dinamica urbana e strategia territoriale. Pensate solo al fatto che Roma, la nostra capitale, ha due linee di metropolitana nel 2009; non e’ mai divenuta metropoli, non ha mai consentito spostamenti veloci, dislocazione di servizi, multipolarità etc., siamo 40 anni indietro e non sembra neanche che ci sia la volontà di recuperare attraverso le nuove tecniche di gestione strategica del territorio. La città non si muove dinamicamente nel territorio, non crea sufficienti reti e non e’ in grado di sfruttare le potenzialità sociali economiche e culturali nel rapporto con le grandi macroaree Regionali (internazionali e intercontinentali).
Secondo aspetto: la nostra generazione ha un rapporto con l’Europa diverso rispetto alle precedenti. Noi ci sentiamo europei, non italiani, viviamo da dentro il fenomeno dell’immigrazione culturale, che non e’ più considerabile tale, per il semplice fatto che l’Europa e’ la nostra nazione o meglio il nostro paese di origine. Le differenze culturali sono il pane quotidiano di studio e riflessione; Nabito, (un neologismo nato dalla crasi tra la negazione non ed il verbo abitare) rielabora le proprie radici e le proprie origini, NON ABITA o NEOABITA, espande i propri confini, li diffonde; nel caso specifico il nostro lavoro e’ legato all’Italia, al Mediterraneo, a Roma e alle sue peculiarità. Molti elementi, come il colore, il rapporto con la piazza pubblica, con la prepotenza della vegetazione, con lo spazio colonizzabile, con il vuoto urbano, con il foro, con l’altimetria, con il paesaggio, con le invenzioni tipologiche, con la sovrapposizione degli stili e la rivoluzione barocca… sono presenti in tutte le nostre architetture. Ce ne siamo accorti a Barcellona, e non a Roma. Quindi, esiste la possibilità di riscrivere una geografia diversa attraverso un trans-nazionalismo in cui le radici aiutino a crescere e a definire nuovi orizzonti piuttosto che a schiacciare e a mantenere un vecchio status quo di delirio autoreferenziale?
GA/ Se poteste scegliere un’altra epoca nella quale vi sarebbe piaciuto vivere, quale scegliereste e perché…
NAbito/ In tutte le epoche che hanno generato un cambio, una tensione rivoluzionaria. Nelle epoche di passaggio, di transizione: nell’epoca del Giulio Romano stereofonico, del Michelangelo gigante sovvertitore, della rivoluzione Barocca, nell’800 romantico. Ma soprattutto ci piace vivere questa stessa epoca, hyperculturale, orizzontale, dove la storia finisce, dove non si evolve, ma ci si sposta lateralmente per ottenere differenti punti di vista. In questa epoca dove il dubbio diviene l’unica certezza e dove e’ più semplice arrivare a capire che l’individuo e’ unico e che va rispettato nella sua unicità.
GA/ Se doveste scegliere un opera d’arte, quale vi rappresenterebbe meglio?
NAbito/ Se dovessimo scegliere un opera d’arte, non potrebbe essere una, non abbiamo il dono della sintesi. Siamo in bilico ed in tensione tra le metamorfosi scultorio-architettoniche di Claes Oldenburg e quelle artificialmente naturali di Andy Goldsworthy.

Intervista di GAngelo
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