|
SE LO SPAZIO E IL TEMPO SONO SOLO UNA SENSAZIONE… Intervista a Marina Paris di Loredana Barillaro
 pubblicato l'11/12/2009 Quelli di Marina Paris sono luoghi imperturbabili, apparentemente vuoti, in cui l'elemento umano è solo evocato; architetture che si fanno momenti, istanti che bastano affinché qualcosa succeda, e lo spazio sembra mutare, cambiando la sua sostanza per divenire tempo. Marina ci racconta tempi antecedenti e conseguenti al passaggio dell'uomo, vicende umane che stanno per compiersi, che mai saranno vissute o che accadranno solo come esperienze sensoriali, ricordi della mente in una dimensione portata all'estremo. E' il tempo, allora, che sembra farsi protagonista, quegli attimi fugaci che noi, forse, riusciamo solo a cogliere con la coda dell'occhio. Le fotografie di Marina Paris sembrano guidarci, dunque, nel nostro modo di vivere gli spazi: un modo talora inconsapevole, in quei luoghi che, in fondo, ci fanno sempre più paura.
Loredana Barillaro/ Ciao, Marina. Nella tua recente esposizione alla Galleria Pack di Milano, “Public Spaces”, hai presentato una serie di scatti in cui catturi perfettamente spazi e luoghi notoriamente di passaggio; quante storie pensi, invece, che vi rimangano intrappolate giorno dopo giorno? Marina Paris/ I luoghi fotografati nella recente mostra alla Galleria Pack fanno parte di un percorso iniziato nel 2005, con la mostra “Transiti”. Sono luoghi interstiziali, terrain vagues, spazi apparentemente non importanti (1) , pur essendo indubbiamente e fortemente connessi con la nostra memoria e con il nostro vissuto. In realtà non mi interessano le storie legate a questi luoghi, quanto il coinvolgimento sensoriale che ha lo spettatore con essi.
LB/ Nelle tue foto, l’elemento umano sembra essere solo evocato, diviene una sorta di percezione; perché escludi l’uomo, a cui peraltro questi luoghi sono strumentali, ed operi questa specie di “spoliazione umana”? MP/ Non c’è una volontà assoluta di escludere l’uomo; più semplicemente, in questi anni la mia ricerca si è focalizzata sull’architettura e, in particolar modo, sugli spazi appena attraversati o abitati dall’uomo. Trovo più interessante fotografare il prima o il dopo l’attraversamento umano, raccontando quella condizione temporale dell’accaduto, dell’azione svolta o dell’attesa, in modo da riportare, all’occhio di chi guarda, quella condizione di tempo sospeso e di assoluto.
 |
 |
LB/ Ogni scatto presenta diversi luoghi: stazioni, scale mobili, sale d’attesa o ancora vecchi capannoni industriali. Cos’è che differenzia l’uno dall’altro, al di là dell’apparenza fisica, strutturale? MP/ In realtà, la mia ricerca non si concentra su ciò che differenzia questi luoghi, ma su cosa li accomuna. Al di là della similitudine nelle strutture fisiche e naturalistiche, mi interessa raccontare la dimensione sensoriale di questi ambienti, e i relativi agganci mnemonici. Ciò che è presente è meno importante di ciò che è assente. L’assenza diventa il vero comune determinatore per ogni spazio.
LB/ I concetti di presenza e assenza appaiono dunque speculari nel tuo lavoro, e il tempo, immortalato in un’unica dimensione, diventa necessario affinché le storie possano compiersi... MP/ La dimensione temporale è molto importante, e corrisponde alla durata necessaria di un’azione che sta per compiersi, o che si è appena compiuta. La concentrazione e l’esasperazione di questa dimensione diviene tale da conferire allo spazio quel valore metafisico, assoluto… assurdo, se vuoi.
LB/ In un momento in cui la condivisione degli spazi comuni fa sempre più paura, la loro essenza più tipica sembra paradossalmente divenire claustrofobica… MP/ Questa sensazione, che giustamente evidenzi, è diventata un elemento sempre più presente nei miei lavori, soprattutto nelle opere installative. Basti pensare al recente “Ambiente Mobile” del 2008, presentato alla XV Quadriennale di Roma. Un corridoio, un passaggio forzato costituito da un tapis-roulant che si muove in senso contrario al percorso di marcia, in modo da rendere instabile e difficoltoso il suo attraversamento. La sensazione principale di chi percorre questo ambiente è legata ad un forte senso di inquietudine, di ansia e, per alcuni, di claustrofobia. Sensazione, quest’ultima, che contraddistingue anche il lavoro “Transiti” del 2005, una stanza interattiva, all’interno della quale l’idea di attesa e il senso di inquietudine diventano improvvisamente condicio sine qua non dell’esistenza.
Note (1) Roberto Pinto, “Marina Paris.Tra spazi e spettatori” in Public Spaces. A cura di Roberto Pinto, catalogo della mostra personale, Galleria Pack, Milano 2009
LE IMMAGINI IN ORDINE NEL PEZZO SONO:
MARINA PARIS Ambiente_07 2009 Stampa lambda su carta montata su alluminio e incorniciata 112 x 162 cm
MARINA PARIS Ambiente_06 2009 Stampa lambda su carta montata su alluminio e incorniciata 112 x 161 cm
MARINA PARIS Ambiente_04 2009 Stampa lambda su carta montata su alluminio e incorniciata 112 x 162 cm
MARINA PARIS Ambiente_01 2009 Stampa lambda su alluminio incorniciata 104 x 148 cm
|