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INTERVISTA A GIACINTO DI PIETRANTONIO di Loredana Barillaro
pubblicato il 08/06/2006
Giacinto Di Pietrantonio è direttore della GAMeC di Bergamo e docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Mediante quest’intervista, ci fornisce un punto di vista ampio e privilegiato sulla scena artistica italiana; in particolare, ci parla del suo modo di vedere ed incontrare la giovane arte, comparandola con il sistema internazionale. Una visione aperta ad accogliere il nuovo, una ricerca disposta a proseguire in modo autonomo. Lontana, anche e talora, da logiche comuni.
Loredana Barillaro/ Giacinto, che rapporto hai con la giovane arte, e di contro, cosa ti lega alla storia dell’arte? Nell’ultima mostra alla GAMeC, “Esposizione universale. L’arte alla prova del tempo” leghi le due cose in un percorso quasi ininterrotto, e l’approccio sembra essere lo stesso.
Giacinto Di Pietrantonio/ Non esiste l’arte senza i giovani artisti, vale a dire non esiste l’arte del passato senza una sua eredità futura, ed è quindi ovvio che io abbia sempre cercato di ritrovare nei giovani artisti l’eredità del passato. Inoltre, insegnando all’Accademia di Belle Arti di Brera, ho il contatto quotidiano con i giovani, il che mi aiuta molto a non perdere il contatto con il nostro tempo, ma anche a guardare la storia, aiutato dal loro punto di vista. Sicuramente sono in pochi a sapere che l’impostazione della mostra “Esposizione Universale” nasce in realtà verso la metà degli anni Novanta, allorché in Accademia proposi ai miei studenti un programma durato 3 anni, chiamato appunto “Esposizione Universale”, dove chiedevo ad artisti come Giulio Paolini, John Armleder, Stefano Arienti, Liam Gillick, Dimitri Prigov e tanti altri di progettare la propria Esposizione Universale, vale a dire una mostra in cui mettessero in relazione la propria opera con opere, e non di qualunque tempo; in seguito, questi progetti venivano presentati e discussi con gli studenti. Alcuni diventarono anche tesi di diploma accademico.
LB/ Da curatore e direttore di un museo, come riesci a conciliare le necessità estetiche con le esigenze pratiche?
GDP/ E perché dovrebbe essere il contrario? Ho anche la fortuna biologica di aver bisogno di dormire solo tre/quattro ore al giorno, per cui ho molto tempo a disposizione, oltre che una predisposizione naturale alla conciliazione di estetica e pratica.
LB/ Quale ruolo possono ricoprire Internet e le più moderne tecnologie nella divulgazione e spiegazione dell’arte contemporanea? Mi riferisco ad esempio a Jpeggy, ed al modo in cui hai realizzato il catalogo dell’ultima mostra alla GAMeC.
GDP/ Internet è un mezzo potente di comunicazione e informazione. Tutti sappiamo che dopo Internet niente è come prima, per cui mi interessa provare ad esplorare questo nuovo strumento, che è anche un nuovo mondo. Per questo, ho pensato di impiegarlo nella mostra Esposizione Universale in corso alla GAMeC, in cui ho cercato di raccogliere il pensiero collettivo intorno alle tematiche che la mostra mette in campo, come vita, morte, amore, odio, potere, quotidiano, mente, corpo. Il fatto interessante, in questo caso, è che gli artisti non erano stati avvisati di ciò, ma quando hanno letto i testi hanno reagito in maniera molto positiva, si sono riconosciuti nelle frasi che scorrono dentro il catalogo, pensando che le avessi scritte io. L’altro aspetto è che, seguendo gli insegnamenti di Mac Luhan per il quale “Il mezzo è il messaggio”, volevo vedere come questo messaggio fosse diverso attraverso la Rete. Naturalmente siamo agli inizi di una sperimentazione, ma la cosa interessante è capire che questa strada apre altre possibilità.
LB/ Come giudichi la componente dei privati nel sistema dell’arte contemporanea, trovi che ci sia differenza con la scena internazionale? E nell’affermazione dell’arte emergente cosa continua a mancare?
GDP/ Vedi, questa è una domanda che fuori dall’Italia non ti farebbero mai, perché la componente privata lì viene considerata indispensabile e parte del sistema dell’arte; difatti, da noi c’è voluto un francese, monsieur Pinault, per rimettere in funzione Palazzo Grassi e per far partire, dopo decenni, Punta della Dogana a Venezia, ma pensiamo al museo Peggy Guggenheim, e non dimentichiamo che il MoMA di New York nasce dall’iniziativa privata… su questo potremmo continuare. Ci sono esperienze interessanti anche da noi - penso alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino, o alla Galleria Continua di San Gimignano, a Mario Pieroni con Zerinthya e R.A.M. - ed anche qui l’elenco potrebbe continuare. Ci sono musei che funzionano anche grazie all’intervento dei privati, come la GAMeC di Bergamo, prima tra le gallerie italiane a fare una riforma in questo senso, all’interno della quale pubblico e privato, Comune di Bergamo e Tenaris Dalmine, si sono fusi, investendo anche in finanziamenti, per gestire il museo attraverso un consiglio d’amministrazione da loro stessi nominato. All’estero è normale che una galleria privata sostenga finanziariamente una mostra di un suo artista in una struttura pubblica, mentre da noi ciò viene visto da una parte come un conflitto, mentre dall’altra non è neppure tanto facile convincere le gallerie a sostenere i propri artisti, una volta che una struttura pubblica ha deciso di fare una mostra. Non c’è ancora una cultura forte, in questo senso. Tutto ciò indebolisce il nostro sistema dell’arte. Vorrei però sottolineare che sono io a decidere sempre prima di fare delle mostre, al di là della galleria; solo in un secondo momento e in determinati casi chiedo aiuti anche alla galleria, e non il contrario. Sono in diversi a pensare che non sia così, che io mi allinei a certe gallerie, ma casomai è vero il contrario, in quanto il 90% dei giovani artisti da me esposti, in GAMeC o altrove - dati e date alla mano - li ho esposti per primo, anche perché diversi di loro sono stati miei studenti. Da noi, c’è l’altra pessima abitudine di parlare senza pensare e verificare dati e date, semplicemente avendo un’idea a priori, e questo è un altro dei motivi della debolezza del nostro Paese.
LB/ Qual è, dunque, a tuo parere la situazione della giovane arte italiana, pensi si faccia abbastanza per promuoverla ed incentivarla?
GDP/ Ci sono diversi artisti interessanti, ma l’Italia è un Paese in cui mancano strutture, coordinazione e volontà di fare sistema, e questo oggi ci penalizza. Difatti, da noi si producono tantissime mostre, moltissime riviste - forse siamo la nazione al mondo con più riviste d’arte, come con più reti televisive - e nonostante tutto questo non riusciamo, tranne in alcuni casi, a promuovere l’arte italiana internazionalmente, perché siamo un Paese di campanili e di individualisti. Forse ciò poteva andare bene nel passato (penso alla diversità delle città storiche italiane), ma oggi, nel mondo globalizzato, all’interno del quale l’arte non crea la realtà, questo sistema è perdente. Pensiamo alla Biennale di Venezia: non esiste nessuna Biennale al mondo che produca tante mostre collaterali; soprattutto in riferimento all’Italia, c’è il padiglione italiano, e poi vari contropadiglioni, voluti dalla stessa politica, dove la qualità degli artisti non è poi tanto diversa. Allora, a che serve? Questa è l’Italia, un Paese dove se chiediamo a 10 curatori, critici, direttori di museo, artisti, e quant’altro chi sono i 10 artisti giovani più interessanti, la risposta sarà che concordano su un paio, mentre gli altri 8 saranno tutti diversi. All’estero succede il contrario. Ad esempio, in Belgio, dove Jan Fabre è un artista molto controverso, mi è capitato spesso di incontrare persone che arrivano ad odiarlo artisticamente, aggiungendo però che si tratta di un grande artista. A tal proposito, mi piace raccontare un aneddoto: appena dopo la metà degli anni settanta, Politi si trovava a New York, dove incontrò Sol Lewitt, a cui chiese chi fosse, secondo lui, l’artista giovane che sarebbe emerso da lì a poco; Sol rispose “Julian Schnabel”, un artista che si collocava al suo opposto. Questo dà la misura di quanto dico. Ciò dimostra come l’Italia abbia deciso, anche inconsciamente data la mancanza di fare sistema, di avere uno sguardo “sereno”, di essere un Paese perdente.
LB/ Quale criterio di originalità e sperimentazione deve presentare un giovane artista perché venga considerato interessante?
GDP/ Superficie e profondità.
LB/ Dal punto di vista estetico e culturale, cos’è per te necessario in un’opera d’arte?
GDP/ Non so, non credo esistano delle ricette precise. Io lavoro in maniera istintiva, per questo, quando mi imbatto in un’opera d’arte, la riconosco. Per cui ti rispondo con una frase di Carolyn Christov Bakargiev che, anni fa, rispondendo alle classifiche del Giornale dell’Arte, diceva che io ero il miglior critico e curatore d’arte, non tanto per la teoria, quanto per l’occhio, nel senso che quando mi imbatto in un’opera nuova la riconosco immediatamente… anche se, aggiungo io, l’arte non la si può abbracciare con un solo colpo d’occhio.
Giugno 2009 intervista di Loredana Barillaro
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