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VESPRI SICILIANI Intervista ad Adalberto Abbate di Vincenzo Profeta (laboratorio Saccardi)

pubbicato il 24/03/2010 Le opere di Adalberto Abbate hanno spesso creato polemiche in passato, affrontando con coraggio temi e simboli che, ancora oggi, rappresentano qualcosa di irrisolto nel subconscio sempre più scarnificato della nostra società.
Io conosco da un po’ Adalberto, e da quello che ho capito il suo lavoro cerca veramente di esercitare una funzione di critica sociale senza fronzoli, schierandosi e rischiando, recuperando un certo valore morale che nell’arte contemporanea - sempre più postmoderna, dal sorrisino facilone e finto-ironico - è diventato quasi una zavorra.
Allora, ecco la seconda personale di Adalberto Abbate, dal titolo Rivolta, alla galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea di Palermo: il titolo e le opere mi hanno impressionato, come mi ha impressionato la sorprendente attualità dei lavori. L’inaugurazione, il 12 febbraio, è quasi sincronica con gli scontri tra Black Block e polizia, all’inaugurazione, il 13 febbraio, delle olimpiadi invernali di Vancouver. Per non parlare della recente aggressione, avvenuta a Palermo il 23 febbraio, ad un noto avvocato, ex deputato di AN, colpito alla testa a bastonate. In questo caso, ogni recensione o articolo sarebbe stato inutile… ecco allora che una sola intervista può spiegare al meglio questo progetto.
Vincenzo Profeta/ Cominciamo dal titolo, come mai la rivolta? Adalberto Abbate/ È un sentimento che, da quattro anni a questa parte, sento esprimere ed esaltare di continuo dalla gente, mentre chiacchiera in un bar, al supermercato, a casa, a cena tra amici, tra sconosciuti sull’autobus. Tutti in giro sono molto arrabbiati e inneggiano a soluzioni rivoltose, molte volte condite da violenza, volgarità e fantasia. Ma non mi riferisco di certo a quella fallimentare fantasia al potere di una volta…
V.P./ Nei tuoi lavori usi spesso l’ironia; quanta ce n’è in questa mostra? A.A./ In questo ultimo progetto c’è la giusta percentuale di ironia, rabbia, sconforto, paura, che di solito è presente in noi ogni giorno, nell’affrontare e nel tentativo di risolvere i drammi e le difficoltà del vivere odierno.
V.P./ Il comunicato stampa dà diverse definizioni di ‘rivolta’, prese direttamente dalla Treccani e da altri vocabolari; puoi darcene una tua definizione? A.A./ Per me, la rivolta è quel sentimento che ci prende al petto o alla bocca dello stomaco ogni volta che ci troviamo a dover digerire un’ingiustizia, una sopraffazione, ogni volta che il sistema vuole obbligarci a sopportare un difetto. Di solito, poi, scaturisce in un gesto di rabbia... una bestemmia… o si modifica verso una sensazione di sconforto, o di totale abbandono.
V.P./ In una delle tue mazze da baseball c’è scritto “for politicians only”; cosa hai pensato quando hai sentito di Enzo Fragalà? A.A./ Sono rimasto sconcertato dall’azione cruda e animale dell’aggressore, ma quello che più mi ha dato fastidio è che il tutto sia accaduto a 20 metri dal Tribunale, in una zona rossa, visto il continuo vai-e-vieni dei giudici e testimoni dell’antimafia. Non un sistema di telecamere, non un controllo più presente e minuzioso della polizia… e in quella zona di Palermo passa ogni giorno gente in costante pericolo. Per me è scandaloso il fatto che l’aggressore abbia avuto la volontà di compiere in piena tranquillità un gesto così estremo. Stiamo dicendo che l’omicidio è avvenuto nella zona Tribunale di Palermo, non nella mensa di un carcere libico. Mentre scrivo questa risposta, al TG3 regionale si parla di un attacco di più persone con mazze ad un autobus: gli avventori hanno distrutto il parabrezza e gli specchietti, nessuno ha visto niente, e tutto perché il controllore aveva chiesto il biglietto ad un malacarne. E la polizia? Si vedono per la città poliziotti con le auto ferme che aspettano il carro attrezzi per portare l’auto in officina. La sicurezza?… L’insicurezza. Palermo è sempre più abbandonata a se stessa.
V.P./ E dei Black Block cosa pensi? A.A./ I Black Block sono un gruppo organizzato di manifestanti che spettacolarizza l’azione di protesta. Il loro è solo un modo di contestare come un altro; c’è chi protesta gonfiando palloncini, chi lanciando fiori, chi gridando slogan, e chi invece spacca vetrine di banche e multinazionali e brucia auto di lusso. Per me sono semplicemente una delle tante rappresentazioni della libertà di pensiero e di azione. Sono convinto che non ci sia un modo sbagliato o corretto di protestare; non c’è, in quel momento, qualcuno che possa giudicare uno slogan gridato con rabbia verso un politico corrotto, o qualcuno che spacca la vetrina di una banca che ha portato i risparmiatori alla miseria. Quello che è più importante è che ognuno possa essere libero di protestare contro le numerose ingiustizie del made in Italy o del nuovo ordine globale; ciò che non sopporto è la violenza fisica verso le persone, siano esse manifestanti o forze dell’ordine, ma per le cose e le idee è diverso. Quelle si possono attaccare. Comunque, la prima volta che ho visto i Black Block manifestarsi, ho subito pensato a qualcosa di religioso: hanno una violenza visiva del tutto simile alle nostre processioni di fede.
V.P./ Durante la realizzazione del lavoro in cui ti fai fotografare accanto ad alcune delle scritte più divertenti ed anarchiche della città, è vero che ti ha fermato la polizia? A.A./ Sì! Verissimo! Mi hanno fermato e controllato al laboratorio fotografico, dove aspettavo di ritirare le foto degli scatti. Si sono presentati in borghese e hanno detto: “Il ragazzo ha portato delle foto, le prendiamo noi”. La cosa mi ha infastidito parecchio, perché gli scatti li avevo portati a sviluppare due giorni prima, quindi presumo che mi abbiano controllato negli spostamenti per almeno due giorni. Poi hanno visto le foto, hanno chiesto spiegazioni con modi alterati, controllato documenti via radio e sono andati via. Per il resto dei giorni ho dovuto ottenere un foglio per poter continuare a lavorare (e per questo aiuto ringrazio Cristiana Perrella)… È assurdo: mi seguono per giorni, mi fermano in malo modo e poi qualcuno viene massacrato in pieno pomeriggio e non ne sa niente nessuno.
V.P./ Il lavoro che mi ha più colpito si intitola Dimostrazione Gerarchica: lo trovo davvero illuminante, è una piccola foto in cui alcuni uomini si fanno fotografare nell’atto di costituire una piramide umana, e a cui tu hai sapientemente aggiunto un passamontagna nero. Credo che questa foto rappresenti un po’ quella rivolta che i siciliani, in fondo, non hanno mai avuto neanche il coraggio di sognare… tu che ne dici? A.A./ Sì, la mostra è dedicata in primis alla Sicilia ed alla gente siciliana, che continuamente paga l’indifferenza e gli errori di un’Italietta disattenta e corrotta. La situazione è rimasta immutata da secoli, e la Sicilia di adesso è forse identica - se non peggiore - rispetto alla Sicilia disastrata di Verga, alla Sicilia mafiosa di Sciascia, ed a quella “isolata isolana” di Pirandello. I Gattopardi l’hanno masticata e la politica repubblicana digerita, adesso aspettiamo solo di essere defecati… ma qui parliamo della Sicilia vista da Ciprì e Maresco. E la storia continua…
V.P./ La mostra sembra catalogare una rivolta, archiviare qualcosa che non c’è mai stato da queste parti, raccontando quasi una storia alternativa. Questa attrezzatura da rivolta sta lì a mostrarsi tutta nuova ed imbellettata; contro chi la useresti? A.A:/ Di rivolte, in Sicilia, ce ne sono state tante, anche di esemplari… L’unità d’Italia è partita da una piazza di Palermo, Piazza Rivoluzione, e la manovalanza sacrificata era per un buon 80% formata da giovani siciliani; poi c’è Portella della Ginestra, Radio Aut di Peppino Impastato, La Brancaccio di Don Pino Puglisi, e così via… La Sicilia è piena di cadaveri di grandi e giusti eroi della rivolta. Vincenzo!!! Oggi sono una persona arrabbiata e sconfortata… e so benissimo che lo sei anche tu, e tutti gli altri artisti che incontro ogni giorno; è anche grazie alle nostre discussioni e divagazioni che è nato il mio progetto. Io non vedo vie di fuga al momento, tutto quello che vedo attorno si rifà alle gerarchie difettose della politica… il sistema dell’arte ne è uno splendido cattivo esempio. La cultura è politica, e la politica in Italia è mafia e malaffare, e facendo due conti la situazione è spaventosa. Tutto da rifare.
V.P./ Come ti poni nei confronti del mercato italiano e delle gallerie? A.A:/ Il mercato si tiene distante da ciò che non fa il gioco delle forze; molte volte, per mantenere una libertà, un’integrità e una intelligente purezza, è meglio non farne parte. È difficile essere obiettivi e poi criticare oggi la cultura in Italia. È come sparare sulla Croce Rossa. Io non credo al mercato, preferisco credere alla vendita delle opere, ma come sostegno verso un’idea. Chi compra dovrebbe farlo perché crede fermamente nel progetto o nell’idea di un artista, o di un gruppo di artisti, non di certo per tenere a casa un feticcio di qualcuno con un nome simile ad una griffe di alta moda. Le gallerie e i galleristi, invece, sono un bene quando entrano in relazione con la vita dell’artista e con le problematiche che egli affronta ogni giorno nei suoi progetti. Devono stare vicino a chi con l’arte spera di sistemare le cose, ed essere parte integrante nell’imposizione di un interrogativo, nel cambiamento dei punti di vista sulla storia e nel sostegno della memoria.
V.P./ Chiudiamo con un giochino, visto che siamo amici: scrivi ora tu una domanda sulla tua mostra, ed io ti darò la mia risposta. A.A./ La mia domanda parte da un’opera che hai sopraccitato in una delle tue domande:
A.A./ Osservando il sistema dell’arte o della cultura italiana, verso quale categoria indirizzeresti la dicitura della mazza? V.P./ “For curatore fighetto only”.
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