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SAPERE NON SAPERE
INTERVISTA AD ANDREA BIANCONI

di Carlo Sala

ANDREA BIANCONI, Sapere Non Sapere

pubblicato il 30/04/2010

In occasione dell’intervento Sapere Non Sapere realizzato a Casa Gallo, a Vicenza, per conto della Fondazione Vignato per l’Arte, ho incontrato Andrea Bianconi. L’autore compie un viaggio attorno al tema della conoscenza e, viceversa, alla consapevolezza della mancanza di questa.

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Colophon 2009
Colophon 2009 - International Magazine Symposuim
Colophon - International Magazine Symposium will be held for the second time in Luxembourg in 2009. The second event will be far bigger and more ambitious than the first, establishing its position in the Grand Duchy as an internationally significant biennial hosting the creators of independent magazines from around the world.

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COLLATERALS

PIANO PIANO, DOLCE PAOLO
Decadenza, in qualsiasi sua accezione. intervista a Paolo Schmidlin

di Fabiola Triolo




pubblicato il 10/08/2009
Sonno come morte, ed ineluttabile caducità della bellezza. Veglia come vita, e retrogusto dolceamaro dovuto alla consapevolezza che tutto è mutevole. Nella parabola dialettica fra il sonno e la veglia, l’arte di Paolo Schmidlin, scultore raffinato tanto quanto eclettico, fra i più quotati della scena italiana contemporanea, rappresenta metaforicamente quel preciso momento in cui non si è ancora addormentati, ma si è troppo stanchi per rimanere svegli. L’attimo fugace della transitorietà, la croce e la delizia che si fondono, con tutta la poesia che ciò comporta.  Sconvolgente per raffinatezza dei dettagli quanto per impatto emotivo dei soggetti, il suo lavoro cammina sul filo dello stupore, dell’esorcizzazione dei fantasmi che Paolo teme, di quel respiro impercettibile che distanzia l’adorazione dalla perversione, l’eccentrico dal grottesco, l’abitudine dalla mania, il sublime dal tragico. Si muove nelle terre di confine e, con la gentilezza propria della sua persona, scuote, meraviglia, turba ed affascina. Sua principale categoria estetica è Il kitsch, pur se addolcito dalla cura dei dettagli, riscontrabile negli armoniosi cromatismi, nella ricercatezza del trucco, nell’eleganza dei gioielli. Drag queens, trans, attempate signore imborghesite ed immalinconite, giovani belli e perversi infervorano la sua immaginazione; lo stesso glamour old-hollywoodiano, da lui tanto amato nel mito di Joan Crawford, Bette Davis o Gloria Swanson, viene colto nell’istante in cui maggiormente rivela la sua precarietà, perché tutto per Paolo, anche la favola, porta inevitabilmente con sé un rovescio della medaglia.     

No place to go, 2003, terracotta policromaFabiola Triolo/ È un piacere averti con noi, Paolo. Tu realizzi meravigliosi mezzibusti, legati dall’appartenenza ad una certa freak culture; uomini e donne sull’orlo di una crisi di nervi, nuovi mostri vittime delle loro perversioni. Mi ricordi il bambino che non ha paura di gridare che l’imperatore è nudo, e tu stesso, spesso, ti sei definito un “outsider”. Cosa significa essere un outsider?
Paolo Schmidlin/
Significa “libertà”. Libertà di decidere dove e con chi lavorare ma, soprattutto, significa assoluta autonomia creativa. Poter collaborare liberamente con gallerie e curatori che stimo, senza essere soggetto al tiranneggiamento di un contratto in esclusiva, è un lusso impagabile. Tuttavia, c’è un’altra faccia della medaglia: non avendo un rapporto privilegiato con un’unica galleria, non c’è nessuno pronto a coprirti le spalle, così ti ritrovi poco tutelato, anche dal punto di vista economico. In pratica, ti autogestisci. La mia fortuna è stata di avere incontrato ottime gallerie ed eccellenti curatori, che mi hanno coinvolto in progetti interessanti, dandomi spazio senza farmi sentire imbrigliato. Di questo sono grato.

F.T./ Qualcuno dice che sei un brillante esponente dell’iperrealismo contemporaneo, qualcuno crede che tu abbia subìto il fascino della pittura fiamminga, altri riconoscono elementi tipici del surrealismo, ma nessuno, meglio di te, può rivelarci ciò che ti ha influenzato.
P.S./
Ho sempre avuto l’impressione di non appartenere realmente a nessuna corrente precisa. “Iperrealismo”, “nuova figurazione”… in realtà non le sento mai calzare davvero a pennello, mi lasciano un senso di estraneità. Riconosco senz’altro nella mia opera elementi propri dell’iperrealismo, del realismo tedesco, della pop-art, ma le influenze sono state così molteplici, e spesso talmente avulse dal mondo dell’arte, che le idee mi si confondono. Le ispirazioni mi sono giunte dai più diversi contesti: dal cinema hollywoodiano degli anni ‘30/’60, con le sue stars dal glamour un po’ funereo, dalla letteratura, dai musei delle cere (la Specola, Madame Tussauds), dalla grande scultura plastica della seconda metà del ‘400, dalla cultura del grottesco, da Fellini, da Argento… Ma osservare il mondo è in assoluto il miglior giacimento di idee: la realtà che ci circonda supera quasi sempre la fantasia!

F.T./ Nei tuoi mezzibusti, spesso l’evocazione si fonde con una scabrosità patinata, che va ben oltre il semplice appagamento estetico, trasformandosi in emozione. Credi che la tua arte si serva della provocazione, per raggiungere il cuore dell’osservatore?
P.S./
Anche se detto da me può sembrare un controsenso, non amo l’arte che viaggia principalmente sui binari della provocazione; l’arte dovrebbe essere espressione di un’emozione, la concretizzazione di un’idea, che potrà poi provocare o meno, a seconda del fruitore. La spinta che muove un’artista dovrebbe essere il desiderio di esprimere qualcosa che viene dal profondo. Se poi l’opera che ne è generata, nel bene e nel male, smuove qualcosa nell’osservatore, vuol dire che ha raggiunto il suo scopo: c’è una comunicazione in atto. Mentre lavoro su una scultura, sono concentrato su cosa amo fare; è un rapporto “intimo” tra me e l’opera. Non penso mai alle reazioni che si potranno innescare. Alcune mie sculture, che consideravo tutt’al più ironiche, hanno suscitato tali reazioni scomposte da farmi riflettere: che io abbia un animo profondamente perverso?

Miss Kitty, 2007, terracotta policromaF.T./ Come tu stesso affermi, nella maggior parte dei casi i tuoi soggetti sono rappresentati da “donne ancora belle che camminano sul baratro della vecchiaia”, ritraendo con dovizia l’ennesima ruga, o un’impietosa macchia cutanea. Sembra che tu voglia esorcizzare qualcosa che ti spaventa: è la morte, o la caducità della bellezza?
P.S./
La caducità della carne è terribile. Osservare i nostri corpi invecchiare, e lentamente trascinarci lontano dai sogni della gioventù è molto difficile, e richiede forza titanica. Con la morte si conclude una parabola esistenziale, e questo passaggio ha una sua strana bellezza… ma vedere i nostri corpi vivi, lentamente cadere a pezzi, è di una crudeltà estrema. Con la scultura creo corpi che non si corrompono, e ho la vaga illusione di fermare così un istante, un volto. Soffermarmi su rughe, macchie, carni cascanti e vene dilatate mi costringe a familiarizzare con qualcosa che mi inquieta… è vero, sono convinto che sia davvero un’ottima forma di esorcismo.

F.T./ In ognuna delle tue opere si riesce a cogliere sempre una certa disillusione nello sguardo, che rendi come se tu stesso conoscessi bene quell’espressione. Eppure, da quello che ho capito di te, sei un animo sensibile, che crede nella forza dei sogni… Ti capita di sognare, a dispetto dello sguardo disincantato dei tuoi mezzibusti?
P.S./
Bella domanda! Effettivamente, i miei sogni erano molti; poi, procedendo nella vita, sembra che tante strade si chiudano, e l’orizzonte d’improvviso non è più così esteso. Nello sguardo dei miei busti c’è un po’ la malinconia delle cose attese e mai arrivate, dei sogni infranti, delle illusioni perdute, e anche la presa di coscienza che i dadi sono stati tratti. Sì, forse è anche lo sguardo mio, in questo momento.

F.T./ Qualcuno ha detto “più di qualsiasi altra forma artistica, le sculture devono farsi perdonare lo spazio che occupano”. Credi che sia il caso di chiedere scusa?
P.S./
Ci sono tante cose che occupano spazio, molto più invasive e inutili di una innocua scultura. Per cui, nessuna scusa! Meno automobili, più sculture!

F.T./ Molti parlano di una perdita della vocazione prettamente celebrativa della scultura, alla quale negli ultimi anni si sono preferite forme artistiche astratte ed impersonali come l’installazione o l’assemblaggio, ricorrendo a materiali anomali, spesso scarti del processo industriale. Al contrario, tu riscopri tecniche artigianali basate sulla manualità, e le tue sculture sono busti in resina, terracotta o bronzo, dipinte a mano, che tradiscono una certa nostalgia... Che rapporto hai con il passato, e con i tuoi stessi lavori, una volta finiti?
P.S./
Sono un collezionista di antiquariato; vecchie foto, bronzi, ritratti dall’800 fino agli anni ‘40, teste in cera, oggetti art-decò, giocattoli vintage, dagherrotipi… Casa e studio sono ormai trasbordanti. Il rapporto con il passato è assolutamente viscerale: mi piacciono gli oggetti, le storie che essi raccontano, le energie che trasmettono. Oggetti passati di mano in mano, amati, perduti… Hai ragione, nelle mie sculture si può riconoscere questo richiamo al passato, nella tecnica meticolosa e nel recupero dei materiali classici; c’è qualcosa di antico, e insieme di contemporaneo. Probabilmente anche i soggetti hanno qualcosa che non è proprio di questo nostro tempo…
Con le stesse opere ho un rapporto molto intenso nella fase della creazione, una sorta di innamoramento, poi, una volta ultimate, mi distacco facilmente, e raramente conservo qualcosa per me. Sono un po’ come dei figli; bisogna tagliare il cordone ombelicale, e lasciarli andare da soli. Quando mi capita di rivedere in giro qualche mia creatura, magari dopo anni, mi pare quasi strano che sia uscita dalle mie mani… Ha acquisito una sua autonomia, il distacco avvenuto è tangibile.

Roipnol Pippi, 2008, terracotta policromaF.T./ Sei stato protagonista di una triste vicenda legata alla censura, in seguito al ritiro della tua “Miss Kitty” alla Mostra “Arte e Omosessualità”. Facciamo il gioco della Torre? Tra la coppia Moratti/Gozzini, come rappresentante della classe politica, Vittorio Sgarbi a simbolo di certi critici, e Benedetto XVI come l’influenza del Vaticano sulla cultura italiana, chi salveresti?
P.S./
Più che ‘triste’, la vicenda è stata rappresentativa di una certa mentalità italiana, succube del Vaticano. In mezzo a quella ridicola bagarre, confesso di essermi molto divertito… Salverei comunque Sgarbi, profondo conoscitore dell’arte (soprattutto di quella antica, la mia preferita), che, mitigati alcuni aspetti del suo carattere un po' irosi ed aggressivi, si rivela un uomo ironico e spiritoso. Gli altri invece tutti giù dalla torre, senza remore… prima tra tutti la Josephine!

F.T./ Se potessi prendere le sembianze di una tua opera, e di una non tua, quali sceglieresti?
P.S./
Sono un’esteta, anche un po’ narcisista, ragion per cui non posso scegliere tra le mie opere favorite: busti grinzosi di vecchie signore scollacciate. Opterò quindi per l’ultima mia scultura, al momento in fase di cottura, rappresentante l’essenza della gioventù. L’opera è ispirata ad un’immagine fotografica degli anni ’70: è un giovane dall’aria efebica e assorta, in quell’età magica in cui la bellezza è perfetta, ma anche così fragile, il tempo di guardarla ed è già passata… Quanto all’opera di altri artisti, ho in mente bellissimi dipinti; penso ad alcuni ritratti della Russia pre-rivoluzione, come quelli di Serov, o dell’ America della Gilded Age di fine Ottocento. Ma in realtà mi sento molto “Baby Jane”… eh eh!

F.T./ Paolo, questa edizione del nostro magazine tratta della dicotomia sonno/veglia. La domanda, anche se un po’ voyeuristica, è d’obbligo: rivelami l’ultima cosa che fai prima di addormentarti, e la prima da sveglio. Il caffè non vale. 
P.S./
Prima di dormire mi costruisco pensieri che mi conciliano il sonno, forse retaggi di immagini infantili, alla Walt Disney: boschi con tane calde di animaletti in letargo, casette ospitali sperdute in mezzo alla neve e alla notte, sommergibili immersi nel buio di profondità oceaniche... E’ da clinica psichiatrica? Boh. Comunque funziona. Al risveglio, invece, il malumore prevale. Su tutto.

F.T./ Concludiamo, camminando ancora sul fil-rouge dell’esorcizzazione: cosa vorresti fosse scritto sul tuo necrologio?
P.S./
  Ma io non voglio un necrologio! Voglio essere imbalsamato, e spero che le mie nipoti mi terranno in casa con loro. Ho sempre adorato le mummie. Un’illusione di immortalità.

Paolo SchmidlinPaolo Schmidlin (Milano, 1964) vive a Milano, dove lavora. Si è diplomato in Visual Design all’Istituto Politecnico di Design di Milano ed in Scenografia all’Accademia di Brera, con una tesi su Tennessee Williams, Edward Hopper ed il Realismo americano. Dopo varie esperienze lavorative nell’ambito della pubblicità, della grafica e del teatro, come scenografo e costumista, dal 1988 al 1993 coordina l’attività di una galleria d’arte di Milano; da lì in poi, si dedicherà esclusivamente alla scultura, esponendo in numerose mostre, personali e collettive, con artisti del calibro di Della Robbia, Lucio Fontana e Zachary Thornton, e conseguendo numerose onorificenze, che contribuiscono a fare di lui uno degli artisti più in vista e più brillanti del panorama italiano ed europeo.

Intervista pubblicata su Seroxzine #05 Sonno/Veglia


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