|
COME UN SOGNO AD OCCHI APERTI INTERVISTA A SILVIA NOFERI di Loredana Barillaro

pubblicato il 30/01/2010 Silvia Noferi è una giovane artista che usa la fotografia come strumento per dare voce e sostanza ai sogni dei suoi personaggi, alle storie che sembrano volerci narrare, in quello che appare, a tutti gli effetti, un viaggio all’interno di una dimensione altra, caratterizzata dal vagare della mente. Ecco, allora, che le fantasie e i sogni si sovrappongono, prendono il posto della realtà, dando vita ad un capovolgimento delle percezioni. La libertà, l’imprevisto, lo straniamento temporale, sono le categorie che definiscono appieno le sue immagini.

Loredana Barillaro/ Cara Silvia, che cos’è l’Hòtel Rèverie? Forse uno spazio in cui tutto è possibile, e in cui ti sei sentita libera di vagare, come in un sogno ad occhi aperti? Silvia Noveri/ Sì. Quando ho cominciato questo lavoro, avevo in mente di rappresentare uno stato d’animo preciso: una fase di transizione, dalla realtà quotidiana al concedersi la brevità irripetibile del sogno ad occhi aperti, della Rèverie. Quasi sempre, nelle mie ricerche, il luogo che scelgo è fondamentale, diventa lo scenario in cui la mia immaginazione si trasforma in immagine visiva. Il fatto che fosse proprio un Hotel, e quindi un luogo di passaggio, di movimento, era per me significativo. Rappresentava simbolicamente il posto in cui la mente soggiorna per un breve periodo di tempo, e si libera di ogni contingente esterno. Per di più era in fase di ristrutturazione, quindi, ogni volta che ci andavo, lo scenario cambiava, e le mie visioni dovevano rimodellarsi a seconda di ciò che mutava nel contesto, con il proseguire dei lavori. Un luogo reale che stimolava e, al tempo stesso, raccontava le mie fantasie. Ogni stanza è diventata il palcoscenico in cui hanno preso forma e sembianze i miei personaggi.
 LB/ Nelle foto che compongono “Hòtel Rèverie” è immediatamente percepibile una forte nostalgia. Quanto conta per te questo stato d’animo? SN/ Conta molto, credo che derivi dalla mia divisione tra il sentirmi sempre più donna e il mio restare allo stesso tempo bambina. Direi che fa parte di me, è una nostalgia buona, ed è questa la molla che mi spinge a lavorare.
LB/ I tuoi personaggi appaiono immobili, imperturbabili, assorti, intrappolati in situazioni e pose improbabili - penso, ad esempio, alla fantomatica nuotatrice chiusa nella sua concentrazione prima del tuffo - ma sembrano, al contempo, vagare con la mente in chissà quali dimensioni. SN/ Penso che questa sia l’essenza di tale lavoro. Sono immagini volutamente in bilico tra il reale e la dimensione onirica. Mi accorgo che queste foto possono avere due tipi di impatto: ci si potrebbe limitare ad un primo livello, l’apparenza estetica, ma è l’altra chiave di lettura che mi interessa e richiede allo spettatore un po’ del suo tempo per entrare nella dimensione del progetto. Volevo che le persone restassero libere di fantasticare sulle storie e le situazioni dei miei personaggi. Non ho voluto dare indicazioni precise, e credo che ognuno possa costruirsi una o più storie su ognuna delle immagini. Nel caso specifico della nuotatrice, c’è un cambiamento di prospettiva: rappresento la fantasia stessa del personaggio.

LB/ Il contesto delle tue foto pare a metà strada fra un passato ed un presente che lo vede destrutturato, in previsione di una rinascita. SN/ Ognuno dei personaggi si trova in un luogo, ma con la mente è altrove, ed è in cerca di una possibile soluzione. Quando mi hai fatto questa domanda mi è venuto istintivamente in mente il film “Mullholland drive”, di David Lynch, che ho amato proprio per la sua destrutturazione temporale. La mia destrutturazione non è così forte, ma forse il vero senso è: chi può dire dove si trova realmente qualcuno?
LB/ Nella serie di scatti dal titolo “Notturno”, abbini la foschia del paesaggio e delle architetture urbane ad uno stato di assopimento delle figure che vi ritrai. Forse sono l’uno l’equivalente dell’altro? SN/ Più che altro, mi interessava contrapporre i due mondi, esterno e interno della notte. L’inquietudine della città con le sue insidie, il suo mistero e l’arrendevolezza inerme di coloro che dormono. Volevo mostrare un’intimità disarmata, la fragilità dei nostri corpi.

LB/ Quanta libertà c’è nei tuoi lavori? SN/ Molta, mi piace lasciare la porta socchiusa all’imprevisto, all’interazione con lo spazio e le persone che fotografo. Spesso capita che qualcosa non vada come stabilito, ma cerco di sfruttare ciò al meglio; allo stesso tempo, parto sempre con una visione ben precisa di quello che voglio realizzare. C’è da dire che spesso tra la visione iniziale, che conservo nella mente, e la sua realizzazione può intercorrere molto tempo; di conseguenza, la visione cambia, in base ai nuovi input. Quello a cui tengo molto, comunque, è la coerenza interna del progetto.
|