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UN LIBRO SCONSIGLIABILE, PER QUESTO NECESSARIO Mario Rossi, “Tre io” di Dario Falconi
pubblicato il 26/07/2009 «È ormai un’idea ricorrente. Mi assale, puntuale, la consapevolezza che niente abbia più senso e che, per quanto io possa prodigarmi, tutti i miei sforzi siano vani.[…] La presa di coscienza della mia inutilità, però, non è apatica. Sfocia in odio». Così inizia “Tre Io” opera prima di Mario Rossi, “uno pseudonimo ma anche un pretesto. Un elogio all’anonimato come diritto da difendere e dovere da esercitare”. Ecco come si presenta. E il romanzo e il suo autore. Mario Rossi si compromette alla prima prova e non ha riguardo alcuno per i suoi primi lettori. Deflagra una dirompenza incattivita che non anela a narrative redenzioni, comodi lieti fine d’un climax pantomimicamente ricorrente, ma, semmai, s’inabissa ulteriormente verso aneliti di resa ineluttabile. La resa di ogni anelito. Dante, uno dei tre io, inaugura un percorso affine a quello del suo più altisonante omonimo ma al contrario. Non muove dall’inferno per scorgere la feritoia di luce opalina del regno dei cieli che possa sublimare la sua vile esistenza. L’Inferno è uno spazio di vita severa, ostile, penosa, frustrante ma possibile. Preferisce trascendere attraverso una discesa forsennata che non usurarsi per un’ascesa d’inutile sacrificio. Al di sopra non intravvede Grazie salvifiche ma solo ipocrite arrendevolezze. Preferisce scongiurare l’immobilismo estatico del Contemplativo addentrandosi nel vortice tumultuoso del Suicida. Andare incontro ad una risoluzione. Solo attraverso questa intenzione nichilista è possibile riconoscersi e riconoscere la propria società di riferimento. Senza il velo blasfemo della convenzione, dell’opportunità, del quotidiano cannibalismo. Il romanzo presenta un ritmo incalzante, quasi cinematografico, dove il lettore è immerso ed esercita, suo malgrado, il ruolo meschino dell’ ospite indesiderato. Eppure ne viene divorato. Sono tre vite distinte, quella di Dante, Giulia ed Andrea, ad avvincere avvicendandosi in un crocevia d’oltraggiosa fatalità che li condurrà a condividere il medesimo epilogo. C’è senza dubbio disperata ricerca di astrazione ma non nell’accezione accademica. A-strazione, se consideriamo la a-privativa prima della parola “strazione”, può significare “desiderio di fuga dal Grande Strazio”. Tre Io è inversamente proporzionale all’Ovvio ed in tempi in cui la categoria dell’Ovvio è decisamente infima, questo presupposto teorico, vagamente sovversivo, è già un attestato di merito. Tre io è un libro vero. Come deve essere. Con delle cedevolezze disseminate. C’è una ricerca. Una sottigliezza. C’è un’indagine. C’è una capacità di scardinare l’invisibile. Non appartiene alla schiera dei libri che è consigliabile leggere. Io non lo consiglierei a chi cercasse qualcosa di consigliabile. Non è rassicurante. Non concede approdi ma solo derive. È apologia dello smarrimento contro la palingenetica ipocrisia del ritrovamento. Non cerca assoluzioni. Si tratta di un libro sconsigliabile e proprio per questo necessario.
Mario Rossi, “Tre io” Neo Edizioni 2009, 144 pp.
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