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FASTIDI IN SCENA
Stefano Cumia, “1000 piccoli fastidi”
Fino al 28 febbario 2009 - Zelle Arte - Palermo
di Cosimo Piediscalzi

pubblicato il 03/02/2009
Il ricordo di Cumia, sin dai tempi dell’Accademia di Palermo, è somigliante a fotogrammi statici in bianco e nero, filtrati come da pellicole fissate e precise, tra immagini seriali che vedono un Cumia giungere dalle vie buie del Papireto, o un Cumia mirabilmente ebbro con il suo sorriso di zucchero. Come in un flashback, si staglia un’immagine di lui solitaria e bohemienne. Passavamo intere giornate seduti sui gradini dell’Accademia, in quotidiana diserzione di qualsivoglia lezione di Pittura.
Rivedere, anzi riprogrammare, quasi fosse possibile, le bobine di queste visioni attraverso i suoi nuovi dipinti esposti alla Galleria Zelle Arte di Palermo è oggi emozionante: tutto l’acidume plastico di certi suoi grumi si livella perfettamente alla visione della sua figura, certe case stracariche di umido lacrimoso si piallano perfettamente al ricordo degli occhi acquosi di Cumia.
“1000 piccoli fastidi”, titolo rappresentativo della Personale, 9 tele esposte come sudari, più una carrellata di disegni su carta, flash senza respiro, coltellate romantiche. I colori sono evocativi, nel complesso sembrano ritagli di natura sezionata, pieni di una suggestione tutta irrequieta, ma manovrata a proprio piacimento. Quando Cumia ritrae strani personaggi sperduti davanti a prospetti di casa, sembra li abbia dapprima plasmati con la creta: come in “The piper pided the children of Graceland away”, dove il racconto complessivo è stranamente mortificato da una bellezza tutta virtuosa dello scomporre o devastare i protagonisti o le azioni stesse in atto. Questa caratteristica non appare stilisticamente solo “espressionista”, ma è dichiaratamente “oltre”: si nota che non è un sacrificio della figura come vezzo stilistico, bensì vera poesia dettagliata; per questo è già un vanto quello di Cumia l’aver oltrepassato certi canoni linguistici che imperano troppo perpetuamente in una certa Palermo dell’arte.
Ci sono lavori che sono stracarichi di un potere lirico così intenso che incantano: opere come “The last whiskey made my head go round and round” o “Houses of the Holy”, tutti scenari che nella narrazione hanno anche veri abbagli di teatralizzazione pura; incanto e senso dell’orrore si mescolano in rappresentazione aleatoria, vedi l’anarchia in “The last whiskey made my head go round and round”, teatri in azione su tela… c’è forse un gusto quasi perfido nell’amplificare sino all’impossibile tutti i messaggi, appunto Traghìzein (τραγὶζειν), cioè per davvero “cambiar voce, aumentare di timbro il tutto” come nelle Tragedie Greche, e questo risultato è frastornante, la tela “Don' t the mosquitoes bother you” ad esempio, stordisce perché ogni suo elemento è stato radicalizzato e trasformato in Tragedia.
Questo senso dell’annunciare anche l’inquietudine e l’orrore dell’esistenza è sempre marcato, come in “Closed”, ritaglio senza scampo di una casa morta, murata nella sua finestra unica bocca di respiro tramite del legname scomposto, o immagini che straziano, come la tela “Mannira”, luogo di per sé marginale, zone franche dove a bovini, bestiame e altro si affiancano cani randagi, animali in isolamento, e qui è una capra che sbuca quasi a segnale di una solitudine obbligatoria. Per questo alcune immagini si trasformano in archetipi dal messaggio rapido; “scatti concettuali” che variano dalla solitudine formalistica al puro terrore, vedi l’opera “Sinistro” dove animale e uomo sono finiti “sconfitti”, messi al tappeto, assassinati a vicenda e senza un reciproco perdono. Poi ci sono scenografie totali, come la grande tela dal titolo “The shadow of the leaves made a pattern on the wall”, opera monumentale dove anche qui tra meravigliose pareti cromatiche, tra impossibili bagnanti e piscine estive, tutto è come interrotto, spaccato e turbato da cosa? Da uno strano aeroplano che prende a precipitare dritto verso il suolo. Pathos e poesia allo stato puro. Giustappunto coltellate, giochi a tratti sadici dove l’autore appare un po’ come il mago giocoliere, l’alchimista vanitoso che offre i suoi scenari, li sacrifica ferendoli di sentimento, e li serve caldi in un piatto che è però senza ristoro, senza tregua, ogni scenario sembra appositamente studiato per non avere “vie d’uscite favorevoli”. Il risultato finale è degno di un ottima follia jazzistica, di qualcosa portato a compimento in maniera convulsa ma con rigore, il rigore della poesia appunto. L’opera pittorica fin qui giunta di Stefano Cumia ha la bellezza che serve, compimento emotivo sensibilissimo e intelligente: ricetta di per sé già riuscita e trionfante.
Stefano Cumia, “1000 piccoli fastidi”
ZELLE ARTE CONTEMPORANEA
Via Matteo Bonello n°19 / Via Fastuca n°2,
90134 Palermo
www.zelle.it
zelle@zelle.it
dal 29 gennaio al 28 febbraio 2009-02-03
Orari: dal martedì al sabato dalle h.17.00 alle h.20.00
Le immagini in ordine del pezzo sono:
“Sinistro”
cm 80x100, olio su tela, 2009
“Mannira”
cm 50x50, olio su tela, 2009
“Don' t the mosquitoes bother you”
cm 50x50, olio su tela, 2008
“The shadow of the leaves made a pattern on the wall”
cm 230x140, olio su tela, 2009
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