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PROVINCIA COSMICA
Andrea di Marco, Pensieri estremamente sparsi
Galleria Liliana Maniero, Roma fino al 30 Giugno 2010
di Vincenzo Profeta (Laboratorio Saccardi)
pubblicato il 23/06/2010 Eccoli, i dipinti di Andrea Di Marco, che da Palermo me li ritrovo a Roma come se mi seguissero. Me li immagino nello sgabuzzino di un aereo, mentre saturano l’aria dell’imballaggio che li avvolge di odore di trementina, e rieccoli materializzarsi, non a caso, nella galleria romana Liliana Maniero. Questa introduzione sembra presagire il fatto che io non li avessi cercati; ma invece io ero lì a ricercarli, un po’ come farebbe un italiano all’estero che pretende di trovare la pizza con la mozzarella di bufala napoletana. Me li sono ritrovati, e li ho riassaporati.
Andrea Di Marco è un pittore puro, che ha fatto della coerenza artistica, specialmente negli ultimi anni, un vessillo. Andrea Di Marco è un pigro, un lento, un calmo, uno che assapora la vita e se ne strafrega delle mode artistiche, insomma un pittore vero, vah. Una coerenza che ti sconvolge come una vera rivoluzione. Lo conosco da amico, Andrea, e so che sarebbe facile e comodo dire che dipinge non-luoghi; in realtà, i suoi quadri sono veri e propri luoghi super-caratterizzati, che però hanno una riconoscibilità globale, oggetti da cui l’uomo risulta solo apparentemente marginalmente coinvolto. Questa sua mostra ha assaporato una provincialità che oserei definire - anche formalmente - una realtà formaggiosa, perché è come il pecorino o la ricotta di un certo anonimo paese, di un qualche entroterra non ben precisato, spalmata sulla tela con un’onestà intellettuale spudorata.
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Recentemente ho letto una dichiarazione di Hirst che spesso mi fa pensare al lavoro di Andrea di Marco: “il fare artistico è la scelta meno coraggiosa che si possa fare”. Ecco, Di Marco ha il coraggio di non essere coraggioso, in un mondo - quello dell’arte contemporanea - dove si fa a gara ad essere canonicamente spudorati e scioccanti; lui ha il coraggio di raccontarci con estrema perizia quello che già sa da tempo immemore, e che ha scoperto esercitando con maestria il suo lavoro di pittore, tassello dopo tassello, meritando tutto. Il sole ad olio è battente sulle sue tele, dalle quali affiorano barche e motocicli in disuso coperti da teli e panneggi, centraline dell’acqua, sedie abbandonate. E poi le carte-saracinesche, arrugginite, indifferenti e tendenti all’astratto.
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Andrea Di marco giustamente sente, nella sua pittura, la presenza di Francesco Lojacono, ma è una presenza dimessa, impegnato come è a raccontare una natura umanizzata e mortale, osservata ed inattesa, dove l’oggetto è il protagonista del paesaggio, mentre il paesaggio stesso sembra fargli da contorno. Il tutto è parificato da strati spessi di colore, spatolate anche grumose che risiedono democratiche a rispettare la forma, spesso sconsideratamente astratta e consapevolmente controllata, della tinta. Il gioco di Andrea Di Marco è questo: niente giri di parole o strategie, niente fronzoli né finti concettualismi, una coerenza quasi ideologica e fuori moda, direi pressoché fiera, ma proprio per questo non facilmente addomesticata o digerita da nessun sistema vigente, vagante come un oggetto misterioso ma mai pronta a colpire … pronta, piuttosto, a rivelarci un’utopica ricerca di verità oggettiva.
Andrea di Marco
Pensieri estremamente sparsi
Con testo di Alessandro Pinto 12 Maggio - 30 Giugno 2010
Le immagini in ordine nel pezzo sono:
1. Andrea di Marco, Sedia di Franco (2010) - 60X90 cm – Courtesy dell’artista
2. Andrea di Marco, Booster (2010) - 60x90 cm – Courtesy dell’artista
3. Andrea di Marco, Senza Titolo (2010) - 45x60 cm – Courtesy dell’artista
4. Andrea di Marco, Carta4 (2010) - 30x40 cm – Courtesy dell’artista
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